Incentivi all’incenerimento dei rifiuti

Un po’ di ulteriore confusione

 

Le signorie dell’incenerimento dei rifiuti sono entrate in fibrillazione di fronte all’ipotesi che ai nuovi inceneritori non vengano più concesse quelle copiose regalie di denaro pubblico (Cip6), di cui hanno assurdamente goduto queste macchine dello spreco, in un Paese fanalino di coda in Europa per risparmio energetico e uso di fonti rinnovabili. È un fiume di denaro impropriamente e iniquamente deviato dentro il buco nero degli sprechi all’italiana che il giornalista Massimo Mucchetti, attuale vicedirettore del “Corriere della Sera”, definì tre anni fa “uno scandaloso provvedimento del governo”, o anche “il frutto di un accordo tra il gotha del capitalismo italiano”. Per l’inceneritore trentino si tratterebbe di quasi 10 milioni di euro all’anno (se da 100.000 tonn), quasi 13 milioni per quello bolzanino (se da 130.000 tonn). Ma anche per gli impianti già in funzione bisognerà rapidamente procedere alla disintossicazione della droga di prebende pubbliche che, tra l’altro, per i cantori del libero mercato dovrebbero essere motivo di scandalo in quanto distorcono una sana concorrenza.

In sintesi, al momento, la situazione sul dispositivo dei Cip6 è che la Finanziaria 2007, ai commi 1117 e 1120, ha di fatto escluso i rifiuti non biodegradabili (plastiche ecc.) e il Cdr (combustibile da rifiuto) dal beneficiare degli incentivi destinati alle fonti energetiche rinnovabili, riportando la normativa italiana entro le corrette indicazioni dettate dalla direttiva 2001/77/CE. Specificatamente il comma 1120 ha, si potrebbe dire, ridefinito, attraverso le modifiche proposte, tutta la normativa in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili escludendo i rifiuti, il Cdr e Cdr-Q (Cdr di elevata qualità)  e le "fonti assimilabili" alle rinnovabili dalla possibilità di beneficiare dei Cip6. Attualmente, ad esempio, con questo meccanismo delle "fonti assimilate" usufruiscono di questi incentivi anche gli impianti che utilizzano combustibili tradizionali (come le centrali a turbogas con ciclo combinato), i rifiuti non biodegradabili e gli scarti di raffineria: come lo stabilimento sardo della Sarlux dei fratelli Moratti, che si spartiscono la torta con Edison, che appartiene ai francesi della Edf, i Garrone di Erg, i Brachetti Peretti di Api ecc.; torta che fornisce profitto più grosso della stessa raffinazione.

Nondimeno nei commi sopra citati è previsto che gli impianti già autorizzati, al momento dell'entrata in vigore della stessa Finanziaria, possano beneficiare degli incentivi ai sensi della previgente normativa italiana (quindi anche se bruciano plastiche, Cdr ecc.). Questo passaggio ha fatto sollevare molte proteste perché vi sono numerosissimi impianti autorizzati che ancora non si sa quando verranno realizzati e che nel prossimo futuro potrebbero "beneficiare" degli incentivi secondo la vecchia disciplina.

Al riguardo si veda l’art. 1, comma 1117, della Finanziaria 2007: "Dalla data di entrata in vigore della presente legge i finanziamenti e gli incentivi pubblici di competenza statale finalizzati alla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica sono concedibili esclusivamente per la produzione di energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili, così come definite dall’articolo 2 della direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 settembre 2001, sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili. Sono fatti salvi i finanziamenti e gli incentivi concessi, ai sensi della previgente normativa, ai soli impianti già autorizzati e di cui sia stata avviata concretamente la realizzazione anteriormente all’entrata in vigore della presente legge, ivi comprese le convenzioni adottate con delibera del Comitato interministeriale prezzi il 12 aprile 1992 e destinate al sostegno alle fonti energetiche assimilate, per i quali si applicano le disposizioni di cui al comma 1118.” Per questo, ora, nella prossima legge Comunitaria (cioè il provvedimento con in quale l'Italia recepisce le direttive europee) dovrebbe essere inserito un articolo che disponga che la previgente normativa sui Cip6 possa essere applicata solo agli impianti che al momento dell'entrata in vigore della Finanziaria non solo debbono essere stati autorizzati ma debbono già essere di fatto in fase di costruzione. Tale provvedimento, è bene precisare, è ancora in discussione.

