Missione Oggi n° 7, agosto-settembre 2006

 

 

LA DECRESCITA PUÒ SALVARE IL PIANETA

a cura di Marino Ruzzenenti e Fausto Piazza

 

“I soldi non danno la felicità”. È la conclusione di uno studio condotto da un ricercatore della Stony Brook University Arthur Stone, su un campione di soggetti monitorati per registrarne i cambiamenti d’umore, e pubblicato su “Science”. Ciò rivela che anche nel mondo accademico cominciano a farsi strada domande che serpeggiano nell’animo di molti di noi e che governanti miopi cercano di tacitare promettendo all’infinito un futuro di crescita: che senso ha e fino a quando potrà durare questa giostra di produzione di cose inutili? Sono le stesse domande da tempo poste dai critici del modello dominante, che prima nessuno si sarebbe sognato di prendere in considerazione e, meno che mai, avrebbe posto al centro di un progetto di ricerca. Le risposte sempre più confermano le contraddizioni di quel modello. Di fronte a una società e un’economia basate sulla crescita, e ai problemi che questa comporta, si può restare passivi, o attivarsi per il cambiamento. Volendo offrire un contributo originale ai nostri lettori, ci siamo rivolti a figure un po’ atipiche fra gli esperti in materia: l’economista Bruno Amoroso e l’ambientalista Michele Boato. A quest’ultimo, in particolare, abbiamo chiesto di delinearci le motivazioni ecologiche che spingono in una direzione di un’economia della decrescita. Inoltre, al di là di quanto possibile e doveroso fare sul piano personale o, collettivamente, “dal basso” per indurre modificazioni nel sistema del mercato (sobrietà, nuovi sitli di vita, ecc.) ci è parso valesse la pena approfondire il problema di come queste istanze possano essere assunte dalla politica agita dalle istituzioni e dalle organizzazioni esistenti (partiti e sindacati). Su tale argomento intervengono sia il professor Amoroso, sia l’ex assessore all’Ambiente del Comune di Venezia, Paolo Cacciari.

 

 

Crescita decrescita e bene comune

 

Nel dibattito corrente si confrontano da qualche tempo due posizioni, quella della crescita e quella della critica allo sviluppo, entrambe rivolte ad agire sullo stesso indicatore, il Pil (Prodotto interno lordo), per risolvere il problema della sua insufficienza con metodi diversi. I sostenitori della crescita, oggi prevalenti, sostengono che solo aumentando la produzione, il consumo, l’esportazione e quindi la produttività e competitività del Paese si possano superare i problemi dell’emarginazione sociale e della disoccupazione ancora forti nei Paesi europei. È la tesi sancita nell’Accordo di Lisbona dell’Unione europea all’inizio del “nuovo millennio”. I critici pensano invece che cambiando la qualità della crescita e dello sviluppo, e con politiche economiche diverse, sia possibile far fronte ai rischi dovuti ai danni ambientali, alla scarsezza delle risorse, alla disoccupazione, emarginazione sociale, ecc.. Sia i sostenitori della crescita sia i critici dello sviluppo si sono abbeverati alla fonte della modernità occidentale e sono convinti che limiti obiettivi alla crescita non ce ne siano: l’uomo - come si sa - è il padrone dell’universo e la sua Scienza sarà certamente capace di risolvere i problemi che ci affliggono.

 

La tesi di questo articolo è diversa da entrambe le posizioni richiamate, sia nella definizione dei problemi sia nelle soluzioni indicate. Affermo che un Paese e un’economia tra i più ricchi d’Europa, e che quindi già copre un ammontare di produzione e di consumi anche energetici di gran lunga superiori all’ammontare della propria popolazione rispetto al resto del mondo, non abbia bisogno di crescere per risolvere problemi che sono di distribuzione sociale, dei redditi e del lavoro. Così come ritengo che sia scorretto affermare che si entri in una situazione di decrescita o di crisi se l’indice annuale del Pil è 0. Lo 0 del Pil significa semplicemente che il Paese ha prodotto nell’anno in questione un ammontare di beni e servizi che gli consentono di conservare la propria posizione privilegiata a livello mondiale. Non ha quindi problemi di sopravvivenza, semmai di abbondanza.

Questo Paese può scegliere di utilizzare questa posizione per innovare all’interno la sua mega-macchina produttiva, organizzando una migliore e più equa distribuzione del lavoro e dei redditi, lavorando meno e lavorando tutti, di re-orientare in modo intelligente i propri consumi tenendo conto dei costi energetici e ambientali per evitare strozzature di costo e di scarsità. Così anche può decidere di liberarsi dei settori improduttivi (la finanza) e nocivi (la guerra) che assorbono fette consistenti di reddito e ne limitano la sua efficienza sociale e produttiva, sono problemi di scelte politiche e culturali che nulla hanno a che fare con l’ammontare ed il calcolo economico del Pil

Sono consapevole del fatto che l’Italia, purtroppo, si è impegnata al rispetto dei parametri di Maastricht e del Patto di stabilità che partono da presupposti diversi: e vale a dire che i privilegi del mondo ricco, della Triade della globalizzazione alla quale si è agganciata l’Ue, non sono negoziabili in nome della giustizia sociale mondiale e dei popoli. Un concetto di giustizia, quello dei popoli, non riconosciuto dall’Unione europea e dai Tribunali internazionali, rivolti invece a affermare e proteggere il diritto al “bottino” dell’Occidente sui mercati mondiali, cioè alla rapina delle risorse mondiali e degli altri popoli a proprio uso e consumo

Ed è anche vero che questo lo si vuole far passare sia come diritto internazionale sia come “buona economia” ed “economia sana”. Si tratta di principi dell’economia politica studiati su manuali diversi da quelli scritti da Federico Caffè, da John Kenneth Galbraith e Gunnar Myrdal, ai quali gli economisti nostrani ormai alla guida delle istituzioni finanziarie e economiche del paese farebbero bene a non richiamarsi troppo spesso a sproposito, se vogliono evitare il rischio di essere valutati come “cattivi studenti” che facevano finta di studiare e, in ogni caso, senza capire.

