NEVE DOVE SEI

Montagna spoglia, tradita dall’inverno

Rolly Marchi: «Benedetti cannoni, una tragedia se non ci fossero»

 

Al capezzale dell’inverno senza neve si affollano dottori, commentatori, scrittori, filosofi, scienziati, meteorologi, imprenditori, albergatori. Tutti hanno un’opinione, un suggerimento e sono spesso osservazioni sagge. Gli inverni senza neve, non sono infatti più episodi isolati, anche se quello di quest’anno si presenta eccezionale, in senso negativo, perché accompagnato da mancanza d’acqua e temperature quasi tropicali. Più 22 gradi ad Aosta nella giornata di venerdì, più 18 a Milano, immagini di allegre bagnanti in bikini non sulle sponde del Mar Rosso, ma a Saint Tropez. Il fenomeno è preoccupante non solo per i ripetuti moniti degli scienziati sull’Effetto Serra, ma soprattutto perché anche il normale cittadino si rende conto che, punte estreme a parte (inverno estremamente rigido l’anno scorso, estremamente caldo e secco quest’anno), un nuovo ciclo climatico si è aperto sulle Alpi, e non da ieri. È dall’inizio degli anni ’70 che gli inverni sono mutati. Si può tracciare quasi uno spartiacque, anche nel modo di andare in montagna e di sciare, un confine sulla quantità e qualità della neve, fra gli anni Sessanta (quando era comune che in montagna cadessero 4 o 5 metri di neve) e gli anni successivi, con la neve scarsa e l’apparizione di quel succedaneo che è la neve artificiale, o «programmata» come si preferisce chiamarla. Ora anche quel succedaneo rischia di non essere più utilizzabile, almeno nel medio periodo, per le temperature troppo alte.

Il problema è non solo «cosa fare», a livello turistico ed economico, se non nevica, ma come affrontare anche psicologicamente, visivamente oltre che sportivamente, i prossimi inverni spogli. Cosa fare? Come fare? L’abbiamo chiesto a quelli che sono forse i due massimi esperti, non solo dolomitici, ma nazionali, della neve, Rolly Marchi e Giorgio Daidola.

Ambedue hanno dedicato allo sci le loro migliori energie, fisiche e intellettuali. Rolly Marchi a 85 anni scia ancora, ha «inventato» un numero impressionante di gare e manifestazioni di sci, sport e amicizia. Sua è la «3Tre», suoi il Trofeo Topolino, il Mediolanum Boys, sua la bellissima manifestazione di sci per famiglie fino a tre generazioni insieme sulla Paganella. Sua è anche la rivista più simpatica del settore «La Buona Neve», dal titolo così emblematico e dolce. Alla neve Rolly Marchi ha dedicato anche un’infinità di racconti nei suoi libri, l’ultimo dei quali (ne pubblichiamo un passo) inserito nella raccolta del suo ultimo «Se non ci fosse l’amore», edito dalla Net di Mondadori, uno dei suoi più belli. Ma anche Marchi quest’anno è costretto a guardare la «poca» (più che «buona») neve da lontano, dal poggiolo della sua casa di Cortina.

Giorgio Daidola, invece, nei pendii ombrosi della val dei Mòcheni qualche giro con le «ciàspole» con le racchette da neve che consentono un turismo flessibile, leggero, riesce a farlo. Grandissimo sciatore (è sceso con gli sci dagli 8045 metri del Sisha Pagma, in Tibet), promotore del ritorno del Telemark, fondatore della Rivista della Montagna abita a Frassilongo ed è professore di Economia e di Marketing del Turismo all’Università di Trento. Da anni esegue un preciso monitoraggio sui mutamenti nell’innevamento e relativi riflessi nel turismo invernale.

