Da Diario, risponde FdB

 

Andate su a sentire il canto del vento

 

Tirava un vento boia domenica al Passo Cinque Croci e i bambini brontolavano per il freddo e per la fatica. Ma alla fine sono arrivati su anche loro, ansanti e curvi sotto gli zainetti. Nell’ultimo tratto, da dietro il costone è comparsa all’improvviso Cima d’Asta, così grandiosa da far impressione, quasi sospesa sopra un mare di foreste. È stato un momento magico, ma poi abbiamo visto la macchina, parcheggiata al passo. Come, si poteva arrivare qui anche in auto?, mi hanno chiesto i bambini. Allora l’abbiamo buttata sul ridere e tutto è finito lì. Il tempo di mangiare i panini, bere il tè caldo e riposarsi un po’ ed era già ora di rientrare, ma in quelle due ore molte altre macchine sono arrivate al passo, da una parte e dall’altra: un tipo che cercava i suoi cani, due fotografi interessati al paesaggio, altra gente che parcheggiava e si sgranchiva le gambe. Avevano il permesso?: forse sì, forse no, ma che differenza fa?

Rientrando, ho pensato con tristezza al futuro di questi monti: la strada ogni anno viene sistemata sempre meglio, arriverà presto il giorno in cui si metterà l’asfalto togliendo il divieto. Dalla Valsugana al Vanoi comodamente in auto attraverso il Cinque Croci, per valorizzare - finalmente - anche il cuore del Lagorai. Uno splendido tour di un giorno, con foto ricordo davanti alla macchina, con Cima d’Asta sullo sfondo. L’antico passo, per secoli crocevia di pastori e di viandanti, attende il suo destino. Andate su, prima che sia troppo tardi, a sentire il canto del vento.

 

Sandro Zanghellini TRENTO

 

 

Passo Cinque Croci è il nodo che tiene insieme tutto il Lagorai, che ne custodisce il fascino unico, di ambiente e di richiamo turistico. Il Lagorai è una montagna fragile, poco appariscente. È solo la grande dimensione di libertà, gli spazi per l’uomo, che la rendono un patrimonio eccezionale. Il Lagorai, no, per favore. Non fategli fare la fine della Val Brenta, che peraltro ora, anche il presidente Dellai sembra voler preservare.

La breve sella che unisce il Lagorai a Cima d’Asta, attraverso il Passo di Cinque Croci, è il cordone ombelicale che permette alle due montagne di vivere in simbiosi, di completarsi, sostenersi, valorizzarsi a vicenda. Se si spezza quel cordone le montagne diventano solo mucchi di sassi.

Finora il Lagorai si è salvato dal degrado ormai incontrollabile che investe le Dolomiti, perché l’orgoglio dei Comuni della Valsugana e del Tesino - cui va reso ampio merito - e il rigore geloso dei cacciatori per il loro arroccamento a Malga Valciòn hanno bocciato tutti i progetti di una strada di valico Valsugana-Vanoi, che peraltro gli speculatori agitano sempre. Magari anche i cacciatori di altre località del Trentino fossero altrettanto rigorosi nel difendere il loro territorio, invece di gloriarsi di andare a caccia in jeep.

E però occorre impedire che la metastasi tumorale delle strade rettificate, facilitate, e infine asfaltate (perché c’è meno polvere, come in Val Genova!) si estenda anche a Cinque Croci. Occorre bruciarli quei manifesti osceni dei Suv, quelle gigantografie incollate sulle funivie di Pejo e di Pinzolo (e altrove) che propongono una montagna aggredita e violentata dalle quattro ruote dentate. Quella è la morte della montagna, è cederla ai prepotenti. È follia e suicidio.

La vecchia strada militare di Cinque Croci è una passeggiata stupenda. Può essere percorsa facilmente a piedi da famiglie, da ospiti, a cavallo, o, con i muli (quando verranno reintrodotti ora che gli Alpini hanno abbandonato la montagna?). Può essere percorsa anche da qualche fuoristrada per servizio, o episodicamente, ma deve restare intatta. Il Gruppo di Brenta si è salvato (finora) perché nel 1970 è stata fortunosamente bloccata la cosiddetta (ipocritamente) “strada di parco” che da Tovel avrebbe dovuto raggiungere Campiglio attraverso il Grostè. Il Grosté sarebbe diventato ignominioso come è oggi Passo Sella. Una strada per Cinque Croci sarebbe peggio: un taglio di coltello netto sul corpo del Lagorai. Lo ucciderebbe.

Questo è un discorso ambientale e turistico, perché il turismo ha bisogno di tempi, di spazi, di conquiste autonome. Ma poi c’è anche un discorso di montagna, di alpinismo, di escursionismo da riprendere. Il Trentino deve riappropriasi della sua montagna. Riconquistarla. Ricostruirla, magari. Sat e Sosat lo sanno. C’è bisogno di montagna e i giovani devono poter ritornare alla libertà della montagna. Ma possono farlo se incontrano la magia che Sandro Zanghellini ha descritto nella gita con la sua famiglia, non se si abbandonano a quei caroselli insulsi, pubblicizzati sempre oltre il loro merito, assolutamente privi di significato, delle corse in montagna, o delle esasperazioni atletiche tipo “Ski Alp Race Dolomiti”, gare da circo in “english, oh, yes”, di fatto pretesti per succhiare soldi agli sponsor. L’emozione, come al cine, viene solo se qualcuno cade.

Non è questa la montagna di cui il Trentino ha bisogno. Occorre salire e sentire il vento. Non basta scendere un attimo dalla macchina e cliccare un’immagine, da scartare poi assieme alle altre centinaia custodite nelle memoria del telefonino. E poi, non vogliano “andar su prima che sia troppo tardi”. Basta con questa ansia di distruzione. Vogliamo “continuare ad andare”, magari con rabbia, ma senza essere remissivi. Di montagne, nel mondo, ce ne saranno anche quando non ci saremo più. Ma noi vogliamo che il Trentino abbia sempre le montagne più belle del mondo. Come Lagorai e Cima d’Asta, da Cinque Croci.

 

Franco de Battaglia

Trentino, 7 novembre 2006 

 

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