Il viaggiatore letterario

Marco Albertazzi, editore di Lavis, vende in Usa e in Giappone

Testi contemporanei, «eretici» medievali: vere e proprie gemme

 

Può una casa editrice vivere di cultura, a Trento, nel 2006, senza piegarsi supina a logiche di mercato? Marco Albertazzi, intellettuale anarchico - anche se ogni definizione gli va stretta - lo ha dimostrato: con La Finestra editrice. In Trentino, a Lavis. Un catalogo dove si trovano testi medievali, alcuni ritenuti «eretici», testi contemporanei e saggi di ogni genere, che nessuno si sognerebbe di pubblicare. Eppur «vive», vende in Giappone e negli Stati Uniti, grazie alla rete, ad Internet, realizzando un sogno di libertà intellettuale altrimenti impossibile.

Per comprendere quale sia la ricetta della libera edizione bisogna calarsi in un mondo fatto di passioni, ricerca, rifiuto del nepotismo e di tutte le forme di servilismo intellettuale. Albertazzi discute con i suoi collaboratori, a Lavis, la pubblicazione di ogni libro. Non esiste un «piano» delle vendite, delle priorità in base all'andamento della richiesta.

Il motore è la passione, spesso capace di dar vita a vere e proprie gemme. «Un'opera o è di qualità o non lo è. La Finestra editrice non ha alcuna strategia di mercato, non ha consulenti commerciali, ma si fonda sulla passione dei propri lettori - dice Albertazzi delineando i tratti principali della sua creatura -. Identificata un'opera la si pubblica, certi che da qualche parte del globo verrà richiesta. L'entusiasmo agisce in profondità perché è vero e senza trucchi. Una grande opera fa grande un editore anche di microscopiche dimensioni. È una questione di qualità e non di quantità. Se ne accorgono in pochi, ma per noi questi pochi sono preziosi. La Finestra editrice è stata giudicata in Cina tra le più prestigiose realtà culturali italiane; a Pechino. E in Trentino si trova difficoltà perfino a parlare con il signor pubblico usciere... Abbiamo pubblicato opere come «Commentaria symbolica» di Antonio Ricciardi o «L'Acerba» di Cecco d'Ascoli attingendo i fondi nel mercato internazionale. Altrimenti sarebbero opere morte. Non è mai una questione di denaro, ma sempre di idee e di visioni».

In realtà una sua linea ce l'ha, Albertazzi: la tradizione paga quanto la novità. Un esempio sono le enciclopedie medievali: shuttle che trasportano verso altre altezze e profondità: «Leggere Dante senza avere cognizione dell'ambiente medievale in cui ha operato è come suonare un violino sprovvisto di corde - dice Albertazzi - le enciclopedie medievali sono state ritenute opere di accumulo, aride e pesanti. Sto dimostrando il contrario: sono macchine volanti che traghettano verso la dimensione metafisica. Sono un viaggiatore letterario, delle lettere in cui ogni lettera è una cifra. Al termine di questo mio viaggio spero di lasciare quanti più progetti concretizzati possibile per le generazioni che verranno».

Quali sono le prospettive culturali per il prossimo anno?

«Non vedo alcun futuro se non nel presente, nel fare ogni giorno il mio mestiere che è quello di leggere e pubblicare opere del passato e del presente. Per il pubblico contemporaneo e per quello del futuro».

Cosa manca alla cultura del Trentino?

«L'inceneritore: con questo ritengo che sia a posto. Per sempre. Mancavano le opere di Cesare Battisti o di Marco Pola? Ora ci sono. Per il resto non vedo alcuna strategia culturale ad ampio raggio nella nostra provincia che pure ha una facoltà letteraria. Ma può anche darsi che ci sia e io non la veda. Occorrerebbe cambiare tutte le gerarchie attuali. Toccherebbe partire da zero, ci vorrebbero giovani. Ed invece le giovani leve vengono selezionate con un certo criterio. La vera cultura oggi in Trentino si basa molto sulla volontà della singola persona. C'è qualche elemento particolarmente dotato. Il problema però è che non esiste una strategia e una regia. In Francia c'è esattamente la situazione opposta. Si evidenziano cose che non sono fantastiche, anche piccole e nascoste. Qui da noi mancano le idee, non i soldi. I fondi ci sarebbero anche. Anni di sottocultura, di potere della Chiesa hanno prodotto questa povertà intellettuale. A forza di reprimere, la gente è arrivata a dire: ma perché devo pensare?».

Da dove nasce questa predilezione per i testi «eretici»?

«Chi pensa con la propria testa, da che mondo è mondo, raramente si gode la vecchiaia. Ogni epoca con i suoi sistemi, con una demoniaca puntualità. Chiunque compie una scelta è eretico e quindi chi pensa con la propria testa è un eretico. Se addirittura scrive un'opera è un pazzo. Questa in estrema sintesi la posizione dell'intellettuale in Italia, sempre costretto a vagare nella tormenta. Credo che le democrazie siano in assoluto una conquista, una disgrazia nel particolare».

E il rapporto con la fede, con la Chiesa Cattolica?

«Non ho alcun rapporto con la Chiesa Cattolica. Con la fede è praticamente quotidiano. Tra i miei libri preferiti diversi sono biblici: il Cantico dei Cantici, l'Ecclesiasticus, Giobbe, Genesi... La chiesa mi sembra una organizzazione politica il cui potere ha tenuto per anni sotto pressione la cultura italiana, e continua a farlo. Mi rendo conto che accusare è facile, colpire nel mucchio, ma la nostra è una situazione che non si smuove perché manca la volontà di farlo. E fino a quando lo Stato italiano non riuscirà ad affrancarsi, non sarà possibile un nuovo rinascimento culturale. Anche una certa sinistra del nostro paese, poi, risulta succube di questa mentalità, partorendo ibride bestie come il cattocomunismo. La posizione dell'intellettuale è per forza anarchica: chi pensa, in Italia, oggi non può che essere un anarchico».

 

Alberto Piccioni

l’Adige, 31 dicembre 2006

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