Nota di Nimby trentino

 

Di seri progetti per la riduzione della produzione dei rifiuti non se ne parla e approfondisce ancora abbastanza, e se ne fa ancor meno: al primo posto delle priorità del datato decreto Ronchi. Stentano a decollare dopo anni di chiacchiere e di timidi tentativi di operatività. La sola raccolta differenziata, infatti, con le quotidiane ubriacature sui numeri delle percentuali raggiunte o da raggiungere, ha senso e fine se è accompagnata da organici e corali progetti per ridurre la massa dei rifiuti prodotti, siano essi differenziati come indifferenziati, ben prima di riusarli, riciclarli ecc. Ciò si può fare ovunque, indipendentemente dalle “regole del mercato”, dalle abitudini e dagli usi consolidati. Soprattutto sulla frazione delle plastiche vanno investiti sforzi significativi, per ragioni diverse su quella dell’organico (e sulle altre). Solo così, ben prima delle soluzioni ingegneristiche (che congelano, invece, buone opportunità per altre diverse soluzioni) è possibile affrontare la questione rifiuti, dopo decenni di giungla del “fai da te” e usa e getta”.

La gran parte degli ingegneri stenta ancora a produrre idee diverse dal ricorso all’impiantistica; forse perché il loro compito è solo quello di “progettare una macchina”. Cosa avvenga a monte e quanto questo comporti in termini di costi e impatti complessivi, (sociali, economici, ambientali e sanitari) e di “impronta”, sembra debba continuare a esulare dalle loro competenze. Ciò è dimostrato dalla parzialità degli scarni numeri riportati nell’articolo dell’ing. Straffelini.

 

 

 

Differenziata e tariffe

La gestione dei rifiuti

 

Il nuovo piano provinciale di gestione dei rifiuti prevede il raggiungimento del 65% di raccolta differenziata, per poter ridurre al minimo il quantitativo di rifiuti residui da smaltire. Ho già evidenziato in passato che questo livello, molto elevato ed imposto dall'alto, può pregiudicare un'ottimale gestione economica dei rifiuti.

Per raggiungere un alto livello di raccolta differenziata è necessario applicare una raccolta porta a porta spinta, e quindi utilizzare molti mezzi e coinvolgere tutte le abitazioni del comune, anche quelle isolate ed in posti lontani. I costi di gestione e, di conseguenza, le tariffe, aumentano. Proprio l'analisi delle tariffe applicate in diversi comuni dell'arco alpino, aventi caratteristiche simili al comune di Trento, ma diversi livelli di raccolta differenziata, può aiutare a capire i termini della questione.

Con riferimento ai dati recentemente pubblicati dalla Uil (che si riferiscono al 2004), la tariffa rifiuti - nel caso di un appartamento di 80 metri quadri abitato da 4 persone - a Trento e a Bolzano (con raccolta differenziata intorno al 40%) è di 173,3 e 172,6 Euro. A Treviso, con una differenziata molto elevata (il 65% nel 2004), la tariffa è pari a 235,2 Euro, il 36% in più che a Trento. A Bergamo, con una differenziata del 49%, la tariffa è di 197,3 Euro (più 13,8% rispetto a Trento). A Brescia, con una differenziata del 32%, la tariffa è di 111,9 Euro ( meno 35%).

Certo, i fattori che determinano le tariffe sono molteplici e l'Osservatorio Nazionale sui Rifiuti mette in guardia sull'opportunità di confrontare comuni diversi. Ma è un fatto che i comuni considerati sono, per molti aspetti, simili, e che i dati indicano con buona evidenza che se la raccolta differenziata aumenta, anche le tariffe per i cittadini crescono proporzionalmente. È interessante notare, a questo proposito, che la Svizzera, con un territorio simile al nostro, ha raggiunto il 48% di differenziata, e la potenzialità ottimale stimata è del 50%. Non va trascurato, inoltre, che con una raccolta differenziata molto alta anche i costi ambientali crescono. Mi riferisco ai costi d'inquinamento da parte dei numerosi mezzi di trasporto, ed i possibili costi dovuti al rischio di gestire, nei centri di raccolta, cumuli di materiale facilmente infiammabile.

Nel 2007 partirà a Trento il nuovo sistema di raccolta. L'augurio è che la gestione venga impostata in modo da non causare un eccessivo aggravio dei costi (sia diretti che indiretti) a carico dei cittadini, e con la possibilità di ripiegare su un obiettivo più ragionevole, ad esempio il 50% di raccolta differenziata, se i costi dovessero lievitare troppo.

 

Giovanni Straffelini

Corriere del Trentino, 6 settembre 2006

 

 

 

 

 

Rifiuti: quanto differenziare?