L’Italia di balzi in avanti e di miracoli economici ne ha fatti molti per non aver imparato che la promessa prima, la crescita poi, la distribuzione (dei redditi e del lavoro) sono un imbroglio elettorale. Tutti ricordano che l’introduzione delle nuove tecnologie con le quali sono state annunciate la “Società dell’informazione” e, in seguito, la “Società della conoscenza”, ottenne il consenso dei sindacati e dei cittadini poiché, si sostenne, avrebbero ridotto la fatica del lavoro, eliminato i lavori pesanti e rischiosi, incluso nel lavoro anche i gruppi emarginati socialmente e geograficamente, avrebbero accresciuto le possibilità di partecipazione dei cittadini, ecc. I risultati della sciagurata adesione a quei progetti di società sono sotto gli occhi di tutti. Chi lavora oggi lavora più di prima, molto di più, ed è sottoposto a maggiore stress; i lavori pesanti e rischiosi li fanno gli immigrati; il numero degli esclusi è cresciuto; il tele-lavoro per gli abitanti delle zone remote è rimasto nei programmi televisivi che lo hanno illustrato ed è, al massimo, servito a finanziare lavori “socialmente utili”; la partecipazione è diminuita se è vero che si grida alla democrazia a rischio nel nostro Paese.

Se poi si è convinti che nuovi “balzi” e “nuovi miracoli” siano necessari, non si capisce perché il Paese abbia rinunciato a quegli strumenti collaudati che questi risultati hanno reso possibile nel passato, come il controllo della moneta nazionale, delle politiche fiscali e della spesa pubblica, dei movimenti commerciali e dei capitali. Ci sarà pure una ragione se quei Paesi dell’Unione che maggiormente hanno resistito a queste cessioni di sovranità e sono rimasti fuori dell’area dell’Euro sono quelli che oggi godono economicamente (in termini di Pil s’intende) ottima salute. Tuttavia, pretendere coerenza dalla politica economica non porta lontano. Torniamo quindi a discutere dell’economia e delle sue dinamiche reali.

 

Problemi e risposte nella critica al Pil

Il problema dei ”limiti allo sviluppo”, ”limiti alla crescita”, ”limiti alla concorrenza”, è stato posto e affrontato a partire dagli anni ‘60, dando origine a una serie di tentativi concettuali e di politiche, sia nazionali sia internazionali, per dare risposte appropriate: da un lato coloro che evocano lo “sviluppo sostenibile”, fino alle più recenti proposte di “globalizzazione democratica”, di “globalizzazione dal basso”, ecc.

Dall’altro il richiamo, più recente, alla “Decrescita”, alla “Sobrietà”, agli “Stili di vita”, ecc. concepiti come alternativi ai primi. I risultati di questi sforzi non sono certo consolatori se di recente, tra gli altri, un noto studioso di problemi ambientali come Lavelook ha dichiarato che ormai è troppo tardi ed entro 15 anni assisteremo all’inizio della fine della vita sul pianeta terra, e un autore come Jared Diamond ha titolato “Collasso. Come le società scelgono di morire e vivere” (Einaudi, 2005) il suo recente saggio.

Da questa situazione e da queste proposte occorre ripartire con spirito critico nella consapevolezza che i moniti, gli appelli, le carte dei diritti, le convenzioni internazionali non hanno finora funzionato. La riflessione sul perché di questi fallimenti è necessaria. Una interpretazione diffusa è che il fallimento è dovuto all’assenza di risposte alle domande poste dai problemi che generano la crisi dello sviluppo – deficit ambientale, deficit sociale e deficit politico - e da qui il peggioramento della situazione.

A mio avviso una diversa lettura degli eventi è possibile e forse più utile. Non è vero che le domande non abbiano ricevuto risposta. In realtà hanno ricevuto tre diverse risposte, che dobbiamo stare attenti a non confondere tra loro, promosse dai tre fenomeni maggiori che caratterizzano oggi il quadro mondiale: la globalizzazione capitalistica, l’universalizzazione dei diritti e la mondializzazione dei popoli. È solo dopo aver preso in esame i contenuti di queste risposte che possiamo valutarne le debolezze o le loro future potenzialità.

 

La globalizzazione capitalistica

Partiamo dalla risposta della globalizzazione, cioè dei Paesi industrializzati del nucleo della Triade (Giappone, Unione europea e Stati uniti). Dopo gli studi del Club di Roma avviati dagli anni ‘60, che hanno messo in luce i limiti delle risorse e i danni ambientali, e confermati successivamente in sede internazionale (Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite del 1972, il Rapporto Brundtland del 1987 su ambiente e sviluppo, il Trattato di Kyoto del 1988), due percorsi erano possibili:

  • Il riconoscimento dell’impossibilità di duplicare a livello mondiale il sistema di produzione e consumo capitalistico e quindi una sua profonda riforma compatibile e coordinata con i programmi di crescita delle altre economie del mondo. Da qui una autocritica dell’Occidente e la dismissione delle sue strutture di potere politico e militare per aprirsi al dialogo con altre culture e Paesi.
  • Oppure, la dichiarazione di non disponibilità a riconsiderare i presupposti della modernizzazione occidentale, da riaffermare invece come scelta di supremazia a livello mondiale, e quindi una scelta “ambientale” ed “energetica” basata sul blocco della crescita e dello sviluppo per il “resto del mondo”, cioè per i 4/5 dell’umanità.

Le forze della globalizzazione, vale a dire le poche migliaia di imprese e famiglie dei Paesi ricchi che contano nell’economia mondiale, hanno scelto questa seconda strada. È nato così il progetto dell’apartheidglobale, dentro il quale Stati Uniti, Giappone e Unione europea sguazzano da circa un trentennio cercando di intorbidare le acque per conservare intorno a questo progetto criminale il consenso dei propri popoli e per riuscire a neutralizzare con la forza le resistenze degli altri.

Noi che siamo dentro questo disegno, e quindi complici, dobbiamo riconoscere che la scelta poteva essere diversa. Bisognava partire dall’onesto riconoscimento che il modello di modernizzazione occidentale non è duplicabile a livello mondiale; in altre parole, è un sistema di produzione e di consumo non estendibile a 7 miliardi di abitanti del pianeta terra. Si è preferita invece, con ampia condivisione dei popoli di queste aree ricche, l’idea di una sostenibilità del pianeta basata sulla scelta di limitare l’area della crescita e del benessere a 700 milioni di persone, vale a dire a noi stessi.

Questa è stata ed è tuttora la nostra risposta al deficit ambientale. Il deficit sociale ha anch’esso ricevuto risposta dai Paesi ricchi: si è tolta dal cartello elettorale la promessa del welfare, sia nazionale sia mondiale, dichiarando questi modelli di solidarietà obsoleti e da sostituire con quelli del workfare, un sistema che cancella i diritti sociali di cittadinanza e li rende dipendenti dal lavoro prestato.

