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Le centrali nucleari non sono sicure

Si sono ormai spente le luci sulle affrettate rievocazioni della catastrofe di Chernobyl di cui cadeva, il 26 aprile 2006, il ventesimo anniversario. In quella ormai lontana primavera ci si rese conto che era vero quello che alcuni andavano ripetendo da anni, che, cioè, "l'energia nucleare non è sicura, né pulita, né economica" e che non si trattava soltanto di tecnica costruttiva dei reattori, o di efficienza degli operatori.

La dinamica della catastrofe di Chernobyl e i successivi eventi sono stati ricostruiti più volte a livello internazionale, anche alla luce dei dati raccolti nel corso di ben venti anni. Il 26 aprile del 1986 l'interruzione della circolazione dell'acqua di raffreddamento di uno dei quattro reattori nucleari (del tipo a uranio-grafite) della centrale di Chernobyl, nell'Unione Sovietica (oggi Ucraina), provocò un forte aumento della temperatura del nocciolo del reattore. Molte delle parti metalliche e strutturali --- travi e contenitori di acciaio, pareti di cemento --- fusero o crollarono; la grafite che circondava il nocciolo prese fuoco; la corrente di fumo trascinò in sospensione nell'aria le polveri contenenti gran parte dei prodotti di fissione dell'uranio: gli isotopi radioattivi di stronzio, cesio, iodio, eccetera.

La maggior parte dei prodotti ricadde al suolo, contaminando vaste estensioni di terra ucraina, occupate da campi, villaggi, piccole città, scuole. Decine di migliaia di persone furono esposte a dosi di radioattività tali da provocare la morte, danni genetici irreversibili, in moltissimi casi danni genetici a lungo termine che faranno sentire i loro effetti tutta la vita. Una parte delle sostanze radioattive fu trascinata nell'atmosfera dapprima verso nord, poi verso ovest e l'Europa centrale, poi verso l'Europa sud occidentale fino in Italia. Oggi si conosce abbastanza bene la quantità di sostanze radioattive uscite dal reattore e cadute nelle varie parti del continente europeo.

Tutti i centri economici che ruotavano intorno alla fabbricazione e vendita di centrali nucleari presero, allora, un grande spavento davanti al rischio di vedere sfumare lucrosi affari internazionali. Tanto più in Italia dove esisteva già un forte movimento popolare di protesta contro i programmi nucleari governativi.

"Per fortuna" si trattava di roba "comunista" e fu facile far credere che il reattore era di tecnologia superata, che gli operatori erano ubriachi e che nei paesi capitalistici mai e poi mai sarebbe successa una cosa simile. Per inciso nel 1979 si era avuta la fusione del nocciolo del reattore americano di Three Mile Island (sia pure di un tipo diverso e senza fuoriuscita di grandi quantità di sostanze radioattive), e molti reattori inglesi, nonchè quello che ha funzionato per alcuni anni a Latina, erano del tipo moderato a grafite, anche se raffreddati a gas, anziché ad acqua come a Chernobyl.

Non voglio rivangare una pagina, peraltro tutta da scrivere, della storia della contestazione ecologica: le viltà e l'opportunismo di molti uomini politici italiani che, in fretta e furia, si convertirono al partito antinucleare per compiacere un'opinione pubblica arrabbiata e spaventata; né le ridicole incertezze e bugie sulla quantità di radioattività caduta al suolo in Italia; né le contraddittorie decisioni su quanta verdura o mozzarella poteva essere mangiata senza pericolo; né le pressioni dei mercanti di verdura e mozzarella preoccupati per i loro commerci e le relative giravolte dei decreti e dei divieti.