 

Franco de Battaglia

Trentino, 14 gennaio 2007

 

 

 

Rolly Marchi, il suo ultimo racconto nel libro «Se non ci fosse l’amore», si intitola «Neve, amata neve». Ma se non ci fosse la neve, cosa accadrebbe alla vita, alle stesse occasioni d’amore in montagna? Nell’inverno, quando le giornate entrano nelle avventure e negli incontri dello sci?

«Non lo so. A me, nato nel 1921, in tempi di profonde nevicate, sembra tutto un po’ strano. Certo se questo inverno è un caso lo si accetta, come tutte le cose della vita, anche le più sgradevoli. I contadini sono pur costretti a sopportare le grandinate sulle mele, sull’uva».

E se non è un caso? Se si va verso un futuro senza neve?

«Sarebbe un disastro se una quarantina di anni fa un meccanico veneto emigrato in Canada, carico di speranze e di volontà, sfruttando le ventole di raffreddamento dei motori, non avesse inventato la neve artificiale. Sarebbe davvero un disastro. È un capitolo della montagna invernale ancora poco studiato. Meriterebbe di essere conosciuto, anche per dare speranza a chi investe, si impegna. La cultura di montagna non è una cosa scontata. Non c’è nulla di definitivo. La vita in montagna è stata sempre un continuo adattamento ai mutamenti climatici, alle stagioni, ma anche alle tendenze di lungo periodo. Dopo l’anno Mille il clima era caldo e i contadini salirono in alto, a coltivare la montagna. Nel XV secolo ritornò il freddo e prese avvio l’emigrazione».

Non potendo sciare in questi giorni cosa si fa?

«Mi godo il sole bellissimo di queste giornate. La montagna è ugualmente molto bella. E poi chi dice che non si può sciare?

Effettivamente i comunicati stampa del turismo dolomitico, del Superski, non sono così pessimisti. Sottolineano come il numero delle presenze di sciatori a Natale e Capodanno, nelle Dolomiti, sia aumentato del 12 per cento. Anche le vendite di skipass del Carosello Dolomiti Superski, il più grande nelle Alpi, hanno registrato un più dodici per cento».

«Il tempo soleggiato ha fatto la sua parte, ha richiamato un numero di sciatori superiore all’anno scorso. Attualmente, l’ho letto anch’io, resta aperto il 90 per cento delle piste».

Tutto bene allora?

«No, la neve mi manca - ci manca - anche a livello psicologico. Per la prima volta quest’anno mi sono soffermato a pensare «speriamo che negli anni che ancora mi restano torni la neve». Non per egoismo, quasi che «dopo di me il diluvio», ma come una sfida, una gara con me stesso. Per vincere una gara con la mia «buona neve». Peraltro mai come quest’anno sono state cancellate tante gare di sci. È un segnale».

A Cortina però, le gare ci saranno.

«Sono stati bravi. Hanno preparato la neve nei giorni freddi dopo il Natale ed hanno chiuso alcuni tratti della Tofana ai turisti durante le feste. Così hanno mantenuto la neve per le gare. Occorre trovare un equilibrio. È sempre il segreto di tutto».

Alcuni dicono che la neve artificiale, sul lungo periodo, non risolverà i problemi dello sci, del turismo senza neve.

«Non lo so, ma osservo una cosa che mi dà ottimismo. Prima del 1970 nessuno pensava di usare i cannoni in montagna e mitragliare sulle piste la neve artificiale. Oggi senza cannoni gli impianti chiuderebbero. Se possiamo contare su una decina d’anni di transizione potremo riposizionare e portare a misura le vacanze invernali anche con meno neve».

Furono lenti gli imprenditori della neve a capire l’utilità dei «cannoni».

«Quando - erano i primi anni Settanta - incontrai in America quell’emigrato veneto, non sparava la neve in montagna, ma sulle colline fuori dalle grandi città, perché dopo il lavoro i pendolari potessero farsi una sciata notturna prima di tornare a casa. Dopo esserci conosciuti mi chiese di entrare in società con lui per vendere i «cannoni» sulle Alpi. Era una cosa troppo impegnativa per me, ma gli proposi di scrivere cento lettere a cento stazioni invernali per prospettare loro la novità. Ebbene su cento lettere spedite sa quanti risposero»?