Restavano infine da risolvere i problemi del deficit politico e del deficit democratico che questi eventi certamente avrebbero scatenato con la reazione dei ceti medi impoveriti e dei popoli esclusi. Da qui la risposta con la “guerra al terrorismo” e la warfare, vale a dire un sistema di produzione, consumo e occupazione (lavoro mercenario) basato sulla guerra

 

L’universalizzazione

Questa è una risposta diversa da quella della globalizzazione, messa in atto dalle istituzioni internazionali deboli (rispetto ai poteri forti delle istituzioni della globalizzazione) spinte dai Paesi e Stati colpiti dai flagelli prodotti da queste politiche e sostenuta dalle ong dei vari Paesi. Risposta debole poiché accetta la globalizzazione come terreno di confronto e orizzonte realistico di vita, e cerca di evitarne i danni peggiori con l’appello all’”etica” e alla “giustizia internazionale” che la globalizzazione ha già ridefinito proprio per favorire le sue politiche.

Gli ossimori che queste risposte hanno prodotto sono numerosi: guerra umanitaria, globalizzazione dei diritti, globalizzazione dal basso, villaggio globale, bombe intelligenti, intelligence militare, e così via. Una linea, questa, che offre un terreno favorevole di coltura e di compromesso per la maggior parte delle ong internazionali che, come è noto, per oltre il 90% appartengono ai Paesi del Nord. L’enfasi retorica di questi movimenti e istituzioni sulla sostenibilità e la solidarietà è inversamente proporzionale al loro impatto reale, anche se apprezzabile, per i fini educativi che si propone.

 

La mondializzazione

Infine va considerata la risposta dei Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina che si oppongono al disegno dell’apartheid, riprendendo le vie nazionali di sviluppo (sostenibilità sociale) e cercando di far fronte ai problemi energetici e ambientali mediante nuove forme di cooperazione internazionale e regionale (sostenibilità economica). Essi cercano di proteggersi, inoltre, dalle aggressioni militari della Triade (sostenibilità politica). Un progetto di sostenibilità, questo, che per aver successo deve essere in grado di evitare lo scontro con i Paesi industriali dell’Occidente, il che dipende dalle reazioni che all’interno dell’Occidente potranno manifestarsi.

Le risposte alla sostenibilità ambientale, sociale e politica di questi Paesi e del loro progetto è insita nel loro percorso di emancipazione e può quindi influenzarlo positivamente. La loro resistenza ai tentativi di assimilazione alle forme di produzione e cultura della modernizzazione occidentale sono i fattori di freno più importanti a un conflitto altrimenti ravvicinato per la spartizione delle risorse mondiali.

Bruno Amoroso

 

 

 

 

Dalla società del benessere al bene comune

 

Quali sono il significato e le implicazioni del passaggio dalla critica dello sviluppo e della decrescita nei Paesi occidentali all’elaborazione di un nuovo progetto di società? Quali sono i passaggi necessari per trasformare i nostri Stati del Benessere, intrisi della cultura della crescita e dello sviluppo, in comunità e società del Bene Comune? Il primo dei due fondamenti di questa proposta è di certo una grande rivoluzione culturale ed educativa incentrata sul rispetto della vita e del vivere insieme sul pianeta. Possibile solo se si accetta un principio di eguale legittimità delle culture e dei popoli esistenti, se si afferma un principio di massimo rispetto della vita in tutte le sue forme, se alla cultura della competitività si sostituisce quella della cooperazione e della solidarietà. Compiti non facili, in particolare per le culture occidentali cresciute su un monoteismo che ha invaso tutti gli angoli del pensiero e che è strumentalizzato dal pensiero laico e materialistico (la cultura della borghesia) ai propri fini di potere.

Il secondo fondamento è il bisogno di rivedere in profondità l’organizzazione e i contenuti delle nostre economie e società. All’interno dell’Occidente il problema della decrescita, e quindi della sostenibilità, è stato posto come un problema di necessità. Un passo indietro da fare rispetto al benessere materiale per tener conto delle compatibilità ambientali e degli altri (la solidarietà). Se questo argomento avesse funzionato sarei disposto ad accettarlo, anche se non lo condivido. Ma poiché non ha funzionato sino a oggi, credo sia utile spiegare il perché e, infine, dire perché non lo condivido.

Non ha funzionato perché a ogni argomento di critica basato sulla scarsezza delle risorse è automaticamente data risposta con il rinvio alla fiducia illimitata nella scienza e nelle tecnologie. Sappiamo ovviamente che la scienza e la tecnologia non sono la soluzione, ma spesso la causa dei problemi che abbiamo prima ricordato, e che il loro progresso non fa che aggravarli in tutti i settori; tuttavia questa resta una tesi incrollabile in Occidente. È una tesi che cerca di legittimarsi sul piano razionale, ma che in realtà si manifesta come uno dei veri “credi” dei non credenti.

 

Sentieri di emancipazione

La mia tesi è che la decrescita è necessaria non per problemi di risorse o di efficienza, ma perché il nostro modo di vita così come è non ci piace e non ci soddisfa. Come si fa ad amare le città invivibili nelle quali ci hanno rinchiuso, le case sempre più luogo di isolamento e individualizzazione dove si vive barricati e assediati, le forme di consumo sempre più minacciose per la vita e la salute e fonte di imbecillimento collettivo? Come si fa a dipendere sempre più da un sistema economico invadente e prevaricante che appesta i tempi della vita quotidiana, che ci separa continuamente da tutto ciò che più amiamo guidato dall’”incubo dei contabili”, e che “sarebbe capace di spegnere la luna e le stelle perché non danno dividendo” (Keynes). Eppure sono questi i criteri in base ai quali abbiamo chiuso cinema, teatri e musei; stiamo riducendo le scuole e le università a centri business e luoghi di allevamento per polli in gabbia, ingabbiamo chiese e monumenti con i pannelli del restauro della pornografia consumistica.

Questi nuovi percorsi verso il Bene Comune richiedono un risveglio delle comunità, l’elaborazione dei loro specifici sentieri di emancipazione per riappropriarsi del proprio futuro mediante un progetto di società solidale e di vita. Oltre all’educazione, base di una rivoluzione culturale, dobbiamo guardare all’economia e ai poteri che ci sono intorno. Più della metà del Pil del nostro Paese proviene non dalla produzione di beni e servizi utili, ma da guadagni originati dalla speculazione finanziaria e dalla produzione di merci nocive e pericolose (oggetti inutili e le armi tra questi).