Voglio invece ricordare gli atti di generosità e altruismo. Gli eroi che, esponendo la propria vita a sicura morte, sono volati sul reattore per gettare cemento e piombo sui ruderi fusi e quelli che hanno lavorato a contatto con intensissime dosi di radioattività per spegnere l'incendio, riuscendo così a fermare la fuoriuscita dei fumi radioattivi e a salvare milioni di persone, anche in Italia; eppure non una città italiana ha dedicato una strada a ricordo dei martiri di Chernobyl a cui tanti di noi devono la sopravvivenza. Si può leggere a questo proposito il libro di Grigorij Medveded, "Chernobyl. Tutta la verità sulla tragedia nucleare", Milano, SugarCo, 1991, e cercare il film, proiettato anche in Italia, "Chernobyl", di Anthony Page, 1991, che descrive lo sforzo fatto dai medici, fra cui l'americano Gale, per effettuare trapianti di midollo osseo nei casi più gravi. Voglio ricordare, oltre alla mobilitazione di medici sovietici e internazionali per alleviare i dolori delle popolazioni, l'ospitalità offerta da tante associazioni di volontariato ai bambini di Chernobyl.

La catastrofe di Chernobyl sembrò segnare un punto di ripensamento e ravvedimento dell'umanità, avviata sulla strada di una tecnologia incontrollabile. In Italia nell'autunno-inverno del 1986 si svolsero i lavori di una commissione sulla sicurezza nucleare e sul futuro energetico del nostro paese; nel novembre 1987 si tenne un referendum che di fatto impegnava il governo a interrompere la costruzione di centrali nucleari; quelle ancora avventurosamente sopravvissute furono definitivamente chiuse. Tale referendum sembrò cancellare, almeno in Italia, i grossi affari e appalti che circolavano intorno al nucleare. La catastrofe di Chernobyl segnò, del resto, un rallentamento nella diffusione dell'energia nucleare anche negli altri paesi.

Ma i potenti interessi economici e politici che ruotano intorno al nucleare non si sono quietati e, negli anni successivi anche in Italia si sono fatte sentire, prima timidamente, poi sempre più rumorose, le voci di coloro che chiedono la resurrezione di una tecnologia ormai dovunque agonizzante.

 

Le centrali nucleari non sono pulite

Gli avvocati del nucleare fanno notare, per esempio, che le centrali elettro-nucleari non immettono nell'atmosfera l'anidride carbonica responsabile dell'"effetto serra". È vero che dobbiamo fare i conti con le modificazioni climatiche dovute alla crescente immissione nell'atmosfera dell'anidride carbonica che si libera nella combustione di crescenti quantità di combustibili fossili: ogni anno circa 10 miliardi di tonnellate di carbone, petrolio e gas naturale; corrispondenti a 25 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che finiscono nell'atmosfera. Ma la soluzione non è certo offerta da un nuovo ricorso all'energia nucleare perché essa comporta pericoli e danni ambientali gravi nelle fasi di funzionamento dei reattori e di trattamento e sepoltura dei prodotti di fissione e attivazione, le code avvelenate di tutto il ciclo nucleare. Come è noto, i reattori nucleari commerciali, quelli che producono elettricità (oltre quattrocento nel mondo) sono alimentati, quasi dovunque, da uranio, separato dai suoi minerali, con formazione di grandi quantità di scorie, un problema che riguarda Canada, Russia, Niger, Cina, Australia, e altri paesi. Prima di entrare nei reattori e generare elettricità, l'uranio viene lavorato in impianti che separano la parte "fissile" (l'uranio-235, quello che fornirà l'energia nel reattore) da un residuo, anch'esso radioattivo. L'uranio viene poi caricato nel reattore dove una parte libera energia, sotto forma di calore, subendo "fissione": i principali "prodotti di fissione" sono atomi di elementi comuni, cesio, stronzio, iodio, in una forma, però, che emette radioattività per decenni o secoli e che li rende facilmente assorbibili da vegetali e animali, quindi anche dagli esseri umani, nel cui corpo continuano a emanare radioattività. Sono gli stessi isotopi radioattivi che ricaddero anche in Italia dopo la catastrofe di Chernobyl. Durante la liberazione di energia, al fianco di questi "frammenti", si formano altri elementi radioattivi come il plutonio e altri transuranici e i prodotti "di attivazione" dei materiali del reattore, sottoprodotti pericolosi e tossici, dal punto di vista della salute umana e della natura, ma molto ricercati per la fabbricazione di bombe atomiche: il plutonio, soprattutto, che a sua volta può subire "fissione" liberando energia anche esplosiva.

