Da Diario, risponde FdB

 

Salviamo i ciclisti, ma salvateci dai ciclisti

 

Caro de Battaglia, scrivo sapendoti un amante, e non per posa, della bicicletta di cui fai largo uso in città. Talvolta, ammettilo, anche con qualche “sbandata” sulle regole che ne disciplinano l’uso come, ad esempio, il pedalare per qualche tratto sui marciapiedi. Ma tu, un po’ per decenza e un po’- immagino - per buone maniere, quando vedi un vigile, o supponi che possa esserci a un incrocio, scendi di bicicletta magari fischiettando o scendi dal marciapiede sulla strada. Se però questa cautela nasce invece dal timore di prendere una contravvenzione, non la capisco proprio. Sono anni ormai - numerosi cittadini possono esserne testimoni - che i vigili urbani di Trento vedono e tacciono infrazioni di ogni genere dei ciclisti: pedalare contromano sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, passare con il semaforo rosso, fare gli slalom pericolosi tra la gente nelle zone pedonali più “trafficate”, sbucare dai vicoli sui marciapiedi senza stare tanto a badare, superare le automobili a destra. Io non so, a questo proposito, quali siano le direttive che i vigili urbani, quando entrano in servizio, prendono dai loro superiori, ma il sospetto che, in tali occasioni, li si inviti a guardare da un’altra parte non mi sembra fantasioso.

E, pur toccando doverosamente ferro, vengo al dunque. Metti che un ciclista investa un anziano su un marciapiede, metti che l’anziano cada e si rompa una gamba...? Non credi che io cittadino possa o debba denunciare alla Procura della Repubblica il Corpo dei vigili urbani, il suo comandante, il sindaco e chi più ne ha più ne metta per sistematica e consapevole omissione d’atti d’ufficio? Ma ci deve proprio scappare il morto per dare sicurezza a tutti gli utenti della strada, favorendo, in città, pedoni e biciclette?

Giorgio Dal Bosco, Trento

 

Caro Giorgio, per favore, non cadere anche tu nella pessima italica abitudine di ricorrere alla procura della repubblica, o di andar per avvocati ad ogni sospetto, dubbio o trasgressione che si presenti. Fra persone civili, nel Trentino i problemi si cercano di risolvere dibattendoli sulla stampa, confrontandosi direttamente, cercando di migliorare, dandosi ragione e anche domandando scusa. Cosa che, per parte mia, faccio immediatamente se, pedalando a tratti, sul marciapiede (in Via Piave) o in parte contromano (in Via Santa Trinità) ho dato scandalo. Quanto ai vigili, è vero. Quando immagino dove si trovino (hanno di solito le loro poste fisse, come i cacciatori) scendo di bicicletta, ma non per ipocrisia o per paura di prendere la multa (ne ho prese due da ragazzo, una ai giardini di Piazza Venezia perché andavo al tennis in bici, l’altra in città perché avevo alzato le mani dal manubrio), ma per rispetto nei loro confronti, per non metterli in imbarazzo, per non doverli costringere a scegliere fra il loro dovere formale e il loro buon senso naturale. Ché se il dovere formale li spinge a multare, il senso civico della loro professione li spinge a considerare più accettabile un ciclista trasgressore sul marciapiede, che una bicicletta ligia al codice travolta da un camioncino e accartocciata per terra.

Di fatto è l’intera città, non solo i ciclisti o i vigili urbani, a vivere la schizofrenia che tu denunci. Il traffico ciclabile è il più innocuo e il più prezioso per una città, anche se certo il meno compreso e il meno agevolato. In bicicletta pedala gente con alto senso civico: non inquina, non fa rumore, non molesta il traffico, non occupa spazi pubblici. Purtroppo il sistema delle piste e dei percorsi ciclabili a Trento è di facciata, non di sostanza. Grandi show architettonici (in Via Alfieri) che poi finiscono nel nulla (davanti alla Provincia, dove per riprendere dopo pochi metri la pista occorre pedalare non solo sul marciapiedi, ma anche contromano) intere strade (come corso Buonarroti) volutamente e recentemente escluse alle bici per far posto ai parcheggi, altre strade (e marciapiedi) trasformate direttamente in posteggi, laddove potrebbero benissimo prestarsi a un doppio percorso e a un doppio uso: un marciapiedi per le bici, l’altro, sul lato opposto, per i pedoni. Anche gli edifici pubblici sembrano considerare la bicicletta come cosa da barboni ed extracomunitari, invece che come l’inevitabile, civile sbocco del traffico che ormai paralizza se stesso, oltre che uccidere le nostre città e montagne. In Danimarca va in bici il re, ma di fronte al Palazzo della Provincia non c’è neppure una piccola rastrelliera, e così davanti alla Cooperazione, tante macchine lussuose, ma le povere bici vietate. In via San Marco, a voler cercare di portare a mano la bicicletta dentro il cortile del palazzo dei beni culturali, si viene addirittura sgridati.

In questa situazione, con un traffico automobilistico sempre più caotico, con troppi sballati pericolosi al volante, cosa può fare un povero ciclista se non cercare salvezza sul marciapiede, ipotecando la futura destinazione del rilevato a pista ciclabile? Statisticamente, chi percorre ogni giorno determinati tratti di strada (via San Francesco, via Barbacovi) ha la quasi certezza di finire, prima o poi, all’ospedale arrotato, per cui i vigili urbani che chiudono un occhio di fronte a brevi tratti di marciapiede percorsi lentamente e accortamente, credo facciano, alla fine, il loro dovere di tutori della sicurezza pubblica. Scelgono la strada del male minore, seguono la sostanza della loro missione, prima che la forma. Certo i ciclisti dovrebbero essere consapevoli del privilegio che viene loro accordato (in attesa che le città vengano finalmente riportate a misura di chi le percorre senza motori) e comportarsi di conseguenza, con gentilezza e accortezza. Evidentemente la precedenza, totale, l’ha sempre il pedone. Occorre fermarsi di fronte al pedone e se qualche sciocco lo travolge è giusto che finisca in galera. E così quei ciclisti che passano a destra (pericolosissimi per sé e gli altri) o tagliano la strada, non meritano alcuna benevolenza. Non so quali ordini abbiano i vigili, ma il buon senso fa loro onore: anticipano la situazione ottimale di quando, finalmente, i marciapiedi saranno restituiti tutti ai pedoni, invece che essere occupati per metà dai posti macchina, ché allora si potrà trovare spazio “ufficiale” anche per una piccola pista per biciclette.

 

Franco de Battaglia

Trentino, 14 settembre 2006 

 

 

 

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