La modifica proposta e che dovrebbe essere contenuta nella prossima legge Comunitaria prevede, invece, che gli incentivi secondo le normative pregresse siano conservati solo per gli impianti già realizzati  ed operativi. Per cui si è proposto di sostituire all'art. 1 comma 1117 della Finanziaria 2007 le parole "ai soli impianti già autorizzati e di cui sia stata avviata concretamente la realizzazione" con le parole "ai soli impianti già realizzati ed operativi" (ma non è sicuro che passi questa formulazione).

Gli inceneritoristi sono in fibrillazione e prospettano scenari drammatici per le gestione dei rifiuti se quello “scandaloso provvedimento del governo” venisse meno: sostengono che se si bloccano gli inceneritori si vogliono le discariche, che, sempre a sentir loro, proprio gli inceneritori potrebbero eliminare. E si evoca al solito la Campania: qui il sistema attualmente pianificato basato su impianti per la produzione di Cdr e quindi sugli inceneritori a regime eliminerebbe, si sostiene, qualsiasi discarica per rifiuti urbani. Già, ma non si dice che saranno necessarie all’infinito discariche in grande quantità per collocarvi i nuovi rifiuti prodotti dalla combustione: i sovvalli, gli scarti degli impianti di Cdr, le ceneri (la cui pericolosità va “caratterizzata” con adeguati periodici controlli, ovunque disattesi) e le polveri del filtraggio (tossico-nocive). Per la sola Campania diverse centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti all’anno, non più urbani, ma definiti speciali (in parte pericolosi) perché prodotti da impianti industriali, ma sempre derivati da rifiuti urbani, ancorché trattati. Insomma, ci ricorda la saggezza popolare, “se non è zuppa è pan bagnato”, sempre rifiuti sono e da collocare in discarica, come ben sanno diversi paesi della Campania che ospitano queste discariche e gli abitanti di Montichiari a Brescia, dove vengono tumulate le ceneri e le polveri del megainceneritore dell’Asm, che cominciano a non volerne più sapere.

Quindi chi non vuole le discariche non deve volere neppure gli inceneritori e deve muoversi invece nell’unica direzione sensata che è quella del tendenziale prosciugamento del flusso dei rifiuti (qui sì lo slogan “tolleranza zero” sarebbe azzeccato!). Dicono i detrattori: “Bello, sì, ma irrealizzabile, pura utopia”.

Come se fossimo all’anno zero; come se non ci fossero esperienze ormai consolidate, e testate anche tecnologicamente, che portano ad una significativa riduzione dei rifiuti e ad una raccolta differenziata di qualità superiore al 70%; come se non si potesse estendere nel sistema della produzione e della distribuzione una serie di tecniche e di provvedimenti (in parte già in atto) che incorporino nelle merci fin dalla progettazione il loro totale recupero come materia a fine ciclo e la non trasformazione in rifiuto. Si vedano i numeri e la dichiarazione al Trentino del 5 gennaio del presidente di Fiemme Servizi, Giuseppe Fontanazzi: nel 2004 i rifiuti portati nella discarica di Taio sono stati ben 9.500 tonnellate, mentre nel 2005 sono scesi a 2.500 tonnellate con una riduzione di ben 7.000 tonnellate. «E questo ci permette di risparmiare notevolmente sui costi».

Ma allora perché insistere nell’assurda pretesa di dare tanti soldi agli inceneritori?

Per la produzione di energia elettrica è un evidente non senso: nel nostro Paese le scarse risorse disponibili per far fronte alla prossima carenza di combustibili fossili ed ai vincoli del protocollo di Kyoto devono essere utilizzate con precise e rigorose priorità: innanzitutto il risparmio e l’efficienza energetica; in secondo luogo lo sviluppo delle fonti rinnovabili con priorità a quelle forme che risultano ambientalmente ed economicamente più convenienti: il solare termico, i piccoli impianti idroelettrici, l’eolico, i piccoli impianti di cogenerazione.

