Bruciati 12 anni e 300.000 euro

E il Comune dovrà pagare 4.000 euro di spese al comitato

 

Comune bocciato senza appello e condannato anche a pagare le spese, 4.000 euro da versare al comitato di Ravina. Il dispositivo con le motivazioni della sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso di palazzo Thun sulla realizzazione del forno crematorio in località Pavione, boccia pesantemente la linea di difesa dell'amministrazione. Ma oltre ad essere una sconfitta giudiziaria la sentenza è soprattutto una batosta politica perché oggi il Comune si ritrova proiettato indietro di 12 anni, quando il progetto di forno crematorio muoveva i primi passi, con l'aggravante di aver mandato in fumo in progettazioni inutili e spese legali più di 300.000 euro. E di non sapere da che parte ricominciare.

Le motivazioni usate dalla Quarta sezione del Consiglio di Stato, presieduta dal giudice Stenio Riccio, ricalcano in pieno quelle utilizzate a suo tempo dal Tar. La corte considera pacifica l'interpretazione della disciplina in materia di polizia mortuaria secondo cui un "cimitero" è luogo dove vengono eseguite le inumazioni. Il Comune, rappresentato in giudizio dal professor Paolo Stella Richter, aveva tentato di estendere il concetto anche alla conservazione delle urne cinerarie. Ma i giudici amministrativi fanno presente come la legge in materia, il d.p.r. n.285 del 1990, elenchi i forni crematori come costruzione accessoria di un cimitero al pari di sale d'autopsia e camere mortuarie e ribadisce che «i crematori devono essere costruiti entro i confini dei cimiteri». Dalla lettura congiunta di queste disposizioni deriva la sentenza che fulmina le speranze della giunta Pacher.

La decisione del Consiglio di Stato fa tornare il Comune all'inizio dell'iter per realizzare il forno. Era il 28 novembre del 1994 quando la giunta, allora guidata da Lorenzo Dellai, affidò l'incarico di redigere il progetto esecutivo dell'impianto, da collocare all'interno del cimitero di via Giusti, all'architetto Glauco Marchegiani e agli ingegneri Bruno Bruni e Franco Bortolotti, per un compenso vicino ai 150 milioni di lire. Il progetto, comprendente oltre al forno anche il nuovo ingresso al camposanto, fu approvato il 14 febbraio del 1998. «Si intende rispondere - recitava la delibera - all'esigenza sempre più pressante di dotare l'amministrazione comunale di un impianto di cremazione anche per evitare il trasporto delle salme nei comuni di Mantova e Reggio Emilia». Più che la fretta potè però la forte opposizione di un comitato di cittadini residenti in via Taramelli, quindi toccati da vicino dalla realizzazione dell'impianto. Nonostante il rigetto della richiesta di sospensiva al Tar il Comune decise di chiedere un approfondimento sulle ricadute inquinanti delle emissioni dell'impianto all'Istituto superiore di sanità. Una verifica pagata profumatamente (49 milioni e mezzo di lire) con risultati rassicuranti. Ma la decisione di cambiare rotta stava ormai maturando, spinta anche dai progetti di nuova edificazione che venivano avanti sull'area ex Michelin, al di là della ferrovia e non lontano dal cimitero. La spallata decisiva è proprio da attribuire all'arrivo di Renzo Piano e agli interessi di Iniziative Urbane. «Considerati i programmi di riqualificazione dell'area ex Michelin - spiega la delibera che il 23 febbraio 2004 revoca il progetto Marchegiani - non si è ritenuto di procedere alla realizzazione degli interventi e delle opere come approvate nel 1998». Nel frattempo era già partito l'iter per realizzare il forno crematorio in località Pavione di Ravina con l'affidamento del piano attuativo all'architetto Roberto Ferrari, autore poi anche del progetto esecutivo assieme all'ingegner Claudio Dallabrida. In spese di progettazione per la nuova ipotesi se ne sono andati nel giro di un anno e mezzo, dal dicembre 2003 al marzo 2005, circa 165.000 euro, una cifra lievitata anche per «affinamenti al progetto per ottenere il consenso della comunità» dice una delibera del 31 marzo dell'anno scorso. Proprio a Ravina però era nato qualche mese prima il comitato che darà il colpo mortale al forno di Pavione.

Ora, 12 anni dopo, la giunta è al punto di partenza. Con la differenza che la cremazione è una pratica scelta ormai da un trentino su tre. Il sindaco nei giorni scorsi ha detto che il forno comunque si farà a Trento ma non al cimitero civico. Sulle alternative però è nebbia fitta.

 

Franco Gottardi

l’Adige, 11 ottobre 2006

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