Viaggio nel calvario ceceno

 

Ero entrato a Grozny su un autoblindo BTR russo, otto ruote e un mitragliatore pesante sempre puntato su ogni possibile nascondiglio di cecchini. Avanzavamo lasciando solchi di mezzo metro nel fango che circonda la città, immersi in un silenzio spettrale. Dentro, nella cabina, lo stereo era invece al massimo. La musica è come una droga per i ragazzi incappucciati armati di tutto punto che vengono da ogni parte della Russia per “regolare” la questione cecena per conto di Putin. Era rock, la musica ad alto volume eccita questa forza oscura che avanza con la colonna militare. E io c’ero dentro, nella pancia della grande macchina da guerra russa, violenta, che vuole chiudere presto la partita. Attorno a me, soldati armati fino ai denti: kalashnikov, bombe a mano, lanciarazzi, mitragliatori. Ma quando si toglievano il passamontagna che li riparava dall’aria gelida cecena, vedevi che questi ragazzi di vent’anni avevano una faccia triste, non sorridevano mai. Sembravano morti rivestiti, erano gli uomini della guerra, ma per un giorno sono stati anche i miei angeli custodi. Se si fossero allontanati un momento, sarei stato probabilmente colpito da un cecchino nascosto dietro a una finestra.

Era la fine di febbraio del 2000, pochi giorni dopo la fine di un lunghissimo inverno di bombardamenti aerei che avevano raso al suolo la città, con una intensità che non si conosceva dai tempi della Seconda guerra mondiale. In una Grozny diventata una città fantasma si aggiravano pochi civili emersi dagli scantinati, poche migliaia di sopravvissuti dei 600.000 che abitavano la piccola e orgogliosa capitale cecena. Tutti gli altri o erano fuggiti o erano morti. I russi accusavano indiscriminatamente i ceceni di essere dei terroristi, e avevano risposto con il terrorismo sistematico, istituzionale. Avevano disseminato il terrore in ogni villaggio e città della Cecenia, colpevole soltanto di non voler rinunciare alla propria vocazione autonomista.

Il calvario della Cecenia è una tragedia dimenticata alle porte della civilissima Europa. Complice l’indifferenza, ma anche l’ipocrisia di larga parte dei governi e dell’opinione pubblica occidentale. Da sempre questa tessera dell’esplosivo e strategico mosaico del Caucaso, rivendica la propria autonomia dall’impero russo. Troppe differenze, storiche, culturali e religiose, dividono da Mosca questa popolazione di montanari. Le prime stragi portano la firma degli zar. Con una deportazione forzata nelle steppe del Kazachistan e una ingiusta accusa di collaborazionismo coi tedeschi, nel 1944, Stalin ridusse la popolazione cecena a 250.000 persone. Il numero era risalito a un milione nei successivi cinquant’anni.

Dopo decenni di umiliazioni, il sogno di indipendenza sembrò a portata di mano nel 1944, quando esplose la prima guerra cecena. Dopo due anni di disastrose operazioni militari, l’esercito russo dovette ritirarsi e il governo Eltsin dovette lasciare il posto a un governo separatista indipendente. Nel 1997, le prime elezioni libere fecero nascere, tra grandi speranze, il governo di Maskadov, intransigente però sulla scelta dell’autonomia completa da Mosca e debole di fronte al signore della guerra cecena Basayev, sostenitore della rivolta militare ad oltranza. Il fronte del separatismo ceceno si fraziona in tanti gruppi diversi, divisi tra i due leader, uno esponente di scelte più moderate e più vicino all’Europa, l’altro, Basayev, riferimento di scelte più integraliste e attrattive per i giovani. In questa situazione di conflitto interno, la tregua non poteva essere che di breve durata, destinata ancora una volta a finire sepolta nel sangue.

Nel 1999, il dramma ceceno esplose di nuovo. Col pretesto di due attentati nel centro di Mosca dalla paternità ancora sospetta, e della continua attività dei guerriglieri, Putin, ex capo del KGB e delfino di Eltsin, appena insediato, lancia di nuovo contro il separatismo ceceno la macchina da guerra russa, forte di 100.000 uomini contro poche migliaia di guerriglieri. L’intervento armato esalta il patriottismo e funziona perfettamente per compattare il consenso su Putin, facendo dimenticare le tante lacune della democrazia russa. Il conflitto conosce una fase di brutalità mai vista prima. Putin aveva promesso la “soluzione finale” della questione cecena quando si accingeva a soppiantare Eltsin e a diventare l’interlocutore privilegiato dell’Occidente nella nuova Russia del libero mercato e della guerra globalizzata. E in Cecenia proprio di guerra totale e spietata si tratta. A danno dei civili, soprattutto.