A questo punto l'uranio, accompagnato dai "prodotti di fissione", dal plutonio e da altri elementi transuranici radioattivi, può essere conservato come tale dentro i "tubi" estratti dal reattore nucleare dopo alcuni anni di funzionamento. Questi "elementi di combustibile", pur essendo pieni di materiale radioattivo, possono essere sepolti, sia pure con grandi precauzioni per evitare che vengano, nei futuri secoli, a contatto con acqua o esseri viventi, e con speciali accorgimenti per smaltire il calore che si libera continuamente per decadimento radioattivo degli atomi contenuti al loro interno.

Ma per i potenti affari che circolano intorno al nucleare questo è uno spreco, perché il plutonio si può "vendere bene" alle imprese che fabbricano bombe atomiche, e anche come materiale fissile per altri reattori commerciali, a condizione di separarlo chimicamente dall'uranio, dai "prodotti di fissione" e da altri prodotti radioattivi mediante complicati processi chimici industriali. I "prodotti di fissione", gli elementi transuranici, come il plutonio e i prodotti "di attivazione", sono le vere e proprie "scorie radioattive". Ne abbiamo anche in Italia per una curiosa storia, in gran parte dimenticata, che sta a dimostrare la incultura con cui ci si è avventurati sulla via del nucleare, specialmente nel nostro paese.

Negli anni sessanta del Novecento l'allora CNEN, Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare, costruì a Rotondella, in Basilicata, un impianto per separare chimicamente i "prodotti di fissione" dagli elementi transuranici contenuti nel "combustibile irraggiato" di un reattore americano, situato a Elk River (nel Minnesota), praticamente l'unico che funzionava sottoponendo a fissione una miscela di uranio e torio, anziché solo uranio, come tutti gli altri reattori.

La soluzione era sbagliata e inefficiente tanto che il reattore di Elk River funzionò solo dal 1963 al 1969 e fu chiuso, ma ormai la lavorazione a Trisaia era avviata ed è continuata, imperterrita. La bella idea di costruire, con pubblico denaro, un impianto di separazione la cui esperienza non serviva a niente, ci ha lasciato in eredità, in Basilicata, diversi metri cubi di liquidi e altri materiali altamente radioattivi. Un gran girare di numeri contradditori: perché non ci dicono mai la verità, lasciando aperta la porta al legittimo sospetto che chi ha le informazioni, per minimizzare la paura del "popolo", ci prenda sempre in giro. Ci sono state perdite di radioattività sul suolo? scarichi nel mare? Quale è la condizione dei contenitori? Ci sono corrosioni e pericoli di fughe? E, per inciso, nessuno paga mai per le scelte tecniche ed economiche sbagliate come questa ? [Vari dati sono emersi nel 2004, quando il governo decretò che un deposito nazionale di scorie radioattive sarebbe stato insediato a Scanzano, un paesino della Basilicata a poca distanza da Trisaia, decreto poi ritirato in seguito alla protesta popolare]