L’esistenza di questa metà delle nostre economie che produce nulla di buono, e certamente non beni e servizi per il mercato, ha due effetti nocivi sull’economia reale e la vita delle persone. Il primo è quello di generare una fonte di reddito che va a distorcere il mercato dei beni e dei servizi spingendo l’intero sistema dei prezzi verso l’alto a danno dei lavoratori e consumatori. Ciò fa sì che del reddito guadagnato da un lavoratore o pensionato la metà almeno va a pagare l’effetto di inflazione prodotto da questi redditi da rendita di posizione che a loro volta incentivano rendite e speculazioni. Il secondo è quello di isolare metà del lavoro in attività inutili e nocive e costringendo quindi tutti a lavorare di più per tenere in piedi l’economia reale.

 

Dalla decrescita al risveglio delle comunità

Immaginiamo di poter decidere di tagliare queste attività parassitarie e negative per la vita delle persone, idea perfettamente logica almeno come ragionamento astratto, quali conseguenze questo avrebbe in termini di benessere e di Bene Comune della società? Sul mercato non si avvertirebbe granché, poiché la quantità di beni disponibili resterebbe la stessa. Arriverebbe però la metà del volume dei redditi che entrano in circolazione in un anno. In una economia di mercato, così come ci viene spiegato ogni volta, questo produrrebbe fenomeni a catena di aggiustamento verso il basso di tutto il sistema di costi e prezzi, dalle merci, alla casa, ai trasporti, ai servizi, alle tasse da pagare, ecc. Quindi il Paese potrebbe vivere con la metà del reddito nazionale, senza modificare in nulla le proprie forme di consumo reale.

Avverrebbe in pratica un processo generalizzato di deflazione di tutti i valori, ma a somma zero rispetto ai beni prodotti e consumati. Aggiustamenti dovuti alla eventuale sparizione dal mercato di beni di lusso o case costose (per consumo energico o altro) sarebbero solo un ulteriore contributo al Bene Comune, oppure, per dirla nel linguaggio che spesso i governi hanno usato nel passato, “il prezzo da pagare”, ma questa volta non per andare altrove (in Europa, per esempio), ma per restare a casa propria e vivere meglio.

Tuttavia, qualcuno potrebbe obiettare: come faremo a comprare merci dall’estero essenziali per il funzionamento dell’economia, come l’energia, materiali strategici, ecc.? Ebbene, questo spingerà il sistema Paese a forti risparmi di tutti i beni di importazione, a re-orientare le forme di vita verso beni e forme di consumo (trasporti) a più basso costo poiché producibili localmente. Questo sarebbe un campo utile per la ricerca, che anziché inseguire i laboratori internazionali nelle nano-tecnologie e nelle ricerche spaziali, potrebbe utilmente e a più bassi costi applicarsi ad innovazioni utili.

Inoltre, vista l’ossessione degli economisti per i parametri di bilancio, ne deriverà un risanamento della dipendenza economica dall’estero e dalle importazioni ed esportazioni; ma non perché richiesto dai “contabili” di Bruxelles o da qualche altro istituto di rating, ma perché utile al Bene Comune in Italia.

Resta però scoperto un secondo interrogativo, al quale dare risposta. Cosa avverrebbe della metà della popolazione trasferita dai lavori inutili e dannosi ai lavori utili alla società? Avverrebbe quello che si cerca di fare da qualche tempo. Tutti lavorerebbero la metà del tempo attuale, offrendo flessibilità a chi preferisce più o meno lavoro, si rimetterebbero in circolo famiglie, persone e altri per riattivare tutti quei servizi oggi dati in appalto alle istituzioni e al business per sostenere i bisogni delle famiglie, si re-alimenterebbe un vero interesse per fenomeni di cultura, di politica ecc.

Si passerebbe dalla Società del Benessere, che aveva materializzato e quantificato tutta la nostra vita materiale, al Bene Comune. Vale a dire alla riscoperta della vita delle comunità, all’interno delle quali il mercato e le attività economiche ritroverebbero il loro ruolo essenziale, ma delimitato al proprio ambito dei beni materiali. In una società di questo tipo, tutti i processi di gestione finanziaria dello Stato e delle comunità sarebbero molto semplificati, più trasparenti. Pagare le tasse per un’Amministrazione e dei servizi utili diverrebbe una tra le tante attività ovvie dei cittadini.

 

Bruno Amoroso è docente di Economia internazionale e delle sviluppo presso l'Università Roskilde in Danimarca, coordina programmi di ricerca e cooperazione con i Paesi dell'Asia e del Mediterraneo e presiede il Centro Studi “Federico Caffè”. Ha pubblicato “La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè” (Ed. Città aperta, 2004) ed “Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro” (Dedalo, 2000). Ha promosso assieme a Riccardo Petrella l'Università del Bene Comune, di cui coordina la Facoltà della Mondialità

 

 

Precursore solitario

Nicholas Georgescu Roegen

 

(1906-1994), nato a Costanza in Romania, dopo studi di matematica ottenne il dottorato in Statistica nel 1930 alla Sorbona. Professore all’Università di Bucarest, ebbe importanti incarichi pubblici nel suo Paese. L’incontro con Joseph A. Schumpeter a metà degli anni trenta, a Harvard, lo orientò definitivamente verso la scienza economica. Emigrato nel 1948 negli Stati Uniti, fu professore di economia nella Vanderbilt University di Nashville, Tennessee. Georgescu-Roegen è autore tra l’altro di Energia e miti economici (Torino: Bollati Boringhieri, 1998) e Bioeconomia (Torino: Bollati Boringhieri, 2004).

È considerato il fondatore di quel campo di studi transdisciplinari tra economia e ecologia, noto oggi come Ecological Economics, e che egli denominò “bioeconomia”. La straordinaria intuizione di Georgescu consiste nell’integrare l’economia umana nel più ampio contesto dell’economia della natura. Secondo questa prospettiva è chiaro che l’economia mondiale deve necessariamente rispettare alcuni limiti ecologici globali, legati alla capacità di carico degli ecosistemi, alla stabilità dei cicli biologici e geochimici, all’equilibrio del sistema climatico: limiti che il nostro mondo ha ormai raggiunto. Ecco perché Georgescu-Roegen criticò aspramente la crescita illimitata, “la grande ossessione degli economisti” e lo sviluppo sostenibile, arrivando ad auspicare l’avvento di una società della decrescita, che sappia rispondere agli ideali di un’economia giusta e compatibile con le leggi fondamentali della natura.