Nell’inverno 2000, la capitale Grozny è bombardata a tappeto senza fare alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili. Sotto le bombe finiscono anche ospedali, scuole, centri commerciali, tutta l’ossatura economica e vitale del Paese. Per mesi la vita si riduce a una lotta per la sopravvivenza in quello che è ormai diventato un inferno da Day After. Centinaia di migliaia di profughi prendono la via delle montagne per l’Inguscezia e la Georgia. Almeno 200.000 persone mancano all’appello, vittime della guerra. Ed è ormai definitivamente sepolto anche il sogno indipendentista.

Nel fatale intreccio tra gli interessi economici legati al petrolio del Caspio, le mafie locali, lo scontro etnico e religioso, ha avuto la meglio la volontà di rivincita della nuova Russia di Putin. La non interferenza dell’Occidente nell’offensiva russa – denunciano i ceceni – è stato il premio al via libera concesso pochi mesi prima da Eltsin ai raid aerei della Nato contro la Serbia. E non poco hanno contato la fame di gas e petrolio russo dell’Unione europea e l’interesse americano nell’equilibrio della paura nucleare. Dopo l’11 settembre, Putin è riuscito a trovare un nuovo alibi alla sua politica di terra bruciata in Cecenia. Ha facilmente convinto l’Occidente che i raid in Cecenia sono la versione russa della guerra al terrorismo islamico cavalcata da Bush e Blair. E che la sua è una nuova crociata contro l’integralismo. Perfino molti pacifisti occidentali si sono lasciati imbrogliare da questo gioco di illusionismo. “Li vedavamo sfilare contro la guerra in Afghanistan o in Iraq”, dice Andrei, un caro amico dissidente di Mosca, “ma mai che qualcuno sia sceso in piazza contro i crimini russi e il disprezzo dei diritti civili in Cecenia. È questo che ci ha fatto più male. Evidentemente ci sono morti che pesano sulla coscienza e altri che si possono anche dimenticare senza alcun rimorso.

Sono tornato più volte sul fronte di questa guerra sporca e dimenticata. Sono uno dei pochi giornalisti che ha potuto testimoniare il prezzo pagato dalla città e dall’intero popolo ceceno al pugno duro di Putin e al silenzio del mondo. Dopo l’11 settembre, l’equivalenza tra guerriglia indipendentista e terrorismo di matrice islamica sostenuta dalla nomenklatura russa, ha trovato nuove ragioni. E l’offensiva contro i separatisti ceceni è stata ancor più ignorata, giustificata politicamente e coperta, nei media internazionali, dall’offensiva militare degli StatiUniti contro l’Afghanistan e l’Iraq.

Dopo dieci estenuanti giorni di attesa tra Mosca e i comandi militari alla periferia di Mazdok, finalmente posso salire su un elicotero Mi8, i famosi mezzi russi da trasporto truppe, armato di missili. Dopo un’ora di volo radente sulla campagna cecena, arriviamo ad Afturi. Dall’alto vedevo immensi campi arati, dove i solchi aperti verso il cielo aspettavano invano la semina. A tratti, in alcuni piccoli centri abitati, nel grigio dell’atmosfera invernale si vedevano delle fiamme. Erano i punti di sfiato dei gasdotti, la ricchezza principale del Paese prima della guerra e una delle tante ragioni inconfessate di quel conflitto. Atterriamo in un prato coperto di neve accanto al villaggio di Vedeno. Aspetto per ore, nel freddo. Saprò poi che il generale che doveva accompagnarmi al fronte all’ultimo momento è stato richiamato perché i ribelli ceceni stavano attaccando su un altro versante della vallata di Argun.

Nell’attesa decido di visitare il villaggio. Ci sono solo donne e bambini: gli uomini o sono morti, o sono prigionieri, o sono partiti con i ribelli. Ci spiegano che la gente non può uscire dal villaggio. È un ordine dei russi, perché sanno che finché ci sono i civili, i ribelli non attaccheranno. Nessuno ha voglia di parlare, ma quando si riesce a vincere la diffidenza iniziale, le donne cecene spalancano la porta delle emozioni. Tutte hanno lutti in casa, tragedie familiari, drammi e violenze da raccontare e denunciare. Ho visto gruppetti di loro che al passaggio dei carri russi alzavano coraggiosamente cartelli sui quali era scritto “Eltsin, Stalin, Putin, tutti uguali”, “Putin, boia”. E i bambini agitavano il pugno gridando “Allah è grande”.

Un vecchio si avvicina alla mia telecamera accesa e grida con tutta la forza che gli rimane: “Questi sono mercenari senza fede. Vengono qui, bombardano, violentano, uccidono. Sono loro i banditi e i terroristi, non noi”.