D'altra parte dove si possono mettere, correttamente, i prodotti di fissione e le scorie radioattive, inevitabili rifiuti di qualsiasi reattore nucleare? La domanda è senza risposta. Alcuni propongono di trasformarli in materiali vetrosi da seppellire in caverne rigorosamente isolate dal contatto con l'acqua e con gli esseri viventi, continuamente ventilate per eliminare il calore e la radioattività. Altri propongono di seppellirli nel fondo degli oceani; altri di caricarli su razzi da spedire nello spazio. La fantasia e sconsideratezza umana non hanno limiti, come dimostra il fatto che per decenni, francesi, inglesi, russi e americani, senza andare tanto per il sottile e per risparmiare, hanno versato queste "scorie" radioattive, allo stato liquido, nel Mediterraneo e negli oceani, con effetti biologici di cui forse ci accorgeremo in futuro. Infine c'è un traffico internazionale, via terra, via mare e via aerea, di combustibile nucleare irraggiato, di "prodotti di fissione" alla ricerca di qualche discarica, di plutonio ricercato da possibili clienti --- paesi dittatoriali, criminalità organizzata, affaristi che speculano sull'ignoranza --- per avventure di bombe atomiche o a fini di ricatto.

 

L'energia nucleare non è economica

L'energia nucleare non solo non è pulita, come si è visto, ma non è nemmeno economica: non è vero che il costo aziendale dell'elettricità nucleare è inferiore a quello dell'elettricità ottenuta da altre fonti, come appare se si effettuano correttamente i calcoli, comprendendo anche i costi di smantellamento delle centrali nucleari alla fine della loro vita utile, i costi di sistemazione, nel lungo periodo, del combustibile nucleare irraggiato e delle scorie radioattive.

I propagandisti del nucleare affermano che gli attuali costi verranno abbassati in futuro dalla diffusione dei reattori "veloci", che consentono la trasformazione di parte dell'uranio non fissile in plutonio e la progressiva "fissione" del plutonio stesso.

In realtà i pochi reattori "autofertilizzanti" finora realizzati (il più celebre è il reattore veloce francese Superphenix) si sono dimostrati difettosi e pericolosi; inoltre la scelta dei reattori "veloci" comporta la formazione di quantità ancora maggiori di scorie radioattive e mette in circolazione grandi quantità di plutonio, il più "comodo" materiale "utile" per la fabbricazione di bombe nucleari, il che fa aumentare le tentazioni di furti e proliferazione delle bombe nucleari, anche in violazione dei trattati internazionali.

 

Il sogno dei reattori "sicuri" e della fusione

Davanti agli incidenti nei reattori nucleari esistenti --- i casi di Three Mile Island (1979) e Chernobyl (1986) sono solo i più vistosi episodi di una innumerevole serie di incidenti più o meno gravi, alcuni con fuoriuscita di materiale radioattivo nell'ambiente --- le industrie nucleari si stanno sforzando di proporre progetti di reattori nucleari intrinsecamente "sicuri", in grado cioè di far fermare automaticamente la reazione di fissione quando la temperatura del nocciolo del reattore diventa troppo elevata. Ma anche nei reattori nucleari a fissione "sicuri", in quelli a ciclo torio-uranio o nelle altre numerose "varianti" rispetto agli attuali reattori a ciclo uranio-plutonio, la produzione di elettricità inevitabilmente genera elementi radioattivi a vita più o meno lunga che rappresentano un pericolo per la vita e per l'ambiente dell'attuale e delle future generazioni.

Altre persone ancora, nel mondo nucleare, consce del fallimento dell'attuale tecnologia basata sulla fissione, cercano di tenerla in vita sostenendo che si tratta di una transizione verso lo sviluppo di reattori a fusione sicuri e puliti, anche se riconoscono che questa transizione richiederà ancora "decenni".

Eppure sanno bene che i reattori a fusione, se funzionassero non sarebbero affatto "puliti" perché gli alti flussi neutronici che si verificano durante la fusione provocano la formazione, nelle strutture del reattore, di prodotti radioattivi di attivazione, diversi dai frammenti della fissione, ma di altrettanta elevata pericolosità per gli esseri umani e la biosfera e di altrettanto difficile smaltimento.

