Se potessero scegliere…

Lo spingivacche e la malga

Ovvero inferno e paradiso della mucca

 

Lo spingivacche è un dispositivo costituito da sottili asticelle metalliche percorse dalla corrente elettrica che, appese ad un cavo orizzontale, vengono spinte avanti automaticamente (foto 1). Esistono sistemi migliori non elettrificati, ma sono più costosi. Le vacche sollecitate dalla scossa elettrica producono adrenalina (l’ormone “della paura”) che interferisce con il meccanismo di produzione della “scarica ossitocinica” - il meccanismo neuro-ormonale indispensabile per l’emissione del latte. Le vacche, già stressate per come vivono e mangiano e per la superproduzione di latte, ammassate e spinte in avanti dalla scossa elettrica sempre più frequentemente, devono essere “punturate” con ossitocina esogena (ossia farmacologia).

Altrimenti “naturalmente” il latte non lo danno. Anche perché la pazienza di massaggiare e lavare la mammella come si è sempre fatto non c’è più: uno spruzzo d’acqua tanto per togliere il grosso della merda e via (foto 2, commento: una volta la mammella veniva massaggiata e lavata a mano dal mungitore, ora l’industrializzazione della sala di mungitura prevede una pistola a spruzzo che lava via il grosso della merda. Si compensa con l’ossitocina se il latte non “viene giù” da solo e con i disinfettanti a go-go per la pulizia. Fiumi di disinfettanti, disincrostanti, detergenti corrosivi ed irritanti mantengono l’ “igiene” della sala di mungitura in ossequio a concetti di “pulito” tutti da rivedere. Di fatto producono un grande inquinamento). Sono passati i tempi in cui il contadino rifaceva il “letto” di paglia o foglie secche - come affettuosamente viene ancora chiamata la lettiera delle mucche - appena vedeva una bestia sporca! Oggi è tutto meccanizzato e studiato nei minimi dettagli con il risultato che in queste stalle ergonomicamente perfette l’animale si corica sulla gomma o… nel liquame.

Nelle fotografie da me eseguite che illustrano queste note si legge la paura (foto 3) negli occhi e nell’espressione di queste povere “macchine da latte”, sporche (tutte), deformi (diverse), sciancate (diverse), spaurite (tutte), barcollanti (la più parte), smagrite (molte). Gli esseri umani in grado di esercitare la compassione per tutti gli esseri senzienti (e quindi anche per le mucche) dovrebbero rifiutarsi di bere il latte ottenuto negli allevamenti-lager. Mangiare la carne e bere il latte di animali stressati e sofferenti non può beneficiare il corpo né tanto meno lo spirito.  Ma dov’è la compassione?

Per “tirarle su” la sala di mungitura è divenuta una farmacia da fare invidia allo spogliatoio della Juve. La maggior parte degli allevamenti sono così. Dei lager, dei campi di “”lavoro” (ovvero produzione di latte) forzato. La vacca viene rottamata dopo 2,3 lattazioni (in media) non a caso. Stinchi, bacini, schiene, mammelle fanno troppo spesso pietà.

Ma che diritto ha l’uomo (allevatore, burocrate, industriale, consumatore, tecnico, consulente, accademico, esponente della grande distribuzione, tutti complici e tutti colpevoli) di trattare così gli animali? Comodo pensare che non abbiano l’anima e siano cose (lo “spirito vitale” della teologia cattolica non sposta di tanto i termini della questione e viene il sospetto che sia la solita ipocrisia). Ma che karma si trova chi tortura così gli animali? E chi beve il loro latte? E chi stabilisce le “direttive economiche” per le quali, se non tengono 300 o 500 vacche supermeccanizzando e riducendo al minimo i tempi/vacca, non c’è “economicità”?

Alla caviglia, pardon, stinco, hanno un braccialetto elettronico che dice chi sono e quanto si sono mosse (per sapere quando vanno in calore). In mungitura i dati (quantità latte e - spesso - anche qualità) vengono registrati, confrontati, analizzati. Tutto questo non comporta il minimo di progresso per le vacche che sono sempre più numeri. Tutta questa gestione informatizzata serve solo a gestirne di più, a disumanizzare il rapporto uomo-animale e a ridurre i sensi di colpa.

Le malghe, come ad esempio quelle del Lagorai, e gli alpeggi in genere sono il Paradiso delle mucche. Nelle stalle dei piccoli allevatori di montagna in inverno staranno un po’ ferme al chiuso e non si muoveranno, ma almeno sono in un ambiente quieto e tranquillo senza scosse elettriche e punture e urla di mungitori mercenari (tranne gli indiani gli altri di solito…). Basta guardare le zampe deformi delle macchine da latte e confrontarle con le vacche che vanno in alpeggio per capire tutto. Da questo punto di vista gli animalisti, invece, capiscono poco. Con il risultato che il contadino con la sua stalletta, ma che manda le bestie in malga, non può essere “biologico”.

 

Michele Corti

Milano, 15 ottobre 2006

 

 

 

 

 

Lo spingivacche

 

 

La paura

 

 

La spruzzatrice

 

 

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