Controcanto

Oriana è morta della sua rabbia

 

Oriana è morta, consumata dalla rabbia e dall’orgoglio. Nel suo ventre arido ululava la disperazione di un bambino mai nato. Povera Oriana. Così famosa e così sola.

Così nota e così fallita. Io muoio, e tutto il mio mondo morirà con me. Après moi le deluge. E lo ha invocato, quel diluvio, con tutte le sue forze, le voce arrochita dalle sigarette riecheggiata all’infinito su tutti i media.

Il diluvio, invocava. Il diluvio di fuoco. Non su se stessa, naturalmente, perché la malattia l’avrebbe preservata. Né sui figli che non aveva. Il diluvio lo voleva per noi, per i nostri, di figli.

E tutti travolti dall’ammirazione a gridare brava, bis! Ormai dimentichi degli orrori di una guerra finita oltre sessant’anni fa, annoiati a morte dal sesso sesso dei media, assetati di emozioni sempre più forti.

Noi non siamo razzisti, sono gli islamici che sono terroristi!

E nessuno che si ricordi che fino all’11 settembre gli islamici nessuno li aveva mai sentiti nominare, a parte che durante la guerra alla Jugoslavia avevamo preso le loro parti.

E nessuno che si chieda come mai il terrorismo sia cominciato, ma guarda te la coincidenza, solo dopo che siamo andati a bombardarli.

E nessuno che si chieda quale mai nazione sia il Terrorismo, cui abbiamo dichiarato guerra, né come si faccia a vincere una guerra contro un termine astratto. Ma poi lo abbiamo capito: il Terrorismo è l’Islam. Ce lo ha spiegato la Oriana.

E nessuno che si sia chiesto, poiché i terroristi che hanno attaccato le Twin Towers si sono immolati durante la loro azione, se fosse giusto accusare di terrorismo intere popolazioni, e poi andare a raderle al suolo.

E se invece qualcuno si fosse chiesto come mai quei 19 terroristi si sono suicidati pur di ammazzare dei cittadini americani?

E se invece qualcuno avesse ascoltato le suppliche del popolo afghano il quale, capitanato da Osama bin Laden, con le armi e i soldi degli USA aveva sconfitto la Russia e vinto sul campo per conto dell’America la guerra fredda, e quindi fatto cadere il muro di Berlino, con 23 anni di una guerra che aveva devastato il Paese e lasciato la maggior parte dei sopravvissuti privi di qualche arto?

E se Bush si fosse ricordato che l’America, dopo aver distrutto la Germania durante la II guerra mondiale, l’aveva aiutata a rimettersi in piedi col piano Marshall, guadagnandosi l’amore di un paese che fino al giorno prima bombardava a tappeto?

E se qualcuno avesse letto da qualche parte che i profumi, le pietre preziose, la poesia, il piacere di vivere ci sono arrivati dall’Oriente?

E se qualcuno si fosse chiesto come mai, da ricchi e pacifici che erano, sono diventati straccioni?

E se qualcuno si fosse chiesto come mai a un certo punto si sono messi a odiarci, e se non fosse più intelligente, invece di andare a fomentare altro odio con altre guerre contro un miliardo e duecento milioni di islamici, cercare di andare d’accordo?

Ma purtroppo le cose sono andate altrimenti, e la storia ha già preso il suo corso. La guerra all’Islam la vogliono tutti, e il mondo sta correndo verso una confrontazione globale.

Senza ricordare che le armi in nostro possesso sono ormai in grado di cancellarci insieme a ogni forma di vita dalla faccia della terra, né che gli odi suscitati dalle nostre guerre spingono ormai quotidianamente decine di persone a farsi saltare per aria pur di ammazzare qualcuno di noi.

Alla corsa verso lo scontro di civiltà partecipano tutti.

Molti, come i produttori di armi, i fornitori degli eserciti, i futuri ricostruttori e i petrolieri ci fanno dellle fortune immense.

Oriana Fallaci era una di loro.

E se i tempi si faranno duri, e la rovina e la morte che oggi imponiamo agli altri magari qualcuno ce la restituirà, la Fallaci non sarà qui a subire le conseguenze dei suoi incitamenti.

Beata lei.

 

Piera Graffer

l’Adige, 17 settembre 2006

 

 

PS: Direttore, dissento totalmente dalla Sua interpretazione di amore del libro di Oriana “Lettera a un bambino mai nato”. Lo lessi con orrore assoluto (ancora non ero madre) e, da sua ammiratrice fanatica qual ero, iniziai ad aborrirla.

Quel libro è un concentrato di odio per il bambino che si portava in pancia, e non stupisce che, travoltone, sia morto prima di nascere.

Da allora ho provato ribrezzo per quella donna che metteva se stessa e i propri capricci davanti alla vita di suo figlio.

Non sempre i figli riescono come li vorremmo.

Non sempre ci specchiamo nelle loro idee e nelle loro scelte di vita.

Spesso, se non quasi sempre, ci feriscono il cuore.

Ma non per questo non li poniamo sempre, come che siano o quali che siano le loro scelte, prima di noi stessi.

Oriana in quel libro ha dichiarato l’opposto.

I suoi libri successivi, veri e propri distillati di odio assoluto, hanno rafforzato la mia opinione.