Non bisogna infine dimenticare gli stretti e diretti legami fra nucleare commerciale e armamenti nucleari, come conferma il grande interesse per l'acquisto di centrali elettronucleari da parte di paesi con tentazioni militari e l'ostinazione delle attuali potenze atomiche (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia) a tenere in vita l'energia nucleare commerciale che mette a disposizione le tecniche di lavorazione dell'uranio, del plutonio e di produzione di trizio necessarie per rinnovare e tenere in efficienza gli arsenali nucleari.

 

Non sarà il nucleare a salvarci dalla scarsità di energia

L'ultimo punto di forza degli avvocati dell'energia nucleare consiste nel presentare questa fonte di energia come l'alternativa al possibile esaurimento delle riserve di combustibili fossili, soprattutto idrocarburi.

L'alternativa va cercata altrove: in una revisione dei consumi energetici ed elettrici, in una revisione dei modelli consumistici e merceologici dell'umanità, e in un crescente ricorso alle fonti energetiche rinnovabili. Una simile revisione e transizione richiede ricerche scientifiche di base, innovazioni tecniche e attività manifatturiere su una scala senza precedenti, e tale da innescare un eccezionale aumento dell'occupazione, sia nei paesi industriali, sia in quelli del Sud del mondo.

Il giorno in cui ci si deciderà ad abbandonare l'energia nucleare, si dovrà cominciare ad affrontare i giganteschi problemi scientifico-tecnici della sistemazione del combustibile irraggiato e dei materiali radioattivi formatisi nelle attività passate; dello smantellamento delle centrali e dei reattori nucleari ancora esistenti, tutte operazioni che richiedono crescenti conoscenze, innovazioni e attività e l'impegno di decine di migliaia di specialisti nei campi della fisica, chimica, biologia, ingegneria.

Nel frattempo, per evitare nuove catastrofi, occorre rendersi conto che gli effetti devastanti delle catastrofi dipendono dalle condizioni sociali e politiche che consentono alla tecnologia di sfuggire ai controlli umani e collettivi. Tali condizioni sono rappresentate dal potere e arroganza dei produttori, dalla complicità fra potere economico e governi, dalla debolezza o inesistenza di una cultura popolare nei confronti dei processi tecnico-scientifici, produttivi, merceologici, della società moderna.

I grandi mezzi di comunicazione parlano di tutto fuorché delle cose importanti della vita moderna, cioè come sono fatti gli oggetti e le merci che usiamo. L'energia e l'elettricità sono fra le merci più pervasive che si conoscano: dove e da chi vengono fabbricati? come sono controllati? Non c'è da meravigliarsi di questi silenzi, perché i mezzi di comunicazione sono per la quasi totalità controllati dal potere politico-affaristico, dai fabbricanti e venditori di merci che inducono i "consumatori" ad acquistarle con la pubblicità, tendente ad escludere qualsiasi informazione su che cosa le merci sono e come sono fatte. Anche la scuola e l'Università sono in genere assenti nella diffusione di una cultura popolare e critica sulle innovazioni della produzione.

Val la pena continuare una corsa verso merci inutili che portano danni, o proviamo a chiederci e a spiegare: che cosa produciamo? che cosa succede dentro la centrale o la fabbrica vicino al nostro paese? che cosa acquistiamo? a cosa servono le merci che spesso hanno un così elevato contenuto di violenza nei confronti dell’ambiente e delle persone?

Scopriremo, così, che il controllo pubblico sugli atti dei governanti e degli imprenditori, oltre a ridurre le morti e i danni umani, è un formidabile stimolo all'innovazione, alla ricerca scientifica, a nuovi processi di produzione di merci meno violente, capaci di soddisfare, molto meglio delle attuali, i bisogni umani, che comprendono anche la sicurezza, il diritto alla vita, la dignità.

Su questa strada non c'è posto per l'energia nucleare.

 

Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

L’Ecologist, n° 5 - settembre 2006

 

 

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