 

 

 

Politica e decrescita: un rapporto difficile

Intervista a Paolo Cacciari

 

A prima vista la proposta della decrescita appare in rotta di collisione con le strategie e le opzioni politiche oggi in campo. Nelle recenti elezioni uno schieramento è stato battuto perché, dopo tante promesse di un nuovo miracolo economico, ha conseguito una crescita zero, mentre quello alternativo ha vinto promettendo al Paese una forte ripresa. Dunque, l’orizzonte a cui guarda il dibattito politico sembrerebbe opposto a quello della decrescita.

É vero. La politica continua a muoversi dentro il mito bugiardo della crescita illimitata. Lo sviluppo degli scambi economici continua a essere il suo obiettivo. La competizione tra le forze politiche avviene tra chi propone politiche economiche che accreditano una maggiore crescita della produttività, della competitività, del commercio, della circolazione delle merci e del denaro. Le differenze tra le destre e le sinistre sono sui criteri di distribuzione e di utilizzazione tra i membri della comunità, non sul fine.

Ciò avviene perché il benessere e la felicità sono sempre stati associati, nel senso comune di tutti noi, al possesso dei denari necessari all’acquisto dei beni desiderati. Prevale l’idea in cui la ricchezza è semplicemente la solvibilità di ciascuno nel mercato. La “decrescita” (o “a-crescita” per dirla con le parole di Serge Latouche), quindi, è un progetto culturale prima che politico, e sociale prima che economico. Il progetto di una società della decrescita selettiva e volontaria allude alla possibilità di instaurare modalità di relazioni umane liberate dal dominio del mercato, sottratte dalle leggi dell’accumulazione. Un altro modo di considerare i propri bisogni e un altro modo di esaudire i propri desideri.

La politica, attualmente, preferisce far finta di non vedere che il modello di sviluppo occidentale si è cacciato in un vicolo cieco; che la sua civiltà è entrata in una crisi profonda: nei riguardi degli altri esseri umani, delle generazioni future e dell’intero creato. La politica fa lo struzzo perché non ha il coraggio di sperimentare nuove strategie, si fa condurre dall’inerzia, ha paura di perdere consensi dichiarando ai cittadini: “Sapete cosa c’è di nuovo? Tutto ciò a cui abbiamo creduto di più e per cui abbiamo dedicato più tempo e fatica; non funziona più”. Bisogna fare diversamente.

Come potrebbe, invece, il tema delle decrescita essere reinserito nell’agenda del governo Prodi?

Come associazioni ambientaliste abbiamo lavorato in tutta la fase di preparazione del programma dell’Unione per inserire qualche cuneo nel muro delle certezze degli economisti. In alcuni casi ci siamo riusciti. Nel programma elettorale sono entrati principi importanti. É bene ricordarli perché dovremmo vigilare affinché in futuro diventino prassi di governo. Si afferma, ad esempio, che “l’acqua è un bene pubblico” e un “diritto cui va garantita la disponibilità. Entrambe le funzioni (di rete e di esercizio) dovranno rimanere pubbliche”.

Sull’energia si dice che l’impegno prioritario sarà la diminuzione dei consumi totali dei combustibili fossili, oltre che il rispetto degli obiettivi sulle emissioni dei gas climalteranti e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili. Si propone una nuova legge-quadro per il governo del suolo; lo scopo è di “evitare il consumo di nuovo territorio senza aver prima verificato tutte le possibilità di recupero, di riutilizzo e di sostituzione” degli edifici esistenti. Oltre al recupero degli ecosistemi, alla protezione delle biodiversità, alla difesa idrogeologica del territorio, alla valorizzazione del mare, delle montagne, dei piccoli Comuni e all’introduzione delle Valutazioni di impatto ambientale sui progetti infrastrutturali. E ancora viene proposto: l’introduzione di un “codice etico” nella sottoscrizione degli accordi commerciali dell’Italia; la facilitazione della produzione e commercializzazione dei prodotti equo e solidali e del microcredito; la difesa dei diritti dei consumatori/utenti

Infine, si vuole introdurre il cosiddetto “Pil ambientale”. Ciò significa “ampliare il sistema degli indicatori economici in modo da tener conto anche di parametri fondamentali per misurare la qualità della vita e dell’ambiente attraverso l’adozione dell’Indice di sviluppo umano (Hdi nell’acronimo internazionale), nonché di un indicatore che misuri la sostenibilità ambientale”. Tutti sappiamo quanto fuorviante sia assumere il Prodotto interno lordo come unico indicatore del “benessere” di una comunità.

Come costruire un consenso attorno a una prospettiva di decrescita?

Credo che non vi siano scorciatoie a un lavoro di convincimento e di cambiamento molecolare, lillipuziano, diffuso. Dobbiamo riuscire a dimostrare che un altro mondo è non solo necessario, ma che è anche possibile. Incominciamo col dire che basterebbe utilizzare diversamente il 4% delle 225 maggiori fortune del mondo per dare cibo, acqua, salute ed educazione a tutta l’umanità esclusa: 30 milioni di persone ancor oggi muoiono di fame. Ciò che indigna maggiormente è che ora ci sarebbero le condizioni tecniche e le risorse materiali per realizzare produzioni sostenibili dal punto di vista ambientale e condivisibili da quello sociale. Soltanto che è nell’interesse di forze politiche ed economiche mantenere le disuguaglianze e un alto tasso di conflittualità.

Come parlare di decrescita a quei tanti italiani preoccupati di far quadrare i conti nella quarta settimana di ogni mese?

Capisco quanto sia difficile parlare di riduzione dei consumi a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. Eppure la sfida è proprio questa: riuscire a dimostrare che si può vivere meglio con meno. C’è una sfumatura diversa tra l’austerità (imposta dall’alto con le politiche di contenimento dei redditi, i tagli ai servizi pubblici, ecc.) e la sobrietà (scelta volontariamente). Non stiamo parlando di soldi, ma di riuscire a riconoscere a monte quali siano i bisogni autentici delle persone. Stiamo parlando di comportamenti e di stili di vita consapevoli per riorientare e selezionare lo sforzo produttivo dell’intera società. Cioè, si vuole incidere non solo sulla sfera dei consumi, ma anche su quella della produzione.
Se sul mercato arrivano merci riprovevoli (cibo avvelenato, materiali inquinanti, armi…), ciò significa che qualcuno le ha potute produrre. Intervenire solo sul versante dei consumi e non su quello del cosa, come e per chi produrre, è parziale e può essere solamente consolatorio. Insomma, dobbiamo riuscire a passare l’intero modello di sviluppo capitalistico dominante attraverso il vaglio di una verifica critica morale, quindi etica-politica.

