Inceneritori, perché?

 

In questi giorni si sta decidendo in Parlamento l'importante partita degli inceneritori. Oggi, i rifiuti bruciati negli inceneritori sono considerati una fonte d'energia assimilata alle rinnovabili, e per questo chi li brucia incassa un sacco di soldi, prelevati dalle nostre bollette dell'elettricità. Succede dal 1992. La Finanziaria di quest'anno doveva porre fine a questo scempio della salute e del portafoglio dei cittadini: nessun inceneritore costruito dopo il 31 dicembre 2006 avrebbe più beneficiato dei finanziamenti.

Ma c'è un emendamento che vuol cambiare le cose all'ultimo momento sostituendo il termine “costruiti” col termine “autorizzati”. Un inceneritore non lo si costruisce in una settimana, ma lo si può benissimo autorizzare. I lobbisti della cosiddetta “termovalorizzazione” (altra presa in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.

Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque. Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta, sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. “L'unica nostra preoccupazione – hanno sempre sostenuto – è di evitare la discarica a quel 20-30% di rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata”.

Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione, ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione – su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento – si può infatti ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali sistemi di produzione e consumo. Il ‘bad industrial design' di cui parla il padre della strategia Rifiuti Zero, lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare un ‘good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei prodotti.

Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano per andare con decisione verso questa direzione. È in genere a questo punto che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei, ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…

La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare. Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti. L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina, il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.

In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: “Il cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione – mi ha fatto notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento – contrasta con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere, di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva comportano notevoli investimenti”. Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo, quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino lo smontaggio di un'automobile.

Proprio in questi giorni Nimby trentino , l'associazione che da tre anni guida l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata, ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del “good industrial design”. “A causa di quale tipologia di rifiuti – si domanda Rizzoli – si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?”

Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti. Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore, era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. “Allora non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak con contenitori di materiale riciclabile?”. Un'altra frazione importante del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. “E chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?”.

Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida e irreversibile. “Invece – prosegue Rizzoli – da noi in Trentino s'è fatto esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione. Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare per sempre l'idea di costruirlo”.

A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo così.

 

 

Marco Niro

megachip, 19 dicembre 2006

 

 

 

 

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