Carissimi, jambo!

 

Ho iniziato a scrivere questa lettera prima del Natale 2005. Nulla da fare. Sentivo tanta rabbia e impotenza che mi bloccavano. Pochi giorni prima delle feste natalizie due giovanotti in moto furono freddati all’imbrunire sulla strada principale del Rione Sanità. Ero a pochi metri dalla scena del delitto. Natale? Mi raggelai.

Il giorno dopo passai per vedere se i giovanotti che “spacciano” avessero finito il loro grande presepio costruito lungo il bordo della strada. Ma nella notte avevano pensato bene di farlo a pezzettini e buttarlo in un cantuccio. Non c’era Natale alla Sanità. E attorno a me l’indifferenza generale (“si ammazzino fra di loro!”, “’na munnezza”, “uno in meno”) mascherata dall’aria di festa e luci del Natale consumistico che rendeva il tutto ancora più indigeribile.

Nel frattempo abbiamo perso altri otto uomini abbattuti da questa guerra sporca di camorra che insanguina il nostro rione. È la faida tra le famiglie camorristiche della Sanità, tra i Misso ed i loro alleati nel quartiere e la famiglia Torino, alleata dei Sequino. Molti di noi sospettano che dietro questo scontro camorristico si nasconda la longa manus della camorra di Secondigliano (molto più feroce e brutale) per il controllo del mercato della droga gestito dalle famiglie del centro città.

Una realtà, quella della camorra, molto pesante: ha le mani sulla grande Napoli (oggi una metropoli con oltre 4 milioni di abitanti) e fa affari d’oro (non solo sulla droga, ma soprattutto sui rifiuti). Pochi hanno descritto così bene le mani della malavita sul territorio metropolitano come Saviano (che ho avuto la gioia di conoscere presentando il suo libro a S. Maria Capua Vetere) nel suo potente libro Gomorra. La realtà mafiosa è sempre più potente non solo a Napoli, ma in tutto il sud, in particolare in Sicilia (Cosa Nostra) e Calabria, dove regna la ‘ndrangheta che è oggi la regina delle organizzazioni criminali

Come celebrare il Natale in un clima così pesante, oppressivo…? Come celebrare il Natale in questa Napoli degradata (dalla Sanità a Scampia) davanti alla Napoli bene del Vomero e di Posillipo? “Nessuno può dirsi innocente” - ha detto recentemente il nuovo vescovo di Napoli il card. Sepe che in un lungo colloquio mi aveva dato il suo benvenuto - “Alcuni, anche della cosiddetta Napoli bene, hanno pensato a salvare la pelle. O un posto. E lo spazio della città intesa come civile convivenza si è ritratto, assottigliato.” Il card. Sepe ha usato toni molto forti per descrivere questa città: “Il materialismo esasperato, le sacche di ferocia, l’omertà, la camorra e i poteri oscuri…Questa comunità è come un tossico che trova equilibrio nello stare curvo su se stesso”.

“Come parlare del Dio della vita nel “cantone” dei morti? Come annunciare l’amore di Dio in mezzo ad un così profondo disprezzo per la vita umana? Come proclamare la risurrezione del Signore lì dove regna la morte?” queste parole di Gustavo Gutierrez, teologo della liberazione del Perù, mi sono ritornate con forza alla mente mentre camminavo per le strade del rione.

Il Natale lo si celebra sulle strade della vita, nell’impegno quotidiano per far nascere un mondo “altro”. “Natale: Pasqua del Signore nella carne” – amava dire San Gregorio Magno.

È stato un anno questo in cui ho celebrato la vita sulle strade di Napoli, dell’Italia a favore della vita ovunque. Ed è stato così che mi è rinata dentro la gioia di vivere, la certezza che la “Pasqua è in agguato sulle strade della vita” – come diceva Tonino Bello.