Un’impresa titanica, che comporta un salto di civiltà. Si tratta di immaginare una società che riesca ad assicurare a tutti la possibilità di vivere a prescindere dal reddito posseduto; un’economia dove i valori d’uso delle cose indispensabili alla vita non siano mercificati. In molti ci stanno provando nelle reti e nei distretti dell’economia solidale e partecipata, in quelle del commercio equo, nei gruppi di acquisto, nelle comunità, nelle mobilitazioni per il boicottaggio di determinate multinazionali… Queste esperienze dimostrano che sono realmente possibili forme alternative di economia, e quindi anche di società, liberate dal giogo mercantile.

 

Le dieci regole

Campagna per la decrescita. Ecco cosa consigliavano di fare, già nel novembre 2004, Bruno Clémentine e Vincent Cheynet (v. i siti www.casseursdepub.org oppure www.decrescita.it).

  • Liberarsi dalla televisione. Per entrare nella decrescita, la prima tappa è prendere coscienza dei propri condizionamenti. Il primo portatore di condizionamenti è la televisione. La nostra prima scelta sarà di liberarcene. Per tenerci informati abbiamo altre possibilità: quella di ascoltare la radio, di andare a teatro, al cinema, ecc.
  • Liberarsi dall’automobile. L’automobile è uno dei flagelli ecologici e sociali del nostro tempo. Preferiamolei mezzi di trasporto collettivo e meno inquinanti.
  • Liberarsi dal telefonino. Assieme al cellulare, butteremo via i forni a micro-onde, le falciatrici a motore, e tutti gli oggetti inutili della società dei consumi. Torniamo ad utilizzare la posta, la parola.
  • Rifiutare di prendere l’aereo. È il mezzo più inquinante per passeggero trasportato. A causa dell’alta velocità, sballa la nostra percezione delle distanze. Scegliamo mete più vicine, raggiungibili a piedi o in bicicletta.
  • Boicottare la grande distribuzione. La grande distribuzione è inscindibile dall’automobile. Disumanizza il lavoro, inquina e sfigura le periferie, uccide i centri delle città, favorisce l’agricoltura intensiva, centralizza il capitale, ecc. Scegliamo allora l’autoproduzione (l’orto), poi le botteghe di quartiere, le cooperative. Questo ci porterà anche a consumare meno e a rifiutare i prodotti industriali.
  • Mangiare poca carne. O, meglio ancora, mangiare vegetariano. Le condizioni di vita riservate agli animali di allevamento rivelano la barbarie tecno-scientifica della nostra civiltà.
  • Consumare prodotti locali. Quando si compra una banana delle Antille, si consuma anche il petrolio necessario al suo trasporto verso i Paesi ricchi. Produrre e consumare localmente è una delle condizioni per entrare nel movimento di decrescita, affinché ogni popolazione ritrovi la sua capacità di autosufficienza.
  • Politicizzarsi. La società dei consumi ci lascia scegliere tra una Pepsi Cola e una Coca Cola, o tra un caffè Lavazza e un caffè “equo” di Max Havelaar. Ci lascia delle scelte da consumatori. Il mercato non è né di destra, né di sinistra: impone la sua dittatura finanziaria e rifiuta qualsiasi contraddittorio. Questo totalitarismo è paradossalmente imposto in nome della libertà, di consumare. Lo status di consumatore è addirittura superiore a quello di essere umano. Noi vogliamo tornare alla politica – come persone, associazioni, partiti – per poter combattere questo sistema. La democrazia esige una conquista permanente. Muore quando viene abbandonata dai cittadini.
  • Sviluppo della persona. Arricchirsi sviluppando la propria vita interiore. Privilegiare la qualità della relazione con se stessi e con gli altri. Cercare di vivere in pace, in armonia con la natura, non cedere alla violenza che è dentro di noi.
  • Coerenza. Le idee sono fatte per essere vissute. Se non saremo capaci di metterle in pratica, serviranno solo a fare lievitare il nostro ego. Abbiamo tutti fatto dei compromessi nella vita. Ma d’ora in avanti cercheremo di tendere a una maggiore coerenza. Cambiamo noi stessi e il mondo cambierà.

 

La decrescita: la via all’ecologia felice

 

La primavera scorsa, milioni di italiani hanno seguito il doppio confronto in tv tra il candidato della destra e quello della sinistra, Berlusconi e Prodi, a presiedere il nuovo governo italiano. Sui dettagli tecnici si sono sentite alcune differenze: l’uno proponeva di abbassare del 5% le tasse sul lavoro dipendente attraverso la riduzione del “cuneo fiscale”, l’altro invece proponeva di ridurre le tasse sulla casa con l’abolizione dell’Ici. Ma sul piano della proposta economica generale non c’era alcuna differenza: sia la destra sia la sinistra mettevano, e mettono, al primo posto la ripresa della “crescita economica”, indicata col Pil, il Prodotto interno lordo.

 

Sono passati quasi vent’anni dal Convegno che organizzammo a Verona (Alex Langer, Wolfgang Sachs, Giannozzo Pucci, Mao Valpiana e il sottoscritto) dal titolo “Sviluppo? Basta, a tutto c’è un limite!”. Ma quella frase suona ancora come una bestemmia contro la religione dello sviluppo, ora spesso imbellettato dall’equivoco aggettivo “sostenibile”. La crescita dell’economia di mercato è diventata religione di Stato, pensiero unico che unisce politici di tutte le tendenze, banchieri, sindacalisti, industriali, economisti, commercianti, giornalisti, arrivando non di rado agli uomini di Chiesa. Solo se sale il Pil (e crescono produzione e consumi) si possono risanare i conti pubblici, ridurre le tasse, rilanciare le grandi opere, l’occupazione, i redditi e i servizi sociali.

