Nota di Nimby trentino

 

Cari amici del Movimento Nonviolento,

se don Lorenzo Milani ci ha detto, o insegnato, che l’ “obbedienza non è più una virtù”, coerentemente obiettate anche a quelle “disposizioni” o a chi, facendo leva sull’ignoranza e su troppi comodi luoghi comuni, vorrebbe farci credere che l’incenerimento è il modo migliore, o il meno peggio, per smaltire i rifiuti.

Forse non siete ancora aggiornati sul fatto che coloro che gestiscono le “leve” dei camini sono gli amici degli amici di coloro che gestiscono quelle dell’immondo mercato delle armi. E molto simili sono le loro pressioni presso questa politica (anche di questi giorni con l'iniquo mantenimento dei sussidi statali del Cip6) per gestire il malaffare, le ingiustizie, le speculazioni sulla merce-rifiuto e qualsiasi sana prospettiva degna di un paese civile.

Ve lo chiede anche padre Alex Zanotelli, a proposito di “nuova resistenza”.

 

 

 

«Grazie all’avvocato dei giusti»

L’omaggio del Movimento Nonviolento a Sandro Canestrini

«Per anni ha difeso gli obiettori, è nostro presidente onorario»

 

È il nostro «presidente onorario». Un riconoscimento che il Movimento Nonviolento gli vuole tributare per i tanti meriti acquisiti sul campo.

Ha difeso generazioni di obiettori di coscienza. Anzi, nelle aule dei tribunali militari trasformava gli imputati in accusatori. Prima del 1972 la legge non concedeva agli obiettori nemmeno il riconoscimento del loro status, e li definiva solo «renitenti alla leva» o «soldati che rifiutano di indossare la divisa»; e lui, invece, il loro avvocato, sollevava eccezione di incostituzionalità e accusava il tribunale di essere un «tribunale speciale», chiedeva una corte fatta solo di giudici civili, rifiutava i giudici militari, smascherava il codice militare, ne chiedeva l'abolizione, rovesciava i processi e metteva sotto accusa la corte.

Quelle arringhe memorabili

Le sue arringhe erano memorabili, ti lasciavano a bocca aperta, scuotevano il più cinico dei giudici. In quelle aule austere e fredde, dove fino ad allora si era discusso solo di qualche furto in caserma, o di insubordinazione, e gli avvocati d'ufficio si affidavano alla «clemenza della corte», lui incominciò a citare Gandhi, Brecht, Russel, Socrate, Voltaire, e inventò i processi politici con la difesa collettiva. L'avvocato Canestrini sconvolse definitivamente l'istituzione dei tribunali militari.

L'ho conosciuto che ero solo un ragazzino. Sapevo che quel giorno si svolgeva il processo all'obiettore Alberto Trevisan. Stavo maturando la mia scelta antimilitarista e volevo partecipare, per capire. Decisi di marinare la scuola e andai in treno al tribunale militare di Padova. Ero minorenne e naturalmente non mi fecero entrare. Rimasi fuori dall'aula, e chiesi a qualcuno cosa stava accadendo, come andava il processo. Ricordo bene la risposta: «Fattelo dire dall'avvocato Canestrini». Lui, alto, elegante, portamento aristocratico, con la toga nera sulle spalle, mi prese sottobraccio e mi fece una lezione di diritto costituzionale, mi disse che gli obiettori erano i nuovi partigiani, che l'obiezione era la nuova resistenza. Rimasi affascinato. Lo ritrovai poi alle marce antimilitariste, ci sollecitava a partecipare alle contestazioni del 4 novembre, e si metteva a disposizione per la difesa di ogni compagno denunciato per «vilipendio» alla bandiera o all'esercito. Poi, con la campagna per l'obiezione fiscale alle spese militari, diventai un suo «cliente». Ventuno processi, da Catania a Sondrio, e ventuno assoluzioni. Mai visto una parcella, tutte difese politiche, anzi, alla fine di ogni processo arrivava puntuale il suo contributo economico per «le spese» del Movimento. Così siamo diventati amici.

Sandro Canestrini, come tutte le persone di carattere, ha un brutto carattere. Non te ne perdona una. Se non mantieni un impegno preso, se ritardi di un minuto, se non sei preciso, ti arriva una letteraccia o una telefonata brusca. Ma poi non si tira mai indietro. È ancora uno di quelli «all'antica» che intende la professione di avvocato come una missione, un impegno militante contro il potere. Per questo è stato partigiano, comunista, radicale, libertario, e ora, dice di se stesso, «ho scelto la nonviolenza. Ho creduto, un tempo, alla necessità della forza violenta per combattere il fascismo e il militarismo, ma poi l'esempio di tanti compagni, la testimonianza degli obiettori in carcere, la persuasione di persone come Pietro Pinna o Alex Zanotelli, mi hanno a loro volta persuaso della superiorità della nonviolenza. La mia è stata una maturazione intellettuale, non fideistica o religiosa, e oggi sono convinto che nella storia solo la nonviolenza può portare delle profonde trasformazioni sociali di liberazione».

