La morte del dittatore iracheno

Né giustizia né vendetta ma solo un atto politico

 

Alle 6.10 di ieri mattina, 30 dicembre, l'ex Rais dell'Iraq, Saddam Hussein, è stato impiccato in una prigione a nord di Baghdad, ora base militare americana. Si è trattato di un atto di giustizia o di un atto di vendetta? Cercherò di argomentare che non è stato né l'uno né l'altro. Ovvero che si è trattato di un atto principalmente politico finalizzato a giustificare una politica estera, quella dell'attuale amministrazione di George W. Bush, rivelatasi drammaticamente fallimentare.

È stato detto da più parti, ed in particolare da settori simpatetici con i neoconservatori americani, che l'impiccagione di Saddam Hussein costituisce un «sommo atto di giustizia», un esito inevitabile quando un popolo (quello iracheno) «si riappropria del suo destino», una dimostrazione che nessun dittatore, in nessuna parte del mondo, «potrà più sentirsi al sicuro».

Anzi, per alcuni osservatori (anche italiani), il processo di Baghdad è "l'erede storico" dei grandi processi post-bellici di Norimberga e Tokyo, quando furono processati e condannati i responsabili delle aggressioni e dei crimini che portarono alla Seconda guerra Mondiale. In realtà, le cose non sono così semplici. Per diverse ragioni.

Primo. Perché non si può definire come "atto di giustizia" una decisione presa attraverso un procedimento giudiziario che non ha rispettato i basilari criteri del due process (cioè del processo equo). La difesa non ha potuto sviluppare i propri argomenti, importanti testimonianze non sono state verificate, la procedura d'appello non è stata considerata.

Secondo. Il popolo iracheno non si è riappropriato affatto del suo destino. Il processo a Saddam Hussein non è stato fatto da un popolo che si era liberato di un dittatore attraverso un sommovimento interno (una "rivoluzione" o persino un "colpo di stato"). Quel processo è stato imposto da una potenza occupante, per di più in un contesto di guerra civile interna. Oggi non esiste un "popolo iracheno" in nome del quale un giudice possa parlare. Esistono sette religiose, fazioni e bande armate, gruppi tribali, ognuno dei quali persegue una propria strategia (si fa per dire).

Terzo. L'impiccagione di Saddam Hussein non invia alcun messaggio minaccioso ai vari dittatori che sono al potere in diverse parti del mondo. Anzi, molti tiranni (come quelli che controllano il Pakistan o l'Arabia Saudita o lo stesso Egitto) sono di casa nelle capitali occidentali (ed in particolare a Washington D.C.), perché funzionali a specifiche strategie internazionali (o perché considerati un "male minore" rispetto al "male maggiore" che essi consentono di prevenire, quello cioè del fondamentalismo militante). Insomma, anche la dittatura è un concetto variabile: in alcuni casi è inaccettabile, in altri è invece accettabile.

Quarto. Solamente una bizzarra superficialità può fare ritenere che vi è stato un legame tra i grandi processi post-bellici e quello che ha condotto alla condanna a morte di Saddam Hussein. I processi di Norimberga e di Tokyo erano stati fatti a nome di ciò che allora era la "comunità internazionale". Non è stato il caso del processo di Baghdad, non solamente perché è stato gestito da un tribunale formalmente interno, ma anche perché è stato condotto sulla base di un diritto nazionale (quello iracheno) non propriamente democratico. La continuità con i grandi processi post-bellici l'avrebbe potuto garantire solamente un processo svolto dal Tribunale penale internazionale, l'unico organo giuridico legittimato a processare crimini contro l'umanità sulla base di principi e norme universalmente riconosciuti. Ma quel Tribunale, come è noto, continua ad essere osteggiato e disconosciuto dagli Stati Uniti neo-conservatori di George W. Bush.