No.

«In tre. Novantasette non risposero neppure. Solo in tre accusarono ricevuta: Piancavallo, gli Zegna sopra Biella, e Campiglio che disse che avrebbe provato volentieri i cannoni, ma che non aveva abbastanza acqua».

Poi i cannoni si sono espansi.

«Si, ma se manca la neve manca sempre qualcosa».

Come se manca un amore.

«Manca, non c’è niente da dire, o da fare. Manca non la montagna, ma il senso della montagna d’inverno. Manca un pezzo di sentimento di ogni uomo. Poi per la parte economica ci si arrangia, ma come fanno, senza neve, i bambini a giocare a palle di neve»?

 

 

 

 

 

Ma il caldo non è una sorpresa

Daidola: turismo da ripensare

«Il clima ora sfida l’industria dello sci

Ci possiamo salvare solo se immaginiamo un sistema diverso, elastico e leggero»

 

La novità sfugge a chi, lungo la Rendena, si lascia inghiottire dall’ansia di raggiungere gli impianti di Pinzolo e Campiglio, ma colpisce subito chi passeggia nella bassa valle, armoniosa nei suoi campi, pur senza neve. Ed è proprio la neve che colpisce: un vecchio campetto in ombra, sulla Sinistra Sarca, a Spiazzo, dove negli anni ’50 in molti imparavano a sciare, scendendo e risalendo, come nella vicina Giustino. Abbandonato per decenni, quel campetto è ora ritornato un quadrato bianco, con la neve artificiale, su un pendio breve, ma divertente, in zona fredda, con l’acqua del Sarca, bastevole in poca quantità, a portata di mano.

Sarà un ritorno alle vecchie, divertenti origini, il futuro dello sci? Poco più a valle la pista di Bolbeno, a quota bassa, ma in un microclima freddissimo, vive ormai in simbiosi non solo con i giovani della Busa di Tione, ma con gli ospiti delle Terme di Comano.

Giorgio Daidola, dal canto suo, in Valle dei Mòcheni, aggancia le racchette e s’avvia con amici arrivati da fuori regione, per una giornata nei boschi. Poca neve, spiazzi d’erba brinata, ghiaccio sulle strade forestali non impensieriscono: «Quest’inverno - dice - non segna la crisi del turismo invernale, ma ci dice che abbiamo tutti bisogno di un turismo più flessibile, non irrigidito in grandi investimenti e grandi impianti».

Questo inverno caldo non giunge però come una sorpresa.

«Tutt’altro. Sono anni che scienziati e meteorologi parlano di cambiamenti climatici. Luca Mercalli è a Trento proprio in questi giorni. Solo chi vuol fare lo struzzo fa finta di non capire. I mutamenti climatici pongono una sfida epocale all’economia delle regioni alpine. Il modello di sviluppo iniziato a fine Ottocento, con la Strada delle Dolomiti (grande strada, grandi alberghi, poi grandi impianti) è a una svolta».

L’accusa è che sono discorsi da Cassandre.

«No, sono di chi ama le Alpi, vuole viverci, si preoccupa della loro economia, cerca di capire ciò che avverrà. Quanto si è verificato questo inverno è stato puntualmente previsto non in qualche lontana università americana, ma nel marzo scorso, a Bad Hindelang, nell’Allgau tedesco, con dati presentati dal professor Wolfgang Seiler, che non è un ideologo ambientalista, ma il responsabile dell’Istituto di Meteorologia e Climatologia di Garmish Partenkirchen, una stazione invernale famosa, che vive di sci».

Cosa è emerso all’incontro promosso dalla Cipra?

«Che le Alpi sono nel mirino dei cambiamenti climatici. Le riduzioni dell’inquinamento e dell’effetto serra, ormai tardive, rallenteranno le modificazioni, ma ormai i buoi sono scappati dalla stalla. Occorre agire di conseguenza».

