Da Diario, risponde FdB

 

Alla Sloi è nato il bosco «post-industriale»

 

Caro de Battaglia, prendo lo spunto da alcuni recenti libri (Giani Zotta) e articoli sulle fabbriche trentine, per alcune considerazioni. La Sloi, come la “Ferriera” e la “Prada” furono tre stabilimenti collocati nella stessa area fra Trento e Gardolo negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Evidentemente il Regime considerava la città una sorta di terzo mondo in cui scaricare fabbriche altamente inquinanti, di cui si tacevano la nocività e la pericolosità per i lavoratori e tutta la popolazione: fabbriche oltretutto “benedette” dalla gente perché, in tempi di crisi e disoccupazione, portavano indispensabili posti di lavoro. Queste fabbriche sono sopravvissute alla guerra e al dopoguerra e sono state chiuse dopo 40-50 anni perché obsolete e perché ci si era resi conto del loro micidiale potenziale. Non sapremo mai quante migliaia di vite abbiano queste fabbriche rovinato o spento non solo tra i lavoratori (la gente a Trento moriva di silicosi e di tumore ai polmoni per i micidiali fumi della “Ferriera”).

Per quanto riguarda la Sloi sappiamo di aver sfiorato due volte il disastro ambientale: con l’alluvione del 1966 e ancor più il 14 luglio del 1978 (poteva essere, in anticipo, un’altra Bhopal), quando la fabbrica finalmente e coraggiosamente fu chiusa dall’allora sindaco Giorgio Tononi. Sappiamo che l’azienda che aveva per quarant’anni tratto enormi profitti col piombo tetraetile, avvelenando l’ambiente e il terreno, rovinando la salute e prendendosi la vita dei lavoratori, per decenni si batté per riaprire gli stabilimenti e chiedere i danni al sindaco e al Comune. Allora io facevo parte del consiglio comunale e proposi in un mio intervento che fosse il Comune a presentarsi come parte civile, chiedendo i danni. Non si fece, perdendo a mio avviso una storica occasione.

Negli ultimi quindici anni sopra quei terreni avvelenati passati di mano si è scatenato il balletto dei progetti delle mega-speculazioni edilizie: è entrata in campo una prima cordata di imprenditori trentini capeggiati dai Lunelli (so che era previsto un progetto architettonico di Renzo Piano). Emerse le enormi difficoltà e i tempi lunghi della bonifica dei terreni, la cordata ha poi passato la mano ad un’altra: sono fioriti nuovi mostruosi megaprogetti edilizi. Ma chi dovrebbe accollarsi le incalcolabili spese di bonifica: il privato o il pubblico? Da quanto si è letto non esistono tecnologie sicure e non sono prevedibili i costi.

Nel frattempo in questi 25 anni la natura si è ripresa i terreni avvelenati dagli uomini: sorprendentemente nell’area è cresciuto un bosco, di pioppi e betulle. C’è da restarne stupefatti, personalmente penso che la cosa presenti un notevole interesse scientifico: in che modo quelle piante sono cresciute su terreni avvelenati in profondità? Perché sono cresciute quelle piante e non altre? Che tipo di salute gode quella vegetazione? In questo bosco metropolitano hanno trovato rifugio animali, uccelli, insetti? E se sì, come e perché? Questo “bosco della Sloi” potrebbe essere, oltre che un polmone verde per la città, un osservatorio scientifico permanente di grande interesse, forse unico. Penso che ne dovrebbe essere interessato il Museo tridentino di Scienze naturali o altra istituzione scientifica.

In ogni caso sono convinto che la natura ci abbia indicato ancora una volta la strada: opposta a quella della nostra demenza autodistruttiva.

Renzo Francescotti

 

 

Il bosco spontaneo, cresciuto dove c’erano i veleni della Sloi, è un segno prezioso, di grande ottimismo, per il futuro. Dà energia e speranza di fronte alla sistematica usura dell’ambiente. Dimostra che la natura sa riconquistare ciò che l’uomo inquina e distrugge. Conferma che esistono meccanismi evolutivi di vita più forti della violenza umana e che la natura può riscattare non solo gli errori degli improvvidi apprendisti stregoni tecnologici, ma la viltà degli scienziati, appiattiti sul potere e sui soldi.

 In questa cornice di futuro la proposta di lasciare «alla natura» l’area Sloi - anche per vedere scientificamente «cosa succede» - è persuasiva e vincente. Il famoso parco nazionale svizzero dell’Engadina, del resto, è cresciuto come rivincita della natura su un territorio degradato a discarica mineraria nel corso dei secoli. Ed il Museo di Scienze Naturali potrebbe davvero impegnarsi, se lo volesse, in una sorta di «gemellaggio» fra aree dismesse: ex Michelin, dove sorgerà la sua nuova sede, ed ex Sloi, dove sta crescendo il bosco della post-industrializzazione. Sarebbe anche un segno di protesta internazionale (di cui la città di Trento potrebbe farsi portavoce) nei confronti di quello che è oggi il problema più grave delle Alpi, tenuto nascosto dalle istituzioni scientifiche per ragioni di marketing turistico, ma denunciato da naturalisti liberi come Gino Tomasi: i laghetti alpini hanno nelle loro acque dosi di Ddt centinaia di volte superiori a quelle dei bacini di pianura, perché raccolgono, condensati nelle precipitazioni piovose, i veleni delle fabbriche d’oltremare (Marocco, Algeria, Est europeo, Cina) dove le sostanze proibite in Europa vengono costantemente usate per tenere bassi i costi dei prodotti. Altro che globalizzazione. Violenza e truffa.

 Ben venga il bosco allora, anche perché di terreni per l’edilizia speculativa i palazzinari di Trento ne hanno avuti fin troppi.

 

Franco de Battaglia

Trentino, 21 dicembre 2006

 

 

 

 

 

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