Trovo ospitalità nella notte su un treno fermo, occupato dai militari russi. Dal finestrino vedo un immenso insediamento militare di tende. Ci sono qui 40.000 uomini, autoblindo, carri armati, cannoni, voli continui di elicotteri. È il presidio che ha conquistato la città. Dormo in un sacco a pelo, ceno con i resti di una razione K vendutami a prezzo da borsa nera da un militare russo.

È l’alba. Una cappa di nebbia umida e gelata copre l’orizzonte. Davanti a me si materializza un blindato con la pesante porta sollevata. A gesti mi fanno cenno di entrare. In quei momenti non pensi alla paura. La tensione è nell’aria ma sento che siamo vicini al momento tanto atteso. Il blindato riparte con uno strappo, slittando nel fango gelato. È diretto in città, l’obiettivo di questo interminabile avvicinamento. Voglio descrivere dall’interno il dramma di Grozny, l’ultimo respiro di questo Paese in guerra.

A bordo ci sono gli uomini delle truppe speciali e anche agenti del KGB. Vediamo i primi ruderi, le prime rovine. Case senza tetto, crivellate di colpi o squarciate dalle bombe. Le costruzioni diventano sempre più fitte ma non c’è un palazzo intatto. Due giganteschi condomini popolari sono anneriti dagli incendi che hanno consumato tutti i rivestimenti trasformandoli in scheletri solitari circondati da mozziconi di case. Il blindato avanza a zig-zag, evitando i crateri delle bombe piovute sulla strada e i cumuli di macerie crollate dai lati. Si vedono qua e là granate di cannone e missili inesplosi. Sullo sfondo altri caseggiati fantasma, dove non abita più nessuno. Chi ha resistito qui lo ha fatto rifugiandosi negli scantinati.

La piazza Minutka è stata una roccaforte della resistenza, difesa con accanimento fino all’ultimo giorno dagli uomini di Basayev. Restano solo mucchi di rovine e il cratere aperto della stazione sotterranea dove si erano asserragliati gli ultimi difensori di Grozny.

È una tragedia, una immensa tragedia per tutto il nostro popolo”, grida una donna. “Non puoi nemmeno immaginare cosa abbiamo passato. Forse era meglio morire, come tanti nelle nostre famiglie”. Sono le donne a dare volto e anima alla tragedia cecena. Incontri solo loro, del resto, nei villaggi di tende dei profughi o tra le macerie delle case. Avvolte in mantelli stracciati, spesso con un figlioletto in braccio e con pesanti fagotti dove tengono le loro cose più preziose: una pentola, una tanica d’acqua, qualche foto ricordo dei familiari scomparsi.

Ditelo nei vostri Paesi, raccontate come vivono i nostri bambini, come si vive qui”, mi dice una madre sui trent’anni, con gli occhi spenti dove anche le lacrime si sono essiccate, dove sembra esserci posto ormai soltanto per un immenso dolore. “Prima le bombe, ora soldati dappertutto, sempre pronti a sparare, a violentare e a uccidere. Non finirà mai, non finirà più”. Pochi passi più in là, incontro un’altra donna disperata, avvolta in un pesante mantello di lana. “Non so più nulla di mio marito e di mio figlio. Sono venuta a cercarli ma non li trovo da nessuna parte. Aiutatemi.”

Non ci sono cifre, né forse mai ci saranno, sulle vittime civili di mesi di assedio. Né su quelle della rappresaglia, che ha coinvolto l’intera popolazione maschile e i giovani sospettati di collaborare con il partito armato. Prima della guerra, Grozny contava mezzo milione di abitanti. Dopo il 1996, tra nuove speranze di rinascita, ne rimanevano 100.000. Sotto le bombe del 1999 e del 2000 sono sopravvissuti in poche migliaia e ancora oggi la città è chiusa alle agenzie umanitarie e agli osservatori internazionali. Si calcola che oltre 300.000 persone abbiano abbandonato, dal 1994 a oggi, la piccola regione del Caucaso. Gli ultimi fuggirono nel 1999, dimenticati perfino dalle grandi agenzie umanitarie internazionali, attraverso i passi innevati dell’alta valle del Pankisi, verso la Georgia.

C’è da chiedersi il perché di una sorta di censura internazionale sull’informazione dalla Cecenia. Non è vero che non si possa lavorare come giornalisti. Certo è difficile e pericoloso, ma in realtà nei miei viaggi ho incontrato tanti giovani reporter coraggiosi e con la voglia di raccontare ciò che ognuno può vedere sul posto. Il problema semmai è che ben pochi giornali e ancora meno network televisivi sono disposti a pubblicare le loro foto e i loro reportage. Evidentemente, solo parlare di ciò che succede in Cecenia è troppo scomodo, urta contro gli interessi della globalizzazione e contro l’ipocrita simpatia per Putin.

