Peio, l’altare dei Reti a 2.700 metri

Trovato da Ausilio Priuli reca una scritta etrusca

 

VAL DI PEIO - Una lastra di pietra utilizzata per il culto con un'iscrizione in caratteri etruschi, probabilmente adattati dalle locali genti retiche, è stata ritrovata a 2.700 metri di altitudine in una valletta laterale della Val di Peio. Incise nella pietra, sono visibili quattro lettere di una certa dimensione (15-20 centimetri di altezza) a formare la parola Asih, che sta per ara, altare. L'altare è databile fra il V secolo a.C. e il I dopo Cristo e non è isolato: altre pietre recanti iscrizioni meno visibili sono presenti sul sito, che si ipotizza legato al culto delle vette o delle acque, vista la presenza di laghetti e la relazione possibile con i massi coppellati nella zona. Si tratterebbe - l'affermazione attende conferma - dell'altare più alto scoperto finora in Europa.

Lo straordinario ritrovamento, assieme a varie incisioni rupestri e a decine di massi a coppelle (le incavature a forma di piccola coppa che si realizzavano come forma di preghiera e per attivare le forze della natura), è opera di Ausilio Priuli, il celebre archeologo camuno - scopritore di moltissime incisioni rupestri - che ha fondato e dirige il Museo di Capodiponte. Priuli lunedì ha illustrato al Comitato di gestione trentino del Parco dello Stelvio i risultati della campagna triennale di indagini archeologiche commissionatagli dal Parco stesso. E non senza emozione, i risultati più vistosi delle sue ricerche aprono un capitolo nuovo nello studio della preistoria della Val di Sole. Testimoniano, in particolare, una frequentazione assidua del territorio dal Mesolitico in poi, evidenziando l'esistenza di percorsi obbligati che mettevano in comunicazione questo lembo di Trentino con l'alta Valfurva e la Valcamonica. Presenze legate dunque ai camuni, e alla loro tradizione di incisori fin dal Paleolitico.

Le rocce che recano tracce di incisioni rupestri - scoperte anche in Val di Rabbi - sono situate lungo i percorsi che conducono a cime e passi che portano al Gavia. Accampamenti anche di 10 mila anni fa (ma non è escluso che siano più recenti), a testimoniare il transito dei cacciatori-raccoglitori fra Valtellina, Valcamonica e Val di Sole.

Le scoperte di Priuli saranno presentate compiutamente in un convegno che il presidente del comitato trentino, Angelo Dalpez , intende organizzare a Cogolo dopo il necessario confronto con la Soprintendenza provinciale ai beni archeologici, che dovrebbe avvenire a breve.

Prima della scoperta di Priuli, in Val di Peio erano note tracce di castellieri, un masso con coppelle, frammenti e incisioni rupestri di datazione difficile. Un quadro che in passato aveva alimentato il mito delle origini celtiche, rintracciate da taluni nell'orientamento della chiesetta di Pegaia o nella teoria degli allineamenti (luoghi di culto pagani, distrutti dal cristianesimo, lungo assi Nord-sud ed Est-ovest). Ma la tradizione erudita di una presenza celtica è venuta meno nel tempo, erosa dai grandi passi dell'archeologia, cosicché è nella storia di lunghi rapporti fra Celti e popolazioni retiche che si colloca oggi la lettura dei ritrovamenti di Peio conservati dal Museo provinciale d'arte di Trento.

La scrittura, nel territorio retico sarebbe apparsa intorno al 500 a.C., diffusa con la mediazione degli etruschi giunti nel VI sec. fino alla pianura padana. Nell'alfabeto nord-etrusco gli studiosi distinguono normalmente quattro varianti grafiche.

Il Comitato di gestione del Parco intende ora valorizzare i ritrovamenti con dei percorsi archeologici per i visitatori.

 

Fabrizio Torchio

l’Adige, 25 ottobre 2006

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