“La speranza è giustificata solo in coloro che camminano” – scrive Pedro Casaldaliga, il vescovo dei campesinos del nord /est del Brasile. “È degna di credito solo la speranza che rischia, quella che lotta contro ogni ingiustizia e contro ogni menzogna e conformismo. Seguendo colui che fallì di fronte ai poteri religiosi, economici ed imperiali e fu escluso fuori dalla città come un sovversivo maledetto, appeso ad una croce ma che è il Risorto e che fa nuove tutte le cose, rivoluzionando le coscienze, le strutture!... “

Un anno denso di vita, di comunione, di condivisione con la mia gente del Rione Sanità. Il mio piccolo basso che sale a mo’ di chiocciola, sta diventando sempre di più il luogo di incontro, di sfogo per tanta gente che fa fatica a sbarcare il lunario. (Questo basso era stato abbandonato da oltre 50 anni perché ritenuto abitato da “o munaciello”! Siamo riusciti, nel giro di un anno, a pulirlo ed ora è diventato un angolo accogliente!).

Un anno denso di incontri con i malati, con gli anziani (che belle le eucaristie domestiche celebrate con loro!), con i malati mentali, con i tossicodipendenti delle Comunità La Tenda e Crescere Insieme che frequento.

La Comunità Crescere Insieme è stata fondata e continua ad essere gestita da Rosario Fiorenza, bella figura di scugnizzo-buono della Sanità, che ha speso la sua vita per aiutare i più disperati tra i tossici. Rosario, dopo vent’anni di tale lavoro, è proprio tirato. Stiamo cercando di aiutarlo; di costituire un consiglio direttivo che lo possa consigliare ad impostare meglio il lavoro a favore dei drogati, vittime di questa nostra “società drogata”.

Ho continuato ad impegnarmi per i due dopo-scuola (uno ai Cristallini per i ragazzini delle elementari e l’altro al Caracciolo per i ragazzi delle medie). Sono tutti bambini che hanno grossi problemi a scuola, soprattutto perché provengono da famiglie in difficoltà. È alto l’abbandono scolastico, tanti i bambini che giocano per le strade (alla Sanità non vi sono spazi per giocare!). Tanti passano così ad essere manovalanza della camorra (a cosa serve la scuola se puoi avere 800 euro a settimana per spacciare droga!).

Ma sarebbe inutile spendere tempo ed energie per i dopo-scuola, se non ci impegnassimo a lottare per il sistema scolastico pubblico praticamente non esistente nel rione Sanità.

La Rete, infatti, che tenta di creare sinergie fra le varie realtà che operano alla Sanità, ha quest’anno focalizzato la sua attenzione sulla dolorosa realtà scolastica del quartiere che in cinque chilometri quadrati ammassa una popolazione di 67.000 abitanti.

Non c’è un solo asilo nido pubblico, non esiste una scuola media e l’unico istituto superiore esistente è talmente malmesso che rischia di chiudere.

La Rete, che raccoglie una ventina di realtà di base operanti sul territorio, attraverso una serie di azioni e di incontri, sta forzando le istituzioni (comune, provincia e regione) a trovare soluzioni alla grave crisi scolastica che attanaglia il Rione. Buono questo lavoro della Rete animato ora da un uomo straordinario, Bruno Romano, che lavora alla A.S.L. Napoli 1 (“Io sono stato troppo amato nella mia vita – ama ripetere – perché ora non dia tutto me stesso agli altri”). Sarà un lavoro duro e lungo questo sulla scuola pubblica.

Ho camminato con la piccola Comunità dei Cristallini che incomincia ad essere sempre più comunità e sempre più impegnata nel quartiere e fuori (Ester e Carmela, ogni mercoledì sera, incontrano i senza fissa dimora, portando loro qualcosa di caldo).

È bello vedere negli incontri queste persone semplici rileggere e ritradurre il vangelo nell’oggi. Un’altra comunità sta nascendo ora. Altre due comunità dovrebbero nascere nei prossimi mesi. Spero anche di iniziare ad incontrare un gruppo di giovani tanzaniani ed un altro di splendidi cingalesi (sono oltre 500 nel quartiere!). Tutto questo anche con l’aiuto di quattro studenti teologi comboniani (Lorenzo, Juan, Claude, Olivier) che da poco hanno iniziato a vivere i loro fine settimana da me, alla Sanità (il tutto grazie al trasferimento del teologato comboniano da Roma a Napoli: una bella scelta da parte dei comboniani!).