L’inceneritore è una macchina dello spreco, con una resa energetica del 10-15% contro un dispendio di risorse (ad esempio metalli nobili persi irrimediabilmente nelle ceneri) che quel poco di energia prodotta neppure compensa. Perché buttar via ingenti risorse in questo pozzo senza fondo, quando ne abbiamo un bisogno vitale per compiere i primi passi verso il superamento della dipendenza dai combustibili fossili?

Consideriamo infine il problema dal versante rifiuti.

L’Unione europea ed anche la nostra legislazione indica delle precise priorità: riduzione dei rifiuti; raccolta differenziata e recupero di materia con il riciclaggio; solo alla fine come forma di smaltimento preferibile alla pura e semplice messa in discarica viene indicato l’incenerimento.

Prescindiamo in questa sede dal discutere sull’evidente ambiguità e contraddittorietà di questo esito. Rimane per tutti però pacifico che prima dell’incenerimento vengono la riduzione e il recupero di materia. Ma allora, se vi sono disponibili degli incentivi pubblici per favorire una corretta gestione dei rifiuti è evidente che questi devono essere assegnati a questi obiettivi prioritari: riduzione e riciclo. Proviamo ad assegnare alla provincia di Torino i 30 milioni di euro all’anno che dovrebbero andare all’inceneritore di Gerbido (e giustamente non andranno) affinché la stessa provincia predisponga un piano di riduzione dei rifiuti, di raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale, distribuendo ai Comuni consistenti incentivi in ragione dei risultati conseguiti (e così pure in Trentino, in Campania ecc.). È facilmente prevedibile il risultato virtuoso: una riduzione della tariffa rifiuti per i cittadini, un drastico contenimento dei rifiuti da collocare in discarica ed infine un recupero di preziosa materia da rigenerare per nuovi prodotti (che significa, tra l’altro, risparmio anche di energia, oltre che nuova occupazione).

Però, si insiste, almeno per la parte biodegradabile dei rifiuti si potrebbe dare un incentivo, essendo assimilabile alle biomasse.

Ma vediamo quali sono queste parti biodegradabili dei rifiuti: del 60% circa di questa, solo una metà è combustibile (carta/cartone/legno); l’altra metà, l’umido domestico, oltre a non essere gradito dall’inceneritore, va selezionato con attenzione e trasformato in compost di qualità, fertilizzante di cui la nostra agricoltura ha enorme bisogno; il 30% interessante per la combustione, però, è quello più facilmente differenziabile e quindi si deve privilegiarne il recupero come materia (il legno per rigenerare truciolato per mobili; la carta ed il cartone per produrre nuova carta e cartone), operazione questa più vantaggiosa sul piano energetico, ambientale ed economico.

Ma non solo; se si tratta di incentivare il Cdr, in esso, almeno per quello ottenuto dalla frazione secca residua dalla raccolta Porta a Porta, la parte organica (umido) è stata praticamente eliminata dal setacciamento e quella che resta è sostanzialmente carta/cartone e plastica, con prevalenza (forse l’80/90%) della plastica. A questo punto se si dovesse incentivare solo la parte di biomassa rinnovabile del Cdr, se ne dovrebbe incentivare una piccolissima percentuale (circa il 20%) e solo dopo analisi merceologiche precise fra quota rinnovabile e non. Chi le farebbe? con quale continuità? con quale affidabilità?

In conclusione, anche per la parte cosiddetta biodegradabile del rifiuto non ha alcun senso incentivare un processo (l’incenerimento) svantaggioso sotto ogni aspetto, quando mancano risorse per promuovere adeguatamente riduzione dei rifiuti e riciclo, risparmio energetico e fonti realmente rinnovabili.

Con buona pace delle signorie dell’incenerimento.

 

Adriano Rizzoli

Marino Ruzzenenti

 

Trento-Brescia, 11 gennaio 2007

 

 

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