Il babà incenerito

 

L’antefatto è che, con una manovra degna del gioco delle tre carte, i finanziamenti previsti dalla legge per incentivare lo sviluppo delle fonti rinnovabili erano stati dirottati sull’energia elettrica prodotta con gli scarti di raffineria e con l’incenerimento dei rifiuti [30 miliardi di euro dal 1991 al 2003]. Il fatto è che con un emendamento alla legge finanziaria quei finanziamenti sono stati restituiti alla loro legittima destinazione. La conseguenza è che il presidente della Provincia di Torino e il sindaco della città si sono visti sottrarre il babà su cui stavano affondando i denti e non l’hanno presa bene. «Per colpa degli estremisti della legalità dovremo aumentare la tassa raccolta rifiuti», hanno protestato inghiottendo con rabbia l’ormai inutile produzione delle loro ghiandole salivari. «Confidiamo che il governo con un altro giochino delle tre carte inserisca i rifiuti tra le biomasse per ridarci quei soldi», ha aggiunto subito dopo il più navigato dei due compari.

Una vicenda, tra le tante che costellano l’inglorioso declino di un sistema istituzionale nato in un contesto morale di tutt’altra tempra, su cui non si può evitare di svolgere qualche riflessione. La prima è proprio l’assenza, dall’orizzonte mentale di questi personaggi, dell’etica e del diritto. Nessun riferimento al fatto che quei soldi, su cui contavano per saldare i conti fallimentari dell’inceneritore, fossero stati sottratti con una truffa legalizzata alle fonti rinnovabili cui erano destinati. Nessun accenno al fatto che per questo l’Italia ha subito più di un procedimento d’infrazione dall’Ue.

La seconda riflessione attiene alla progressiva riduzione delle differenze tra destra e sinistra. Il gioco delle tre carte con cui alle fonti rinnovabili, prima – carta vince - sono state affiancate le “assimilate”, poi nelle assimilate sono state inserite – carta perde - fonti non rinnovabili, infine i finanziamenti previsti per le rinnovabili – carta vince - sono stati dirottati sulle non rinnovabili, lo ha fatto il governo Berlusconi, ma lo difende la maggioranza dei partiti di questo governo. Si può ancora definire di sinistra chi difende la continuità di scelte fatte dalla destra? È estremista chi ne deduce che la distinzione tra destra e sinistra è superata e che i politici si giudicano, come tutte le persone, del resto, da ciò che fanno e non da ciò che dicono?

Non avevamo ancora finito di rileggere queste considerazioni che il presidente della Provincia [sempre lui!] lanciava un appello ai deputati torinesi della destra perché si affiancassero a quelli della sinistra in un’azione di lobbing parlamentare per indurre il governo a reinserire tra le fonti rinnovabili una sostanza non rinnovabile, come la plastica dei rifiuti, che dà il grosso dell’energia nei forni inceneritori. In barba al diritto, alla scienza e ai procedimenti d’infrazione dell’Ue.

La terza riflessione riguarda la validità tecnico-economica dell’incenerimento dei rifiuti, a prescindere, direbbe Totò, da ogni valutazione ambientale. «Se non ci arriveranno i 20 milioni di euro degli incentivi, le discariche diventeranno più convenienti degli inceneritori, oppure dovremo aumentare la tassa raccolta rifiuti di 20/30 euro a famiglia», hanno sostenuto il gatto e la volpe. Ciò significa che la tecnologia dell’incenerimento non è in grado di stare in piedi da sé. È antieconomica. Costa più di quello che rende. Ha costi che non si ammortizzano. La sua inefficienza, in nome del capitalismo e del liberismo, deve essere pagata dalla collettività. O da tutta la popolazione italiana attraverso la sovrattassa sulla bolletta elettrica [prevista per le energie rinnovabili, ma questa è una quisquilia, direbbe sempre Totò], o solo dalla popolazione della provincia di Torino, attraverso un aumento della tassa rifiuti. Con lo specchietto per le allodole che l’inceneritore sarebbe l’alternativa della discarica.

Come se le ceneri e i fanghi di depurazione non dovessero essere smaltiti in una discarica molto più pericolosa delle altre.

Ma se i rifiuti non fossero gestiti in condizioni di privativa [monopolio per legge] da società private a capitale totalmente pubblico [una bella invenzione da commedia dell’arte], i loro bilanci potrebbero andare in pareggio semplicemente aumentando le tariffe a ogni aumento dei costi? Se agli incrementi della raccolta differenziata corrispondessero proporzionali aumenti di riciclaggio, i costi della gestione dei rifiuti diminuirebbero. Per ogni chilo di raccolta differenziata che non si porta allo smaltimento si avrebbe un risparmio, ma per non portare allo smaltimento qualcosa, occorre rivenderlo sotto forma di materia prima secondaria. Quindi ne deriva anche un guadagno. Una volta che siano state ammortizzate le maggiori spese di mezzi e persone necessari alla raccolta differenziata, si avrebbe una progressiva riduzione dei costi che, trattandosi di società controllate da enti pubblici, si dovrebbero tradurre in una riduzione della tassa raccolta rifiuti.

Come mai non succede? Gli enti pubblici torinesi posseggono due società di riciclaggio: una per ottenere compost dai rifiuti organici, l’altra, la Publirec, per i materiali provenienti dalle altre raccolte differenziate. Sarebbe interessante conoscere le quantità dei materiali raccolti e le quantità dei materiali riciclati da queste società; l’ammontare dei soldi incassati per i rifiuti conferiti ad esse e l’ammontare dei soldi guadagnati dalla vendita delle materie prime riciclate. Come mai, se i rifiuti raccolti in maniera differenziata sono saliti al 36 per cento a Torino città e al 40 per cento in provincia, le bollette per la raccolta rifiuti sono sempre aumentate?

Con queste considerazioni si arriva all’ultimo punto di riflessione. Che si rivolge agli estremisti della legalità tra cui indegnamente ci annoveriamo. Siamo proprio sicuri che il monopolio sia la condizione migliore per gestire i rifiuti? Il monopolio è un reale superamento del mercato, o invece è un mercato in cui l’unico operatore può permettersi di aumentare le tariffe a ogni aumento dei costi, proprio perché non c’è concorrenza?

 

Beppe Grillo e Maurizio Pallante

Carta n° 1, 13/19 gennaio 2007 

 

 

 

 

 

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