Un’altra realtà è quella dell’artista Riccardo Dalisi (suo è il crocifisso all’ingresso della mia casetta!) che ha scelto la Sanità come suo “quartier generale” attivando, insieme ai suoi giovani studenti e collaboratori universitari, presso alcuni locali della parrocchia, un laboratorio di creatività. Intorno a questa iniziativa, chiamata “Progettazione e Compassione”, si aggregano alcuni giovani del Rione in alternativa alla strada. È un’occasione di formazione al lavoro ed i ragazzi cominciano a capire che sono dei piccoli artisti. Dalisi è straordinario anche perché trasforma i fili di ferro, di rame, di zinco buttati via in piccoli capolavori (la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo).

Don Antonio, il nostro parroco, sta lavorando perché tutto questo possa diventare una cooperativa per dare lavoro ai giovani. È quello che qui manca di più: il lavoro per i giovani. I tassi di disoccupazione sono molto alti.

Un anno intenso questo alla Sanità, ma anche su Napoli, e la sua area metropolitana. Particolarmente significativo è stato lo sforzo di fare rete, di creare sinergia tra le varie realtà impegnate (a Napoli è molto difficile fare rete!). La rete Lillipuziana sta rafforzandosi e ha dato vita a quattro importanti comitati civici per far fronte al problema dell’acqua, dei rifiuti, dei Rom e della militarizzazione del territorio.

Come alla Sanità, così a Napoli è stato un anno vissuto sulle strade, sulle piazze: un anno di vita. L’impegno centrale che ci ha visti presenti su tante strade e in tanti incontri è stato quello dell’acqua. “L’aria e l’acqua – scriveva l’arcivescovo di Messina – sono dei beni fondamentali ed indispensabili per la vita di tutti gli essere viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili. L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto”.

Per capire questo impegno per l’acqua a Napoli, alcuni dati fondamentali.

Il 23 ottobre 2004 i 136 comuni di ATO 2 (Ambito territoriale ottimale che include le province di Napoli e Caserta) hanno votato la privatizzazione dell’acqua. Ancora prima di questo voto avevo riunito la Rete Lilliput e avevo manifestato la mia amarezza che l’acqua a Napoli poteva cadere nelle mani dei privatizzatori. Decidemmo allora di metterci al lavoro per salvare l’acqua di Napoli. Sull’oro blu oggi ci giochiamo tutto! Altro che petrolio!

Nacque così il comitato civico per la difesa dell’acqua che includeva le realtà impegnate di Napoli e Caserta. Una partenza dura! Avevamo contro tutti i sindacati (perfino la CGIL), le istituzioni (Comune, Provincia e Regione) e quasi tutti i partiti. Iniziammo a lavorare dal basso: incontri, volantinaggi, dibattiti, digiuni… Lentamente la gente della strada iniziava a capire la portata e la gravità di queste decisioni. “Ci manca solo che ci portino via l’aria”, mi sussurrò all’orecchio una signora in metropolitana.

Cercammo di forzare questo tema nei Consigli Comunali. Tenemmo sotto pressione la Sindaca Iervolino. Lentamente anche le circoscrizioni di Napoli iniziarono a discuterne. Ben 14 su 21 circoscrizioni del comune di Napoli votarono contro la privatizzazione. Così aumentava dal basso la pressione sui centri di potere. Per ben tre volte siamo riusciti a posticipare l’apertura delle buste per la gara di appalto. Lentamente i partiti di sinistra che sono al potere (sia al Comune, come in provincia e regione) si rendevano conto che non potevano presentarsi alle elezioni amministrative come favorevoli alla privatizzazione dell’acqua. La grande crisi scoppiò in seno ai D.S. della Campania che, dopo una seduta tempestosa, si decisero per la gestione pubblica dell’acqua. Questo mise in crisi il presidente della Regione, Bassolino. Insieme con la sindaca di Napoli (la Iervolino) ed il Presidente della Provincia (Di Palma), Bassolino chiese di incontrare i rappresentanti dei comitati. Ma questi declinarono l’invito se prima Bassolino non avesse reso pubblica la sua posizione. Temevamo che la mossa conciliante di Bassolino fosse una mossa pubblicitaria in vista delle elezioni. Questo rifiuto lo fece arrabbiare come anche la vicenda della Notte Bianca (30 settembre). Il comico Beppe Grillo era stato invitato per l’occasione. Mi ero accordato per salire con lui sul palco in Piazza Dante di fronte ad oltre 100.000 napoletani per parlare dell’acqua. Pochi minuti prima dello spettacolo due messi di Bassolino ordinarono a Grillo che io non potevo salire con lui sul palco. Beppe mi mandò a chiamare. Ci fu un confronto duro con i due messi. “Perché non posso salire sul palco?” – chiesi loro. “Il popolo di Napoli ha diritto ad una notte da favola e non può essere disturbato da discorsi seri”. “Tutto questo – risposi – ve lo troverete domani sui giornali”. E l’indomani scoppiò la bagarre. Bassolino aveva perso la faccia. Seguirono mesi intensi e belli in cui l’acqua divenne il discorso del giorno del popolo di Napoli. Tutto questo portò alla convocazione il 30 gennaio 2006 dei 136 comuni di Napoli e Caserta. Questa volta ben cento sindaci si presentarono all’assemblea e votarono di ritirare la delibera del 2004. L’acqua doveva essere gestita da totale capitale pubblico. Un urlo di gioia accolse quel voto storico. È incredibile il senso di vita, di gioia, di resurrezione che ti prende.