 

Il party sul Titanic

Eppure sono sempre più evidenti alcuni segnali che dovrebbero portare a una radicale inversione di rotta:

  • la crescita vertiginosa della popolazione e della produzione industriale, esplose entrambe nel secolo scorso e proseguite nel XXI°, non lasciano più dubbi sul rapido avvicinarsi dell’esaurimento di alcune risorse, in particolare i combustibili fossili, da cui la società industriale dipende all’80%: in un giorno consumiamo combustibile fossile che la Terra ha impiegato mille anni per produrre. Il “picco di Hubbert” (cioè il picco massimo di produzione giornaliera di petrolio a livello mondiale) probabilmente verrà raggiunto entro il 2010. Dopo, estrarre petrolio sarà ancora più costoso perché la torta sarà sempre più piccola per le esigenze di molti;
  • l’esplodere di continue guerre e crisi politiche internazionali per il controllo delle risorse energetiche, alimentari e idriche: dall’Iraq alla Cecenia, dall’Africa al Medio Oriente;
  • l’aumento incontenibile dei costi, soprattutto energetici: nel 2005-2006 il prezzo del barile di petrolio (158,98 litri) è aumentato di un dollaro ogni 15 giorni. Così come crescono inesorabilmente i costi della depurazione delle acque e dello smaltimento dei rifiuti non differenziati;
  • il moltiplicarsi di patologie degenerative (alzheimer, tumori e leucemie), metaboliche (diabeti) e cardiocircolatorie (infarti) legate al modo di produzione e di consumo industriale e alla vita sedentaria metropolitana;
  • i cambiamenti climatici che si manifestano, oltre che col progressivo aumento della temperatura media mondiale, col moltiplicarsi di eventi catastrofici come gli uragani, brevi periodi di piogge torrenziali con annessi disastri idrogeologici, alternati a lunghi periodi di siccità.

Ciò nonostante, quasi nessuno, non solo in politica ma anche nella vita quotidiana, sembra accorgersene: si continuano a produrre e a comprare allegramente sempre più automobili da mettere in fila nelle tangenziali, spesso con una sola persona a bordo, come se ci fosse un serbatoio inesauribile di petrolio e l’atmosfera potesse assorbire i gas di scarico in quantità illimitate, senza alcuna conseguenza. Si continuano a produrre e a gettare miliardi di bottiglie di plastica mono-uso, si trasportano sempre più merci in luoghi sempre più lontani, su camion e aereo, cioè con mezzi sempre più inquinanti. È in corso un party su un Titanic esteso come tutta la Terra, a cui partecipa circa un miliardo dei suoi abitanti, mentre gli altri cinque stanno ai piani inferiori. Tutti ignari degli iceberg che, se non evitati, faranno colare a picco la nave.

 

Il Pil e la Felicità interna lorda (Fil)

La proposta di passare dalla crescita economica alla decrescita non è una trovata radical-chic. È una strada obbligata, che prima o poi dovrà essere intrapresa; il problema è di farlo in tempo, per evitare un collasso, simile a quello che ha fatto scomparire civiltà che sembravano destinate a un futuro senza problemi, come quelle mesopotamica, maya, dell’isola di Pasqua o della Groenlandia pre-colombiana. La decrescita non è solo una proposta per minoranze “illuminate”, che vogliono sentirsi a posto con la coscienza. Il loro prezioso compito “profetico” è dimostrare, materialmente, che il Pil (o il semplice aumento del reddito) non dà la felicità; che questa si raggiunge più facilmente con una vita basata sulla sobrietà nei consumi e sull’autoproduzione del maggior numero possibile di beni necessari a una vita di benessere.

Segnali significativi in questa direzione vengono, per esempio, da:

  • diversi sondaggi che, in Europa, indicano che la soddisfazione dei cittadini cala, nonostante l’aumento del reddito;
  • i nuovi metodi per misurare il “benessere” proposti alla London School of Economics che, oltre al reddito, considerano altri parametri come l’ambiente, la fiducia, la qualità della vita;
  • su questa linea muove anche la ricerca del Nobel per l’economia 2002, Daniel Kahneman dell’Università di Princeton, che parla di “Pil della felicità” che non misuri solo incrementi di scambi mercantili, ma anche lo sviluppo dei beni relazionali, gli unici che possono aumentare la felicità dei cittadini, fino a prevedere una sostituzione del Pil con la Fil, “Felicità interna lorda”;
  • la proposta fatta recentemente da un ex premier dell’Australia di sostituire il Pil con un indicatore che non misuri la ricchezza prodotta, ma la felicità dei cittadini;
  • come già da alcuni decenni si fa nel regno himalayano del Bhutan, dove il Pil è stato sostituito dal Gnh (Gross national happiness) che misura il livello di soddisfazione dei cittadini.
Proposta di economia locale

La decrescita deve arrivare a essere una proposta complessiva per l’insieme della società, a partire da esperienze locali che si allargano fino a diventare provinciali o regionali. Possiamo indicare alcuni elementi di un possibile scenario economico alternativo alla dittatura del Pil, alla crescita della produzione industriale di merci per il mercato globale:

  • corsi gratuiti di auto-produzione di orticoltura, cucina, falegnameria, cucito, ecc. nelle scuole, dalle elementari all’università, e in sedi pubbliche, mattutine e pomeridiane, aperte a tutti, giovani, adulti e anziani;
  • corsi gratuiti di manutenzione, riparazione, restauro di ogni tipo di bene, dalla bicicletta ai mobili, dall’impianto elettrico a quello idraulico, fino agli elettrodomestici e all’automobile, per farli funzionare al meglio e farli durare il più a lungo possibile;
  • produrre i beni di prima necessità (alimenti, abbigliamento, edilizia e arredo) nel raggio di una cinquantina di chilometri, utilizzando il più possibile materiali locali e/o di recupero, riducendo al minimo i rifiuti, eliminando imballaggi inutili e mono-uso in modo da ridurre al minimo i trasporti e il pendolarismo;
  • in mancanza di beni auto-prodotti, consumare innanzitutto i prodotti locali, debitamente garantiti da marchi di origine e venduti direttamente dai produttori sia nel luogo di produzione sia in frequenti mercati locali;
  • ridurre al minimo i rifiuti domestici, compostando in orto gli scarti verdi e di cucina, oppure comunque con la loro raccolta domiciliare (“porta a porta”) e la tariffa proporzionale alle quantità di rifiuti prodotte;
  • incentivare in ogni modo la mobilità pedonale, ciclabile, su mezzi pubblici a basso inquinamento e tra loro fortemente interconnessi (treni, tram, bus a metano, metro di superficie, taxi collettivi, car sharing e car pulling);
  • sostenere, con mezzi legali e regolamentari, economici e di comunicazione pubblici e privati, l’auto-produzione individuale, familiare e comunitaria oltre che l’economia locale;
  • valorizzare il turismo (anche culturale e naturalistico) nella propria regione;
  • sostenere le Reti di Economia locale e le Banche del tempo, basate sia sul baratto che sullo “scambio circolare” di servizi e di beni: accompagnare i bambini a scuola o gli anziani al mercato, insegnare una lingua straniera o a suonare uno strumento musicale sono “servizi” che devono tornare fuori dal mercato, dallo scambio monetario, per rientrare nella normale vita comunitaria.