 

Ho letto con un certo sgomento l’articolo di fondo apparso sulla prima pagina del Corriere del Trentino del 6 settembre a firma di Giovanni Straffelini, intitolato “La gestione dei rifiuti”. Straffelini ha cercato di convincere il lettore della inopportunità di puntare, come fa il Piano Provinciale, a una percentuale di raccolta differenziata del 65%. Una percentuale così elevata, secondo Straffelini, comporterebbe infatti una maggiorazione dei costi della gestione dei rifiuti per il singolo cittadino. Per sostenere il suo ragionamento, Straffelini ha messo uno a fianco all’altro i dati di tre città caratterizzate da una situazione socio-geografica piuttosto simile, Treviso, Trento e Brescia. Nel primo comune la differenziata del 2004 è stata appunto del 65%, e la tariffa rifiuti, per un appartamento di 80 m2 abitato da 4 persone, pari a 235,2 €. A Trento, con una differenziata del 40% la tariffa è stata di 173,3 €, mentre a Brescia, con una differenziata molto bassa, 32%, la tariffa è stata di 111,9 €. Il nesso è chiaro: più si differenzia, più la tariffa si alza. E questo sarebbe un primo motivo per tenere la percentuale di differenziata ben al di sotto del 65% (l’ideale, per l’opinionista del Corriere, sarebbe il 50%).

A questa argomentazione Straffelini ne ha poi aggiunta un’altra, cadendo in una contraddizione sbalorditiva. Poiché una differenziata spinta comporterebbe più movimento di mezzi per la raccolta dei rifiuti e una maggior quantità di materiali infiammabili nei Centri di Raccolta, essa sarebbe più costosa anche… per l’ambiente!

È chiaro che con questo tipo di ragionamento si perde di vista la sostanza della questione rifiuti, e si corre il rischio di fare come colui che guardò il dito quando gli indicarono la luna.

Le osservazioni da fare per contrastare l’analisi di Straffelini a mio avviso sono soprattutto due. In primo luogo, va sottolineata la contraddizione del vedere nella differenziazione un maggior costo per l’ambiente, che invece dalla differenziazione ha tanto più da guadagnare quanto più essa è spinta. I rifiuti rappresentano un problema ambientale dal momento in cui, per smaltirne la frazione indifferenziata, non si può che ricorrere a soluzioni più o meno pericolose per l’ambiente, come sono tanto le discariche (dalle quali, per quanto tecnologicamente all’avanguardia, possono fuoriuscire sostanze che inquinano il suolo e le falde acquifere), quanto gli inceneritori (dai quali, per quanto tecnologicamente all’avanguardia, fuoriescono ceneri, gas e polveri pericolose per l’ambiente e per la salute di chi lo abita). È ovvio che non è lo smaltimento a valle, ma sono la riduzione e appunto il riciclo a monte la soluzione per contrastare l’inquinamento ambientale legato alla gestione dei rifiuti. Pertanto, porre dei limiti alla loro differenziazione in nome dei costi ambientali significa mistificare la questione. Utilizzare, per la raccolta dei rifiuti, i mezzi di trasporto meno inquinanti possibili e mettere in regime di maggior sicurezza possibile i Centri di Raccolta è una soluzione certamente migliore che smaltire un’ampia frazione di rifiuto indifferenziato in discariche o inceneritori.

Anche l’altro argomento portato da Straffelini è inaccettabile. Differenziare meno del 65% per pagare una tariffa meno onerosa: questa è la richiesta. Come se l’inceneritore di Ischia Podetti non costasse le migliaia di euro che costerà, ma fosse un regalo sceso dal cielo per i cittadini trentini. Come se l’inceneritore, o le altre soluzioni per lo smaltimento, non dovessero avere costi ambientali e sanitari, in realtà pesantissimi. Il guaio è che la posizione di Straffelini è quella dei nostrani politici pro-inceneritore. I quali, quando si parla di incremento della differenziata, si stracciano le vesti per i maggiori costi; quando invece si parla di inceneritore, eludono qualsiasi discorso economico. La cosa è talmente sfacciata, da essere imbarazzante: nel famoso ordine del giorno in cui il Comune di Trento, obtorto collo accettava l’inceneritore, si subordinava la realizzazione a una verifica dei costi; bene, da allora (12 mesi or sono) di questa verifica non si è visto l’ombra. Insomma le centinaia di milioni dell’inceneritore non contano, si fanno invece le pulci sui costi dei bidoncini della differenziata. Per non parlare poi dei costi ambientali e sanitari, che la scienza (vedi i qualificatissimi interventi alle assemblee di Nimby, come da noi riportati in “Inceneritore: le ultime parole famose…” su QT del 25 febbraio) sta riscontrando sempre più gravi quando non devastanti.

Insomma, questa spiccia contabilità di chi guarda solo a quanto si estrae direttamente e nel breve periodo dal proprio portafoglio ci pare un ragionamento miope, che la storia insegna aver sempre fatto grossi danni, a iniziare dall’ambiente. Un ragionamento che va evitato, specie ora che anche l’amministrazione provinciale, pur con tutte le contraddizioni del caso, ha deciso di puntare su una percentuale di differenziata consistente, benché ancora lontana dall’ideale, che sarebbe la realizzazione del piano Rifiuti Zero. Ma la comparsa di un intervento come quello di Straffelini sulla prima pagina del Corriere del Trentino dimostra che, da noi, i tempi per una prospettiva così radicale purtroppo sono ancora lontani dall’essere maturi.

 

Marco Niro

Questotrentino n° 15, 16 settembre 2006

 

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