È incredibile che questo sia avvenuto a Napoli partendo dal basso e facendo rete (con il napo-pessimismo imperante questo è un piccolo miracolo). È solo l’inizio, però, di un lungo cammino sull’acqua non solo a Napoli, ma anche in Italia. Ho partecipato a tante assemblee sull’oro blu su è giù per la penisola. Sull’acqua ci giochiamo tutto. È la vita stessa. Si tratta di un duello di vita o morte soprattutto per i poveri della terra. Se vogliamo annunciare buone novelle ai poveri, dobbiamo impegnarci per la sacralità dell’acqua. Diritto fondamentale per ogni essere umano.

Una lotta che è continuata lungo l’estate sulle strade del sud. Un’estate bollente fatta di campi di lavoro in Sicilia, in Calabria… Licata (Agrigento), Palermo, Africo (RC), Valle del Bonamico (Locride)… Lavoro duro nelle serre sotto un fuoco infuocato (non ho mai sudato così tanto nella mia vita!)… Giornate dense di spiritualità… di preghiera… fatte insieme alle missionarie comboniane sr.Laura, sr.Tarcisia, sr. Maria Luisa.

Particolarmente bello il campo nella Valle del Bonamico, in quelle cooperative agricole sorte grazie alla determinazione del vescovo di Locri, G. Bregantini. Non è facile nel cuore della Locride dar vita a realtà economiche che rimangono fuori dal controllo della ‘ndrangheta. Che forza abbiamo ricevuto tutti nella celebrazione eucaristica presieduta da Bregantini per benedire le serre che avevano subito gli attacchi della ‘ndrangheta! “Dormivamo sul nudo pavimento e ci alzavamo alle cinque e trenta del mattino per andare a lavorare – mi diceva la campista Rachele. Spendevamo il pomeriggio a leggere il Vangelo, a pregare e ci sentivamo così contenti!”. È proprio vero che con poco si può essere felici. Questo anche davanti ai drammi di sangue. L’ultimo giorno del campo di Licata, uno dei campisti, Gaetano, un siciliano sopra i 50 anni, ci salutò verso mezzanotte per tornare a casa sua. La mattina è stato trovato crivellato da otto colpi. Fu uno shock per tutti. Sono i drammi di questo sud abbandonato a se stesso sotto il controllo delle mafie, che assiste alla fuga dei giovani verso il nord (siamo ai livelli degli anni 50) e l’arrivo degli immigrati dall’Africa (che scene incredibili questa estate: davanti al canale di Sicilia essere testimoni della morte per fame e sete di tanti africani, in particolare bambini buttati poi a mare in cibo ai pesci!). Senza parlare del dramma degli immigrati che lavorano come braccianti: la mia visita a Cassibile (Siracusa), la scorsa primavera, mi ha fatto toccare con mano l’orrore delle condizioni di vita in cui riduciamo questi nostri fratelli e sorelle.