 

Alcune grandi esperienze di decrescita collettiva

Gli ogorod russi. Nella Russia post-comunista degli anni ’90 la crisi economica non precipita grazie agli ogorod, gli orti della sopravvivenza. Dopo il 1989 della perestrojka di Gorbaciov e della caduta del muro di Berlino, con lo sfaldamento dell’impero sovietico, tutti gli economisti e gli osservatori politici internazionali si aspettavano il precipitare di una crisi economica catastrofica in Russia, che invece, inspiegabilmente, non c’è stata. I russi sono andati avanti lo stesso, arrangiandosi in qualche modo. In Russia esistono circa 30 milioni di ogorod, gli orticelli privati che erano consentiti anche sotto il regime sovietico.

Trenta milioni moltiplicati per cinque (una famiglia tipica di tre persone, più due nonni) ammonta a 150 milioni di persone, cioè la popolazione della Russia. È coltivando quei campicelli che i russi si sfamano e tirano avanti a dispetto di tutto. Quando c’era ancora l’Urss, gli orticelli privati, pur rappresentando solo il 3% delle terre coltivabili, fruttavano il 25% del raccolto agricolo nazionale.

Questi 30 milioni di orti sono la dimostrazione di quanto sia attuale la proposta dell’economia di autosufficienza lanciata da Gandhi in India negli anni ’30, non solo come lotta contro l’imperialismo britannico, ma come modello di sviluppo.

La Feria del trueque. Argentina 1995–2005: fuoriuscita dalla crisi della disperazione anche attraverso la Feria del trueque, il mercato dello scambio. Negli anni ’90, con tagli selvaggi della spesa pubblica, privatizzazioni senza regole (se non il puro interesse delle multinazionali) si acutizza sempre più il fenomeno della disoccupazione e dell’inflazione che nel giro di una settimana lascia in mano banconote senza alcun valore. In questo contesto nasce la Feria del trueque nel sud della provincia di Buenos Aires e da lì si espande in tutto il Paese, con la partecipazione di milioni di persone che scambiano tra loro beni e servizi, usando, quando necessario per compensare, un mezzo di scambio chiamato “credito”. Non è stato facile mantenere il carattere non mercantile, non capitalistico di queste iniziative: alcune coordinate nella red del trueque solidario (rete dello scambio solidale) hanno mantenuto per anni il carattere partecipativo, “orizzontale”, con cui erano nate; altre (la red del trueque global) sono state un po’ alla volta monopolizzate da piccoli gruppi organizzati che facevano incetta e commercio di “crediti”.

Le due reti si sono separate formalmente nel 2001, ma lo erano di fatto già da molto tempo prima. Inoltre le assemblee che si organizzavano nella rete dello scambio solidale sono servite spesso da base alle assemblee di quartiere nate dopo la crisi politica del dicembre 2001, in cui si discuteva del futuro dell’Argentina a livello economico, istituzionale e politico. Molte persone che hanno fatto parte della Rete dello scambio, ora si dedicano all’Economia sociale e al Commercio equo e solidale.

Moneta e scambio locale a Ithaca (New York) e in tremila altri luoghi. A Ithaca, una cittadina di 30mila abitanti, nello Stato di New York, in opposizione a una catena di supermercati, è stata adottata una moneta complementare al dollaro, Ithaca Hours, basata su un’ora di lavoro, valutata 10 dollari, cioè il doppio del minimo sindacale. Questa moneta locale viene correntemente accettata nel raggio di 50 miglia da oltre 800 aziende ed enti no-profit.
A Ithaca c’è anche una banca di credito cooperativo (Alternative Credit Union) che eroga prestiti a tasso zero e un giornale distribuito gratuitamente in seimila copie che informa sulle attività di auto-aiuto e di promozione della moneta locale. L’obiettivo è opporsi alla finanziarizzazione dell’economia, proteggere lo scambio di beni su scala locale per ridurre l’impatto ambientale delle transazioni, contro la globalizzazione, la de-localizzazione con perdita di posti di lavoro locali e precarizzazione generalizzata.

 

Proposte per la vita personale, familiare o di piccola comunità

L’auto-produzione del maggior numero di beni, di cui si ha bisogno, uscendo dal mercato (dalle merci) e puntando alla filiera completa, dalla materia prima (latte, grano, pomodori, frutta, uova, ecc.) al bene (pane, pasta, dolci, yogurt, passate, marmellate fatte in casa): questa è la principale proposta per uscire dalla dittatura del Pil e del mercato/produzione industriale. È abbastanza facile dimostrare che, in questo modo, si mangia genuino, quasi senza veleni, con sapori, colori e profumi veri, spendendo molto poco in denaro, ma con maggior impegno fisico e mentale. Assieme all’auto-produzione, c’è la sobrietà intesa sia come riduzione di consumi superflui (o addirittura dannosi, come il fumo, l’eccesso di zuccheri e di alcol, ecc.), sia come sostituzione di mezzi inquinanti/discriminanti con altri più “leggeri” ed equi.

Gli esempi più consistenti sono la sostituzione dell’auto privata con i mezzi pubblici o la bicicletta o l’andare a piedi e la sostituzione del riscaldamento/condizionamento a combustibili fossili con una buona coibentazione di muri e sottotetto e i pannelli solari.

L’insieme di autoproduzione e sobrietà (praticato senza estremismi, ma con intelligenza, entusiasmo e, possibilmente, coinvolgendo amici e vicini di casa) oltre a liberarci dalla schiavitù delle merci, rende in gran parte superfluo il denaro, consentendo a chi le pratica una minore necessità di lavoro dipendente e perciò un sacco di “tempo liberato” da utilizzare per il proprio piacere spirituale. La si può chiamare “ecologia della mente” e va di pari passo con l’ecologia tout cour.

 

Per saperne di più

  • J. Diamond, Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere - Einaudi.
  • R. Layard, Felicità: la nuova scienza del benessere comune - Rizzoli.
  • M. Pallante, La decrescita felice - Editori Riuniti.
  • M. Bonaiuti, Obiettivo decrescita - Emi Bologna.
  • Paolo Cacciari, Pensare la decrescita - Cantieri: Carta/Edizioni Intra Moenia, Napoli 2006.
  • N. Salio, Energia e clima – Gaia n° 25, autunno 2005.
  • D. Filippone, Quale energia per il futuro? – Gaia n° 28, estate 2006.
  • J. Balmaceda e A. Franzoso, Al mercato dello scambio – Gaia n° 26, inverno 2005.

 

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