 

 

 

Geniale, antipatica, controcorrente

La cronista delle guerre che diventò guerriera

 

Guardate, qui in alto, quell'Oriana del 1963, trentaquattrenne dunque. C'è già uno stile unico, un'impronta inconfondibile, ci sono gli strumenti e le stimmate di una carriera favolosa: di una toscanina esile che diventa leonessa, primadonna, amatissima e odiatissima come si conviene ai fuoriclasse, ai grandi geniali antipatici. Autoreclusi e «invisibili», poi: come Salinger, come Mina. Unico anche il nome: quante Oriane conoscete? Oriana è solo lei. Torniamo alla fotografia del 1963: in primo piano c'è la custodia di una macchina per scrivere, davanti a lei uno dei primi registratori d' epoca (adesso spariscono in un taschino), lei ha le sopracciglia marcate e inarcate - tra l'interrogazione e l'alterigia - le ciglia ben truccate come usava, si vede che ha appena fumato una delle sue mille sigarette o che sta per prenderne un'altra (e difatti nella foto «gemella» ci sono la sigaretta e il registratore), la mano sostiene il mento in un atteggiamento di sfida e forse di vago fastidio, un anello sobrio con una piccola perla, un orologino, una camicetta presumibilmente bianca. L'inviata speciale che si avvia a diventare un mito non ha bisogno di apparire folkloristica, esploratrice, fatale come la spia Mata Hari. Le basta fissarti con quegli occhi pronti a scagliarti frecce acuminate, occhi implacabili, presuntuosi e temerari.

Si può dire ciò che si vuole, post-mortem, della Fallaci, da militante antifascista a icona della destra, sempre politicamente scorretta (il che comunque è un pregio): ma in in mondo maschilista com'era il giornalismo anni Cinquanta-Sessanta, la signorina di Firenze si è imposta con una determinazione da valchiria, una grinta da vendere, una sfacciataggine pertinace, la civetteria della non-civetteria, e soprattutto senza occhieggiare a nessuno, senza fare la buonista e la piaciona, anzi cercando il contropelo, le interviste non addomesticate, le cause perse o dubbie.

Caratteristiche che conservò diventando scrittrice e innamorandosi via via di un resistente greco, di un leader druso, di un bambino mai nato, e cominciando a praticare una scrittura intinta nel furore, ben prima di concepire «La Rabbia e l'Orgoglio», manifesto internazionale di un Occidente non rassegnato a farsi massacrare dal terrorismo e colonizzare dai musulmani.

In quest'ultima battaglia, Oriana Fallaci ha scritto - con stile turgido e tonitruante, spesso ridondante ma sempre avvincente - cose sacrosante (c'è un Occidente consumista, rincretinito e vigliacco che è pronto a calare le brache anche rispetto ai valori della democrazia laica e pluralista) e cose terrificanti, inaccettabili, orribilmente razziste. Ha trasformato un miliardo di musulmani in un'onda malefica di tagliagole pronti a sgozzarci tutti e a far esplodere col tritolo la sua Santa Maria Novella, il suo Duomo del Brunelleschi, San Pietro e tutte le chiese d'Italia e d'Europa: di cui all' Oriana importava ben poco sul piano della fede religiosa (era un «atea cristiana» dice mons. Fisichella) ma che vedeva come simboli di una tradizione che la maledetta - secondo lei - marea musulmana si voleva risucchiare in un'orgia di preghiere coraniche, scimitarre affilate, burqa e puzza di kebab.

Ecco, alla scrittrice Fallaci si poteva perdonare quasi tutto (così si deve fare con gli artisti) ma all'intellettuale-giornalista non si può non contestare che i suoi ultimi libri hanno criminalizzato un'intera religione e interi popoli, rovesciando taniche di benzina in un incendio mondiale che certo non aveva appiccato lei, ma che crociate "alla Fallaci" rischiano di trasformare in una guerra permanente tra inciviltà, oltre che in uno scontro tra civiltà.

È un segno del destino che Oriana se ne sia andata mentre Papa Ratzinger - in cui lei riponeva le ultime speranze di una riscossa dell'Europa cristiana - veniva subissato di critiche musulmane (in buona parte sproporzionate e strumentali) per le sue dure parole sulla guerra santa. Chissà che cosa avrebbe scritto la Fallaci domani, in difesa del pontefice cattolico romano e al contrattacco dei detestati arabi maomettani. Il cancro - con cui guerreggiava da anni, un altro odiato nemico - non le ha permesso di scrivere un altro capitolo della sua rabbia e del suo orgoglio.

Forse è meglio così: perché un'inviata di guerra dovrebbe nutrire orrore per l'odio, invece che incrementarlo con le sue pagine stra-indignate, stra-furiose e stra-lette.

Chissà che l'aldilà, se c'è, non le riservi una clamorosa sorpresa. Chissà che, se e quando capitasse al cospetto dell' Onnipotente, costui - se c'è - non le spieghi paterno che gli uomini si sono fin troppo scannati nel nome di Dio. Che - si chiamasse Dio, God, Jahvè o Allah - sempre lo stesso Padre era, e che dunque, spurgata la colpa di aver scritto troppe parole di rabbia, toccasse ad Oriana la sorte di coabitare, nelle praterie del cielo, con i suoi avi fiorentini ma anche con una grande, numerosa e affettuosissima famiglia di marocchini.

E chissà che, col piccolo Mohammed in braccio, anche la giornalista guerriera riscopra finalmente le parole della pace e della tenerezza, amandolo perfino, come aveva amato teneramente quel «bambino mai nato» a cui aveva scritto una lettera indimenticabile, tanti anni prima.

 

Paolo Ghezzi

l’Adige, 16 settembre 2006

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