Camminando… e sudando sulle strade del sud mi sono spesso chiesto: “Quando sarà che i missionari capiranno che queste sono situazioni di primo annuncio?” Il paesino di Africo, per esempio, nella Locride, ha su una popolazione di 1.500 abitanti dei quali 150 sono uomini in galera, 50 latitanti, 30 agli arresti domiciliari. Sono situazione ad gentes. “La vecchia idea era che la missione fosse “missione estera” dato che ritenevamo che la nostra patria fosse stata già evangelizzata” - scrive il biblista americano W. Brueggemann. - “Missione significa essere inviati come alternativi in ogni posto dove i poteri distruttivi imperano, inviati lì per parlare la parola e camminare il cammino, parlare e camminare la verità…l’invio deve essere compreso come comunità alternative nel mezzo di comunità inserite nel sistema.”

Sono ritornato alla mia Napoli, ritornata ora al centro dell’attenzione dei media nazionali. Non accetto il napo-pessimismo, ma la situazione è veramente difficile. Mi sono buttato subito sul problema centrale di Napoli: i rifiuti. Il Comitato Civico Allarme Rifiuti Tossici ha fatto un buon lavoro ma non ha inciso sulla città coinvolgendo i cittadini nella lotta. Napoli deve affrontare un dramma immane: migliaia di rifiuti tossici sepolti dalla camorra soprattutto nel triangolo della morte (Acerra, Nola e Marigliano), cinque milioni di tonnellate di ecoballe risultato di dodici anni di commissariamento dei rifiuti da parte di un’amministrazione di centro-sinistra, l’arrivo giornaliero in città di TIR carichi di rifiuti tossici, la decisione di costruire l’inceneritore di Acerra (completato all’80%) ed ora la volontà del nuovo super commissario di avere quattro piccoli inceneritori, uno per provincia. Sembra che a nessuno dei nostri amministratori sia ancora venuta l’idea che l’unica soluzione sia la più semplice: raccolta differenziata casa per casa (si può arrivare ad eliminare fino al 70%!), riduzione dei consumi, attenzione particolare ad eliminare la plastica (bottiglie, sacchetti…). È su questa strada che vogliamo batterci. Ma sarà un autunno molto caldo per noi a Napoli.

Altrettanto duro sarà l’impegno sui Rom. Abbiamo oltre 30 campi Rom in questa città dove vivono in condizioni disumane. La Rete Lilliput ha dato vita ad un altro comitato civico a favore dei Rom. Stiamo passando da un’emergenza all’altra. Da uno scontro all’altro con le autorità cittadine. L’ultimo è stato quello con il Prefetto di Napoli per salvare i Rom di Torre del Greco, minacciati di espulsione senza sapere dove andare (erano già stati buttati fuori da Casoria ed erano riusciti a trovare alcune casette abbandonate!). Quando il Prefetto si rifiutò di vedermi alla vigilia dello sfratto, gli mandai a dire, tramite la sua segreteria, che doveva semplicemente vergognarsi di comportarsi in maniera così squallida e disumana, mi fece rincorrere dai poliziotti e riportare in Prefettura. “Cosa vuoi?” – mi chiese il Prefetto . “A fianco del campo Rom c’è un altro terreno dove i Rom possono spostarsi” – gli risposi secco. “Sei sicuro?”- mi chiese – Va bene. Invitali a spostarsi lì”. Che festa ci fecero il giorno dopo i Rom! La gioia di sapersi sempre dalla parte della povera gente. Sempre dalla parte sbagliata! “Siamo infatti tribolati da ogni parte, - come scrive Paolo ai Corinti, - ma non schiacciati, siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati.”

Ancora più dura sarà la reazione quando pubblicheremo il rapporto sulla militarizzazione di questa meravigliosa città. Napoli sta ormai diventando una delle città più militarizzate d’Italia: sono già presenti i vari comandi della Nato, il supremo comando della Sesta Flotta Americana, nonché le Forze di pronto intervento americano nel Mediterraneo e Medio Oriente. La pubblicazione di questo rapporto ci creerà un bel po’ di problemi ma sarà solo l’inizio di un serio impegno contro una così massiccia militarizzazione di questa stupenda baia dove approdano oggi i sottomarini atomici. Questo in un momento in cui la minaccia atomica pesa come un fungo velenoso sul pianeta. Abbiamo lavorato quest’estate perché questo impegno sul nucleare si diffonda in tutta Italia. (Mi preoccupa molto la situazione dell’Iran ed ora della Corea del Nord che ci potrebbe far precipitare nell’inverno atomico!). Per questo avevo scritto quell’appello sull’allarme atomico invitando i “saggi” e gli esperti a scrivere un documento su cui costruire una campagna nazionale. Il documento è pronto. Lo abbiamo affidato alle associazioni e alle realtà di base perché, mettendosi insieme, possano preparare una campagna nazionale sul disarmo atomico. Per me è una questione di vita o di morte. “Sulla strada che seguiamo attualmente – affermava l’arcivescovo di Seattle, Hunthousen – la nostra politica economica verso gli altri paesi ha bisogno delle armi nucleari. Abbandonare queste armi significherebbe abbandonare le ragioni di tale terrore: il nostro posto privilegiato in questo mondo”.

