Lettere e commenti

 

La convention a Riva dei medici trentini

 

Chi si aspettava una simpatica rimpatriata ha dovuto ricredersi. Non c’erano nuvole di palloncini colorati, fiumi di coca-cola, montagne di hot-dog e non si udivano musiche sacre col solito ritornello di God Bless America, ma la Convention dei medici trentini ha registrato come quelle tipiche a stelle e strisce l’entusiasmo ed il vivo interesse di schiere numerose, consapevoli che questa era un’occasione da non perdere.

Non si doveva eleggere alcun super candidato, ma meglio ancora si doveva ristabilire la centralità indiscussa di una figura professionale troppo a lungo relegata negli androni poco illuminati della burocrazia. È vero che molti hanno approfittato dell’evento per rivedere colleghi da anni persi di vista, sia quelli rinchiusi nei recinti dei pensionati, sia quelli che lavorano nello stesso ospedale, magari al piano di sopra, ma che si incontrano per caso mentre frettolosamente timbrano il cartellino e presto scappano, ognuno verso le loro incombenze, sempre più numerose, sempre più demotivanti quando niente hanno a che fare con la cura dei malati. Il Palazzo dei Congressi di Riva si è dimostrato una scelta felice, anche se dislocato in una zona periferica della Provincia. Una volta tanto è stato chiaro che per fare bene non c’è bisogno di pagare il tributo all’imperativo della logistica trentocentripeta. Ha iniziato l’autorevole Gios Bernardi a fare il punto della situazione, riuscendo nell’impresa titanica di racchiudere in trenta minuti il racconto di cinquanta anni di sanità in Trentino.

Il senatore Marino, presidente della commissione sanità, ha difeso la recente legge finanziaria ed ha parlato di tagli e risparmi, mentre nella grande sala lo scetticismo si tagliava a macroscopiche fette. Poi dai 650 questionari compilati dai medici, pari al trenta per cento degli iscritti all’Ordine, sono venute fuori osservazioni interessantissime, alcune addirittura clamorose. Il 68 per cento degli operatori sanitari definisce molto problematici i rapporti con l’Azienda, il 56 per cento giudica insufficiente il tempo che si riesce a dedicare al paziente, il 70 per cento definisce pressochè irrisoria la partecipazione dei medici alle scelte strategiche del Sistema Sanitario Provinciale ed il 73 per cento individua come prioritaria la necessità di migliorare i rapporti tra medicina del territorio, specialistica ambulatoriale e ospedale. Il 55 per cento infine chiede una più robusta valorizzazione delle risorse umane. È difficile non preoccuparsi. Nel frattempo appare imminente la discussione del disegno di legge di riordino della sanità. In un organismo di un certo rilievo, il Consiglio sanitario Provinciale, sono finalmente previsti alcuni medici, ma ironicamente è previsto innanzitutto che il presidente debba essere l’assessore in carica, a scanso di sorprese ed alla faccia della partecipazione. Sarebbe utile sapere cosa ne pensano gli interessati. Ma, ricordando il simpatico Mark Twain, sarebbe come chiedere ad un palo della luce cosa pensa dei cani.

 

Antonio Di Gregorio

Trentino, 16 ottobre 2006

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