Ma se non è stata un atto di giustizia, si può considerare quella impiccagione un atto di vendetta? In realtà, non pochi osservatori, duramente critici verso i neo-conservatori americani, hanno parlato di un regolamento dei conti tra "il clan texano dei Bush" e "il clan sunnita dei tigrini di Saddam Hussein". Altri ancora hanno sostenuto che il regolamento dei conti è stato voluto dagli sciiti e curdi nei confronti dei sunniti, cioè del gruppo religioso che ha tenuto tutte le leve del potere nel moderno Iraq, nonostante rappresentasse una minoranza del paese. Non vi è dubbio che coloro che hanno più subito la dittatura di Saddam Hussein, che sono stati massacrati a più riprese, che hanno subìto spietati attacchi militari nelle proprie enclaves (per di più condotti con armi chimiche se non batteriologiche), abbiano nutrito un sentimento di vendetta nei confronti del dittatore. È un po' meno dubbio che il sentimento di vendetta riguardi "il clan dei Bush", quasi che la guerra fosse stata una questione privata, una contesa medievale tra case regnanti in reciproca antipatia. Non metto in dubbio che la vendetta sia un sentimento che può mobilitare emozioni e talora decisioni. Basarsi esclusivamente su di essa per interpretare il mondo, tuttavia, è un po' come guardare quest'ultimo dal buco della serratura. Anche in questo caso, le cose sono un po' più complicate. Infatti, l'impiccagione di Saddam Hussein sembra rispondere più ad esigenze politiche, che a tenebrosi sentimenti personali o emozioni sociali. Se non è un atto di giustizia, tuttavia è qualcosa di diverso da un atto di vendetta. Insomma, essa sembra essere motivata da altre ragioni, che poco o punto hanno a che fare con il diritto o con la psicologia. Vi sono buone ragioni, cioè, per pensare che quella impiccagione risponda ad una esigenza di politica estera (degli Stati Uniti), piuttosto che di politica interna (dell'Iraq). L'invasione dell'Iraq ha rappresentato, come nessuna altra scelta, la politica estera dei neo-conservatori, una politica estera basata sull'idea che le minacce plausibili alle democrazie (ovvero agli Stati Uniti e ai suoi alleati) debbano essere prevenute militarmente, prima ancora che esse diventino possibili. Anzi, che tale prevenzione militare può essere l'occasione per imporre nuovi regimi democratici. Il punto è che questa politica estera si è rivelata un fallimento totale, come è testimoniato dalla furiosa guerra civile che si sta svolgendo in Iraq. Con tre mila soldati morti, con quasi un milione di civili uccisi, con un governo in carica privo di qualsivoglia autorevolezza, con una geo-politica medio-orientale divenuta favorevole agli avversari dei paesi occidentali, gli Stati Uniti hanno poco o nulla con cui giustificare la loro avventura irachena. Una volta noto che Saddam Hussein non c'entrava nulla con l'attacco alle Torri Gemelle, che anzi era un rivale del fondamentalismo sannita, come può (un presidente in carica) motivare al suo paese una scelta così fallimentare (come l'invasione dell'Iraq)? Insomma, del grande progetto dei neo-conservatori di esportare la democrazia nel mondo sembra essere rimasta solamente l'esigenza di un presidente in carica di salvare la faccia (o forse la reputazione per i libri di storia).

Saddam Hussein è stato un dittatore spietato. Un dittatore spietato sia quando era alleato degli Stati Uniti del neo-conservatore Ronald Reagan, sia quando era divenuto avversario degli Stati Uniti del conservatore George H.W. Bush. Era spietato quando ha cercato di invadere l'Iran (tra il 1980-1988) con l'aiuto di Ronald Reagan, ma anche quando ha invaso il Kuwait (nel 1990), da cui ha dovuto ritirarsi per l'intervento del successore di Reagan, padre dell'attuale presidente degli Stati Uniti. Sicuramente è migliore un mondo in cui non vi sono più dittatori spietati come Saddam Hussein. Tuttavia, il buon fine non giustifica mai i cattivi mezzi. Non li giustifica oggi, né li giustificava nel passato.

 

Sergio Fabbrini

L’Adige, 31 dicembre 2006

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