Rinunciare al nucleare vuol dire rinunciare al nostro stile di vita. Sono, infatti, i poveri del mondo che mi spingono ad impegnarmi. È in questo spirito che mi sento unito alla lotta che Padre Daniele e Padre Paolo insieme a Luca (che è venuto a trovarmi a Napoli!) e a Gino stanno continuando a camminare con la gente di Korogocho e con i baraccati di Nairobi. Ci ha tenuto uniti anche l’impegno per W Nairobi W, per la remissione del debito del Kenya da parte del governo italiano. Una campagna iniziata quasi due anni fa nel contesto della carovana della pace 2004 e che ora sta dando i suoi frutti. I due governi, Kenya-Italia, si sono accordati per la remissione del debito. Questa è una bella vittoria nel contesto della legge 209 del 2000. Ma non è sufficiente. Noi chiediamo che i soldi vengano messi da parte e siano sotto il controllo sia dei due governi sia della società civile keniana e siano usati a favore dei baraccati di Nairobi specie di Korogocho e Soweto. Ma prima noi chiediamo che il governo del Kenya ceda la terra agli abitanti di Korogocho e Soweto. Per realizzare questo chiediamo che il governo proceda ad elezioni democratiche nelle rispettive baraccopoli per consegnare poi la terra alle comunità che ci vivono. Nel colloquio avuto lo scorso ottobre con una delegazione di W Nairobi W, la vice ministra degli esteri, Sentinelli, ci ha assicurato che lei spingerà il suo corrispettivo Keniano ad accettare queste richieste. Questo mi fa esultare di gioia poiché la nostra campagna incomincia ad incidere a livello politico. È un sogno? È fondamentale ritornare a sognare che un mondo “altro” è possibile, ma lo renderemo possibile attraverso un lento processo che nasce dal basso.

È così che sperimentiamo risurrezione, vita… nonostante tutto… nonostante che proprio il 20 settembre un altro uomo sia stato ucciso alla Sanità mentre la gente usciva di Chiesa la domenica mattina, e che giorni fa il genero Vincenzo del potente boss Misso del quartiere Sanità sia stato abbattuto come un cane davanti a Porta S.Gennaro, proprio ai confini con il quartiere Sanità. Abbiamo paura che questo sia l’inizio di un nuovo spargimento di sangue nel nostro rione.

Ma noi ci ostiniamo a credere che quel povero Cristo, crocifisso dall’Impero Romano, è vivo. Noi ci ostiniamo a far sbocciare segni di vita e di risurrezione. “Continuo a “pubblicare” utopia, impegno, trasparenza, vita – ha scritto nella sua ultima lettera il vescovo P.Casaldaliga. E ricordiamoci che l’utopia deve essere verificata nella prassi quotidiana, che la “speranza si giustifica in quelli che camminano” e che “ci è data per servire i disperati’. Per questo servizio, penso oggi, ci sia richiesto soprattutto una testimonianza coerente, una vicinanza samaritana, una presenza profetica”.

Oggi, festa di Tutti i Santi, ricordo insieme a voi, miei cari amici, tutte quelle figure che ci hanno accompagnato sulla via della vita e che ora sono col Papi.

A voi tutti auguro un buon cammino, esortandovi con le parole di Turoldo, una di quelle splendide guide che oggi con gioia ricordiamo: “Anima mia canta e cammina. E anche tu fedele di chissà quale fede; oppure uomo di nessuna fede: camminiamo insieme. E l’arida terra si metterà a fiorire. Qualcuno – colui che tutti cerchiamo – ci camminerà accanto”.

 

Sijambo!

Alex

 

Napoli rione Sanità, 1 novembre 2006

 

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