Siamo davanti al palazzo presidenziale, in quello che una volta era il centro della cità e oggi una distesa di macerie. Ci sono ancora cecchini nascosti tra queste macerie, la tensione dei militari è evidente. Sento uno sparo, improvviso. Solo un colpo di avvertimento tra una pattugliae l’altra, ma anche la confema che i nervi sono a fior di pelle, che il pieno controllo della zona vantato dai russi è ancora lontano. Ancora vie sconvolte dai crateri delle bombe, ancora rovine. Solo poche donne si aggirano come fantasmi in quel silenzio spettrale, in volto i segni di tragedie militari. A ogni posto di blocco devono mostrare i documenti e un lasciapassare speciale.

È difficile immaginare che Grozny possa tornare a essere di nuovo abitata. La punizione per chi ha osato sfidare l’impero russo questa volta è stata veramente terribile e rischia di cancellare per sempre dalla geografia della Cecenia la sua storica capitale. Lascio Grozny in una morsa di tensione e di angoscia, mentre l’altoparlante di bordo riprende il suo grottesco martellamento rock.

Ufficialmente, in Cecenia non è in corso una guerra, ma quella che i comandi russi definiscono una “operazione antiterrorismo”, in risposta agli attentati del settembre 1999 nel centro di Mosca e a quelli più recenti del teatro Dubrovka e di Beslan. Ma la verità è che i russi hanno messo in campo i professionisti delle loro migliori unità speciali. E i crimini da loro commessi ai danni dei civili hanno scatenato l’odio dei ceceni. La loro vera colpa è forse quella di non aver mai accettato la dominazione russa. Era così al tempo degli zar. Tra le due guerre mondiali, la Cecenia fu vittima delle purghe di Stalin e di un biblico esodo di popolazione. E la storia continua oggi, con quello che sempre più appare come un genocidio etnico-culturale ai danni di una popolazione che ha il torto di essere terra di frontiera tra due mondi apparentemente inconciliabili come l’Europa e l’Asia. Il prezzo pagato dalla piccola repubblica del Caucaso è stato altissimo e forse è ancora impossibile tradurlo nelle aride cifre della statistica.

Il villaggio che visitai nel marzo del 2000 si chiama Sputnik, come il primo satellite in orbita intorno alla Terra. Ma per i 20.000 profughi costretti a trascorrere il duro inverno del Caucaso in questo squallido campo di tende, alla frontiera tra Cecenia e Inguscezia, il richiamo ai fasti della tecnologia astronautica sovietica suona quasi come una beffa. Gran parte di loro oggi è tornata in territorio ceceno. Hanno trovato case sventrate, scuole e ospedali chiusi, condizioni di vita impossibili. “Hanno perso l’anima” mi diceva l’amico Andrei, appena rientrato da Grozny “ogni fiducia nella vita. Hanno paura gli uni degli altri, non c’è famiglia dove non si contino perdite, vivono in un paesaggio di spettrali rovine e di fame. E non vedono alcun futuro.” Del resto è facile verificarlo. Entri dalla porta di casa e ti ritrovi tra le macerie delle mura distrutte, entri un villaggio che contava tremila persone e ne incontri qualche centinaio. E sui volti di tutti leggi la fame, l’angoscia e una tristezza infinita.

È un genocidio”, mi gridavano le donne del campo profughi di Sputnik appena vedevano la telecamera di un giornalista occidentale, uno dei pochi che aveva sfidato le maglie della censura russa. “È sempre colpa della politica, la maledetta sporca politica… oggi come ai tempi della grande repressione, a opera di Stalin.”

Per capire meglio le reazioni della popolazione cecena di fronte all’offensiva russa, ho incontrato a Mosca Anna Polikovskaya, autorevole giornalista della “Novaja Gazeta”, una delle voci più coraggiose che hanno osato criticare la politica di Putin. Da anni, la Polikovskaya è la testimone più onesta e credibile sul fronte della guerra cecena. Non schierata politicamente, denuncia allo stesso modo i sorprusi dei militari russi e le violenze dei guerriglieri ceceni, che continuano a fornire alibi alla repressione, attenta soprattutto a difendere la supremazia dell’etica e del rispetto della vita. “È vero, Basayev è un fanatico estremista”, mi dice nella redazione del suo giornale, in un quaritere periferico di Mosca. “Quello che non capisco è perché contro l’uomo-Basayev si debba rispondere con quattro anni di azioni terroristiche militari che coinvolgono l’intera popolazione.”