Che significa?

«Che il riscaldamento è globale, ma che le Alpi si riscaldano di più».

Perché?

«Negli ultimi trent’anni - sono dati di Seiler - sull’arco alpino la temperatura è aumentata in misura doppia rispetto alla media della terra: 1,6 gradi rispetto a 0,8 gradi. La differenza è dovuta al fatto che le Alpi sono un territorio più sensibile alle radiazioni solari, mentre la media globale della temperatura terrestre è mitigata dalle ampie aree oceaniche».

Un aumento di un grado e mezzo è molto.

«Cambia i parametri della circolazione atmosferica. Nei prossimi trent’anni, stando agli annunci dei Bavaresi, la temperatura alpina aumenterà di altri 2 gradi e le precipitazioni si ridurranno del 10 per cento, concentrandosi a fine inverno e a fine estate. Prima ancora dello sci ne risentirà l’agricoltura».

E il turismo?

«La neve artificiale è una soluzione tampone, un palliativo che col tempo perderà sempre più efficacia, perché dovrà fare i conti con temperature crescenti, con la riduzione delle riserve d’acqua e con l’aumento del costo dell’energia necessaria per produrla. Non so fino a che punto l’ente pubblico potrà continuare a finanziare bacini di raccolta e cannoni da neve. In Svizzera i costi di questi impianti sono lasciati al rischio d’impresa dei privati».

Quali alternative?

«L’industria dello sci, troppo orientata al breve termine, deve soprattutto sapersi riconvertire, da pesante quale è diventata negli ultimi anni, a industria leggera, versatile, elastica. Il modello, anche da un punto di vista strettamente economico, si è irrigidito troppo. Invece che offrire impianti a chi vuole sciare si è ormai arrivati a cercare purchessia sciatori per farli sciare. Quest’anno si sono diffuse anche le promozioni degli skipass».

È un segno che si comincia a drogare l’offerta?

«Il numero degli sciatori a livello mondiale è calato del 20 per cento negli ultimi dieci anni, perché sciare è diventato meno piacevole e più costoso. La neve artificiale, se non è supportata da un substrato di neve naturale va bene per le gare, perché è durissima, sopporta i passaggi, si presta al tecnicismo, ma dà soddisfazioni inferiori allo sciatore normale. Ed è più pericolosa, dura e gelata com’è».

Il Dolomiti Superski sembra però smentire questa analisi: più 12 per cento per le feste di Natale».

Occorrerà valutare questi dati a fine stagione. Il Superski è una realtà mondiale di tutto rispetto, ma è un unicum. Attrae e concentra sciatori da tutto il mondo. Casi particolari sono anche il Tonale e Pejo. È possibile che lì si tragga vantaggio da un fenomeno di restrizione-concentrazione dello sci».

Forse vi sono altri elementi: i servizi.

«Indubbiamente, anche se lo sci sta diventando sempre più costoso: ma la pubblicità martellante che le ricche autonomie possono permettersi crea un richiamo consumistico e mediatico che attira sciatori. È un po’ come con i mercatini di Natale: tutti accorrono negli stessi giorni».

E allora?

«Occorre avviare un turismo più elastico. Moltiplicare l’offerta della montagna invernale: non solo sci di pista, ma passeggiate, “ciàspole”, natura, ambienti ospitali».

Wellness?

«Può essere un complemento, ma non si va in montagna l’inverno solo per il wellness. Occorrerà puntare di più sulla montagna estiva, sulle stagioni intermedie. Ad Immenstadt, nell’Allgau tedesco, è stato smantellato il primo impianto di risalita per riconvertire il paesaggio alle esigenze estive. Così come in Spagna si abbattono gli alberghi-condomini marini degli anni ’60 per recuperare pezzi di costa libera. È una partita nuova che inizia».

 

(f.d.b.)

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