Persona di grande rigore e di vasta cultura, Sandro Canestrini è un irregolare. Difficile inquadrarlo in un partito o mettergli un'etichetta. Spesso prende posizioni difficili, controcorrente, e non lo spaventa affatto trovarsi da solo a difendere un'idea, contro tutti. Ma la sua generosità e disponibilità gli vengono riconosciute anche dagli avversari. E per questo è molto rispettato, anche nel suo Trentino Alto Adige, terra dalle mille contraddizioni. Recentemente ha ricevuto addirittura la «Croce al merito del Tirolo», un'onorificenza (qualcuno potrebbe dire «conservatrice») che non era mai andata a un italiano; motivo: «Per il costante impegno in favore dei diritti dell'uomo».

Il riferimento è a quanto avvenne una quarantina di anni fa, nella famosa «notte dei fuochi», all'epoca in cui il penalista vestì la toga per patrocinare gli attentatori altoatesini (o i patrioti sudtirolesi, secondo i punti di vista) che mettevano il tritolo sotto i tralicci. Canestrini difese alcuni degli imputati, arrestati dai carabinieri italiani e sottoposti a vere e proprie sevizie nel tentativo di estorcere loro informazioni decisive; egli si scandalizzò, ma restò solo a protestare contro quella barbarie compiuta da chi avrebbe dovuto rappresentare la legge. Oggi dice: «Io credo che il premio mi sia stato conferito per il desiderio di ricordare che c'è stato qualcuno "dall'altra parte" che ha preso posizione anche se la controparte era il potente Stato italiano». E così «il Sandro», classe 1922, ha preso il suo bastone, ha indossato il «papillon», ed è andato a ritirare il premio, non prima di aver scritto il suo discorso di accettazione.

«(…) Ho sempre aspirato a vivere in un mondo dove non vi siano più processi politici e nel quale ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione senza lo spettro del carcere, un mondo senza torture e prevaricazioni. (…) Posso tirare le conclusioni della mia attività e anche della mia vita. Durante tutta la mia esistenza mi sono battuto per la libertà, la fratellanza e la giustizia, talvolta in compagnia di altri, talvolta da solo. Io penso che il futuro del Tirolo sia questo: che offra una vita operosa e serena a tutti gli abitanti. Le richieste di giustizia devono venire accolte senza quelle discriminazioni che ci furono dal 1918 in poi fra cittadini di lingua italiana e cittadini di lingua tedesca (…)».

La professione di avvocato lui l'ha onorata fino in fondo. Ha fondato l'associazione «giuristi democratici» (insieme a Terracini, Basso, Guidetti Serra) per garantire una difesa a tutti coloro che negli anni '60 e '70 partecipavano alle lotte studentesche e sindacali. Ma è stato egli stesso impegnato in prima persona. Recentemente ha rischiato una denuncia per «istigazione», perché durante l'inaugurazione di un monumento antimilitarista a Rovereto, avrebbe fatto l'apologia della diserzione; nel 1968 durante una contestazione antimilitarista del 4 novembre gli studenti bloccarono il corteo del capo dello Stato ed egli si parò davanti al presidente Saragat e gli disse: «Vergognati tu, che sei socialista, a celebrare una guerra e commemorare una vittoria militare»; quella volta volevano denunciarlo per blocco stradale. Alexander Langer, che gli era amico, pochi mesi prima di lasciarci gli scrisse in una lettera: «Mi viene da pensare a te, che resterai per sempre il mio prototipo di "giurista democratico"….». Infatti Canestrini fu un riferimento importante per Langer. (...)

Di Alexander Langer, Canestrini conserva un ricordo vivo: «Da lui ho imparato a cercare sempre il meglio dell'una e dell'altra parte, che nella mia regione significa prendere il meglio della cultura italiana e della cultura tedesca. Ricordo che con Alex andammo, praticamente da soli, ad un incontro al Brennero convocato dagli Schützen sudtirolesi, per condividere con loro la difesa dell'ambiente alpino».

La letteraccia a Miss Italia

Oggi lo studio Canestrini è affidato al figlio Nicola (Kolja), anch'egli impegnato nella difesa dei diritti di pace, libertà, manifestazione. Sandro non frequenta più le aule dei tribunali. Ma tutti i giorni va in studio, legge, si aggiorna, e ha un fitta corrispondenza con tanti compagni di lotte democratiche. Ogni tanto gli scappa ancora qualche letteraccia, come l'ultima che ha scritto alla ragazza nominata Miss Italia, sua conterranea, colpevole di non sapere chi era Marie Curie, prima donna della storia a ricevere il premio Nobel.

 

Mao Valpiana

l’Adige, 18 dicembre 2006

 

 

 

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