Su questo punto di svolta centrale dello scontro tra russi e ceceni, Anna Polikovskaya ha le idee chiarissime. “Russi contro ceceni, ceceni contro russi”, prosegue. “Non è così. Sono i militari della federazione russa contro la popolazione civile. Questo è il quadro di ciò che sta accadendo in Cecenia oggi. Conosco russi che sono stati torturati e altri russi le cui case sono state fatte saltare in aria intenzionalmente. Perché i militari pensavano che nelle loro abitazioni si nascondessero guerriglieri ceceni. I metodi utliizzati sono diversi e spesso ci si comporta da bestie più che da uomini.”

Ma cosa pensa questa giornalista così esperta della storia degli ultimi anni, delle scelte dei dirigenti ceceni, della loro ambiguità sul terrorismo che li rende impopolari perfino tra i civili che vorrebbero rappresentare?

Nemmeno io credo a loro”, mi risponde ugualmente decisa. “Così come gran parte della popolazione. Per me come giornalista vengono prima di tutto le esigenze dei civili. Loro dicono che non c’è differenza se al governo vadano Maskadov o Putin, entrambi sono banditi. Loro vogliono vivere. Ho scritto a Maskadov, prima che morisse, ho parlato con i suoi rappresentanti, ho detto loro che non capisco e non capirò mai le sue scelte testarde, “sovranità o niente. Avrebbe dovuto cambiare politica molto tempo fa per salvaguardare il suo popolo.” Le chiedo se qualche volta ha paura, se non ha mai pensato di essere più prudente in quello che scrive e che denuncia. “Certo che ho paura”, mi risponde, “ma questa è la mia professione. Avere paura è una cosa tua personale. Ciò che conta veramente è dare voce alla gente, raccontare questa grande tragedia del nostro Paese. Perché lì la gente muore, ogni giorno, lì si consumano orrori indescrivibili. E avere paura o non averne poco importa.”

Basta girare tra le tende dell’Inguscezia o nei campi profughi del Pankisi dove sono tornato nel 2003, per ascoltare testimonianze da brivido sulle atrocità dei russi a danno dei civili ceceni. Denunce, è il caso di gridarlo forte, che non hanno mai trovato eco e sostegno nemmeno all’interno delle Nazioni Unitee delle grandi agenzie umanitarie internazionali.

È stata la morte di mio figlio a spingermi fuori da Grozny. I soldati russi me lo hanno ammazzato. Hanno bombardato il mercato nel centro della città quando mio figlio si trovava lì. È stato terribile… morti ovunque, senza testa o senza braccia. Mio figlio aveva perso la gamba sinistra e sanguinava da tante ferite. Non ho potuto dargli nessun aiuto.”

La strage nel mercato di Grozny, avvenuta nell’inverno del 1999, è passata nel silenzio. Nessun video, nessuna notizia, al contrario di quella di Sarajevo che alla fine del 1995 determinò l’intervento americano e la fine della guerra di Bosnia. Ma il bilancio di quel bombardamento fu ancora più tragico.

Come agiscono i soldati russi lo ha denunciato più volte, anche al suo giornale, Anna Polikovskaya, che mi ricorda che i politici di Mosca continuano a rifiutare la presenza in Cecenia di osservatori internazionali. Perché sarebbero immediatamente testimoni degli eccidi commessi e dei tanti crimini compiuti. Vedrebbero le violenza ai danni delle donne e i tanti cadaveri, i desaparecidos e le fosse comuni. Perfino Amnesty International, a suo giudizio, ha deluso in parte le sue aspettative. “Come tante altre organizzazioni internazionali”, commenta, “Amnesty International si è burocratizzata, è diventata meno efficiente. Si è perfino sottomessa a un diktat di Putin quando ha rimosso dall’incarico un responsabile locale che aveva avuto il coraggio di denunciare violazione di diritti e torture. E ha sostituito la bulgara Mariana Kazarova con una persona meno decisa di lei. Ora nemmeno io trovo nessuno in quella organizzazione al quale fare riferimento per le mie denunce. E Amnesty International va al guinzaglio di questa comunità internazionale antiterroristica globale.”

Ci sono tecniche di pulizia etnica”, mi dice la Polikovskaya, “che in sostanza sono operazioni punitive che si riversano su villaggi interi. Viene circondato un villaggio, vengono portati via tutti gli uomini e molti di loro non vi fanno più ritorno. Dicono che cercano i guerriglieri. In realtà portano alcuni uomini fuori dal villaggio, li picchiano e poi li uccidono.”

Ecco un’altra delle innumerevoli testimonianze da me raccolte nei campi profughi ceceni. “Avevo una nipote ed era incinta”, mi ha raccontato una donna piangendo. “Aveva altri cinque figli con sé e partì da Grozny il giorno prima di me. Era su un pullmino con tanti altri. I soldati russi hanno femato e circondato il mezzo e tirato fuori i passeggeri, compresa mia nipote. I soldati l’hanno violentata uno per uno, poi hanno fatto risalire tutti a bordo e gli hanno dato fuoco.”

A raccontare questa sconcertante vicenda è stato l’unico sopravvissuto. Le sconvolgenti immagini sono state documentate clandestinamente dai ceceni, in un nastro che ho potuto fortunosamente recuperare nel corso del mio ultimo viaggio per Report, la trasmissione di inchiesta di Rai 3. Per quanto insabbiate dalle autorità, esistono testimonianze e denunce analoghe anche da parte di ufficiali russi che si sono apertamente esposti, disgustati dalle brutalità di alcune operazioni.

La guerra si potrebbe concludere in pochi mesi”, mi dice un soldato che non vuole mostrare né volto né nome. “È chi sta in alto che non ha interesse a finirla. Per continuare a fare soldi, a riciclare denaro sporco su armi, droghe e altre porcherie.” Ad alimentare l’eterna tragedia dei ceceni sono anche le loro divisioni interne, sulle quali giocano ampiamente sia i russi sia lo stesso governo fantoccio filorusso imposto da Mosca. Gli uomini di Kadirov, che governa formalmente la regione, reclutano i giovani ceceni in funzione antiguerriglia a mille dollari al mese, quando un insegnante stenta a prenderne cento. Sono anche loro ad alimentare la spirale senza fine del terrorismo, delle faide e delle controreazioni.

Le tecniche del terrore sono le più diverse”, mi confessa un ufficiale, anche lui con preghiera di anonimato. “Questa non è una guerra di generali ma di colonnelli, visto che la sorte delle persone dipende dall’ufficiale che comanda la divisione. È lui che di fatto ha poteri di vita e di morte sule persone.” L’ufficiale continua raccontandomi che i soldati russi tendono a considerare tutti i ceceni come dei nemici. È per questo che è facile commettere crimini ai danni della popolazione civile. “Ti porto un esempio”, mi dice. “Fermano un’autobotte per il trasporto di benzina, uccidono il conducente, ceceno, lo fanno saltare in aria, poi si dividono tra loro i soldi che gli trovano addosso. È successo varie volte, non fa nemmeno più discutere nessuno.”

Un rapporto di trenta pagine pervenuto a fine marzo del 2003 al quotidiano francese “Le Monde”, ha denunciato chiaramente i crimini di guerra compiuti in Cecenia dai militari russi: stragi di civili, fosse comuni, rapimenti e torture, una realtà sempre negata dal governo di Mosca e invece rivelata dalle stesse autorità cecene filorusse. Il rapporto sarebbe stato trasmesso anche ai più alti livelli federali russi dal governo ceceno in carica.

Sono state ritrovate 49 fosse comuni per un totale complessivo di 2879 cadaveri.” È la prima volta che un documentario ufficiale menziona le fosse comuni e tenta di fare un censimento delle fosse comuni in territorio ceceno, il primo tentativo di bilancio ufficiale dei crimini compiuti contro i civili in Cecenia da parte di un’armata di 100.000 soldati che hanno operato nella regione per oltre quattro anni, tuttora presenti sul posto.

La giornalista di “Le Monde” Nathalie Nougayrede, mi ha mostrato quel rapporto, assolutamente eccezionale, il primo dossier sul numero di civili uccisi, assassinati nell’anno 2002, sui casi di sequestri notturni da parte dei soldati dell’armata russa, sulla scoperta di fosse comuni. Il rapporto è stato redatto dalle autorità del governo ceceno filorusso e dal Ministero per le situazioni di emergenza. Nel documento si parla anche dei civili uccisi dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2002, per un totale di 1314 persone decedute al di fuori di ogni scontro armato o bombardamento, come risultato di esecuzioni sommarie.

Nella tabella dei crimini gravi compiuti sempre in territorio ceceno tra gennaio, febbraio e i primi giorni di marzo 2003 leggiamo tra gennaio e febbraio di 70 omicidi, 126 sequestri di persone, 2 violenze sessuali, 25 casi di scoperta di resti umani.

Anch’io ho visto al bordo dei villaggi pezzi di corpo di persone che erano state fatte saltare per aria”, denuncia ancora Anna Polikovskaya. “Poi i militari raccontavano che quelli erano guerriglieri che avevano tentato la fuga e che si erano fatti saltare per aria. Questo è falso, perché erano persone imbottite di esplosivo dai militari e che loro facevano esplodere.”

Abitavo a Grozny fino a quando siamo stati costretti a fuggire”, mi dice un vecchio. “Un giorno ci svegliammo sotto le bombe, improvvisamente. Bombardavano il centro della città, colpivano dappertutto. Erano veramente momenti tragici. Case squarciate, macchine in fiamme, cadaveri bruciati. Tutto era sottosopra, un mare di sangue. Erano così quei momenti, i cani mangiavano i cadaveri. Ho visto tutto questo. Ma la cosa più difficile da sopportare era la crudeltà dei soldati russi.” Nella galleria degli orrori della guerra cecena c’è anche un episodio vissuto direttamente da Anna Polikovskaya. La giornalista fu testimone di un atto di sconvolgente ferocia. Ha ancora davanti agli occhi quella vecchia sventrata da una raffica di kalashnikov dalla testa ai piedi, portata in ospedale con le interiora che uscivano dal corpo. “Questo per me è il vero orrore”, dice. “Ma ho perso le speranze che l’opinione pubblica occidentale si possa commuovere a questi racconti. Non starò dunque a raccontare ancora di come hanno ucciso, tolto scalpi, tagliato nasi e orecchie. Capitemi bene, quello non è lo scopo del mio lavoro, trovare orecchie tagliate. Il mio lavoro è prevenire che atrocità di questo genere si ripetano in futuro.”

Il vecchio che mi aveva parlato, aveva trovato rifugio precario oltre il confine con la Georgia. Con lui erano rimasti una sorella e un nipotino orfano dei genitori. Ero andato a cercarlo in quel remoto villaggio della valle del Pankisi per saperne di più su uno dei tanti misteri della storia cecena: l’assassinio del giornalista Antonio Russo, quarant’anni, giornalista a Radio Radicale. Il suo corpo venne trovato in un prato a 40 chilometri da Tiblisi il 16 ottobre del 2001. Era stato l’unico occidentale rimasto a Pristina durante i bombardamenti della Nato, venne barbaramente ucciso in Georgia, con il torace sfondato. Per rapina si disse subito. Ma in realtà la tecnica usata è quella tipica dei killer del KGB. E molti sono oggi convinti che Russo avesse le prove dell’uso di armi non convenzionali contro i civili ceceni da parte dei russi. Sarebbe stata questa la ragione della sua condanna a morte.

Ho accettato questa intervista perché conoscevo Antonio Russo”, mi dice il vecchio. “In questo villaggio lo conoscevamo molto bene. Soggiornava spesso qui con noi e una volta si è fermato addirittura due mesi. Gli volevamo bene perché davvero quest’uomo aveva preso a cuore le nostre sciagure. Non aveva paura dei russi, anche se poi proprio loro lo hanno ammazzato. Ripeteva spesso, mi ricordo, che non sarebbe vissuto a lungo.”

Sul luogo della sua ecesuzione mi accompagna invece un contadino georgiano, l’uomo che quel giorno, passando con la macchina su una strada sterrata, vide il corpo di un uomo nel fossato laterale. Le tracce di quel dramma sono ormai del tutto scomparse, l’erba è ricresciuta. Come anche i tanti dubbi sulla morte di Antonio Russo.

Ho potuto vedere le immagini di repertorio girate da un giovane operatore georgiano subito dopo la scoperta del cadavere. Nell’appartamento preso in affitto a Tiblisi era tutto per aria. E mancavano il computer, una piccola telecamera che Russo portava sempre con sé e tutti i nastri registrati.

Se uno viene a casa tua e ti ammazza il fratello, la sorella, il marito, i tuoi figli, tu inizi a difenderti. E cerchi di rivendicarli. Noi abbiamo cominciato così. Noi non siamo terroristi, sono i russi che ci obbligano a reagire, anche in manieraa disperata.”

Nel giugno del 2003, pochi mesi dopo l’attentato al Teatro Dubrovka, che aveva immediatamente innescato una nuova escalation nella repressione cecena da parte dei russi, ero tornato ancora una volta in Cecenia. Nell’ottobre dell’anno prima, le squadre speciali russe erano intervenute dentro il teatro dove erano trattenuti, da un commando ceceno, centinaia di spettatori, con la richiesta di liberare tutti i prigionieri politici in mano ai russi. Era stata una strage che aveva provocato la morte di 130 persone, tra terroristi e ostaggi. Molti dei terroristi-kamikaze, uccisi con il gas, erano donne. Volevo capire cosa spinge una ragazza di vent’anni a imbottirsi di esplosivo e sedersi in mezzo al pubblico di un teatro pronta a farsi esplodere. Ho scoperto così un lugubre mondo di vedove, sorelle e madri private dei propri figli. La vera ragione, forse, di quella strada senza futuro, alimentata dall’odio e dalla vendetta, che porta alla scelta del terrorismo più disumano e brutale.

La maggior parte delle donne-kamikaze sono persone portate alla disperazione da tutti i crimini commessi dai militari russi”, mi confida una donna portavoce della Associazione delle donne cecene. “Sono madri e sorelle di scomparsi che hanno bussato alle porte di tutte le stazioni di polizia ma che hanno sempre ricevuto la stessa risposta: “Non ci sono più, sono scomparsi, rassegnatevi”. Queste donne non vedono altro senso nella loro vita che la vendetta.”

Anche tra gli uomini destinati alla morte da kamikaze, le motivazioni sembrano le stesse. Si sa che molti dei terroristi uccisi erano bambini all’epoca dei bombardamenti di Grozny nel 1994 e 1996, spesso gli unici sopravvissuti delle loro famiglie. La motivazione religiosa di matrice islamica, ben viva nel contesto palestinese o iraqeno, qui non sembra entrarci per nulla.

Ho avuto ulteriore conferma di questa interpretazione del terrorismo ceceno, aggirandomi nel mondo sotterraneo della resistenza che serpeggia clandestinamente nella stessa capitale russa. Le loro roccaforti sono negli stati immediatamente confinanti con la piccola regione contesa, dal Daghestan all’Inguscezia, alla Georgia. Ma anche a Mosca, piccoli gruppi, circoli, associazioni non nascondono le loro simpatie e il loro sostegno.

La scelta del terrorismo non è stata mai sconfessata dai capi ceceni, né dal “duro”
Basayev eroe della resistenza armata, né dal più moderato Maskadov, ucciso in circostanze ancora poco chiare. Questa ambiguità su un tema centrale dello scontro in atto è stato certamente un errore strategico gravissimo. È proprio su questo che hanno potuto giocare facilmente Putin e i falchi di Mosca, trovando subito un’equivalenza tra il terrorismo ceceno e quello di Al Qaida. Sul piano delle prove e delle testimonianze, non è però emerso alcun elemento che possa suffragare questa tesi. Al contrario, si sospetta apertamente che il primo attentato di Mosca che diede inizio all’offensiva, nel 1999, sia opera del KGB, un’operazione strumentale per crearsi un alibi per l’intervento. Vero, però, è che nessun capo ceceno ha mai rinnegato la volontà di usare anche il terrorismo contro la politica di Mosca. Da questo punto di vista, l’errore strategico di Basayev e di molti capi ceceni è stato fatale. La scelta dell’estremismo terrorista che coinvolge anche i civili ha avuto un effetto boomerang catastrofico. Anche se molti osservatori concordano sul fatto che gli attentati successivi a quello di Mosca siano stati più una reazione alla brutalità della guerra che un attacco al popolo russo. Si sa per esempio che durante l’occupazione della scuola di Beslan, lo stesso Maskadov, esponente dell’ala più moderata, si rese disponibile a una possibile trattativa con i kamikaze asserragliati insieme a centinaia di bambini nella scuola maledetta. Ma gli fu impedito di intervenire e ancora una volta, come nel Teatro Dubrovka, si preferì un intervento militare con esiti disastrosi. Memore del tragico precedente del teatro, lo stesso Putin aveva fermato le squadre speciali. Ma a Beslan erano invece intervenuti i militari, con conseguenze ancora più disastrose.

Su quel nero capitolo di storia, ancora tutto da scrivere, ho raccolto altri indizi di manipolazione. La stessa Anna Polikovskaya mi ha rivelato che era partita per trattare con ikamikaze all’interno della scuola. È stata avvelenata fino a entrare in coma, prima che arrivasse a Beslan, probabilmente a opera dei servizi segreti. Anche Babinski, un altro autorevole giornalista russo, che si stava precipitando a Beslan, è stato fermato e rimandato indietro, con giustificazioni assurde. Lo stesso è avvenuto con il leader politico ceceno Maskadov, a conferma che il terrorismo ceceno è la migliore arma in mano dei militari e della politica russa per convincere l’opinione pubblica e avallare la repressione. Al punto che non mancano nemmeno i sospetti su qualche oscuro intreccio tra i fanatici dell’esplosivo e i Servizi segreti.

Riparto da Mosca con la sensazione che i crimini che sono stati commessi ai danni dei civili ceceni, territorio ufficialmente sotto il controllo dell’armata federale russa, non siano nemmeno paragonabili a ciò che è stato commesso da Milosevič in Kossovo, che giustificò l’intervento armato della Nato contro la Serbia. Quando confrontiamo il numero delle vittime civili si può senz’altro concludere che il potere di Putin ha fatto senza dubbio più stragi in Cecenia che Milosevič in Kossovo. Adottando una politica che definire “terroristica” ai danni della popolazione civile è più che giustificato. Hanno ragione i ceceni quando dicono di sentirsi traditi dall’Occidente. Perché sulla Cecenia continua ad abbassarsi una cortina di censura e disinformazione che nasconde la sua tragedia agli occhi del mondo. Dove tutti, Europa, America, Nazioni Unite e mondo dell’informazione sono diventati complici.

 

Giorgio Fornoni

 

Dal libro “Perché ci odiano

BUR- FuturoPassato, maggio 2006

 

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