Sulla pericolosità degli inceneritori vietato banalizzare

 

Bolzano avrà un grande inceneritore da cento milioni di euro che brucerà i rifiuti provenienti da tutta la provincia. I lavori cominceranno a cavallo tra il 2008 e il 2009, quindi grosso modo tra un anno. Un progetto che è oggetto di vivaci contestazioni. Ormai da qualche tempo la voce del dissenso è quella del Comitato «Ambiente e Salute», a cui fa da controcanto, a livello istituzionale, l’Agenzia provinciale per l’ambiente. La domanda di fondo per entrambi è: ma gli inceneritori sono pericolosi per la salute? Le risposte sono di segno opposto. Per i primi sono pericolosissimi; per i secondi invece i bolzanini possono stare tranquilli, tutto sotto controllo. Difficile capirne di più, perché le posizioni ormai si sono talmente radicalizzate che la contrapposizione taglia le gambe a qualsiasi possibilità di dialogo e di confronto diretto. Ognuno ripete all’infinito le proprie ragioni, giuste o sbagliate che siano. Come fare per uscire da questa impasse, che certo non aiuta i bolzanini a capire?

Abbiamo pensato di cercare una voce terza, quella di Fabrizio Bianchi, dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa, un epidemiologo che agli inceneritori ha dedicato buona parte della propria attività di ricercatore. Accanto a lui abbiamo sentito anche Rodolfo Coccioni del Centro di Geobiologia dell’Università di Urbino, prima sede italiana ad avere organizzato un master in Geologia applicata alla salute, insomma geologia medica. Ma che c’entra la geologia con gli inceneritori? C’entra, eccome. Perché quando si parla di polveri, che le fonti di emissione siano vulcani o ciminiere di fabbrica poco importa, rientrano nella fattispecie, come direbbe un giurista. Due punti di vista diversi quindi, entrambi utili ad inquadrare il problema. Non abbiamo parlato di polveri casualmente, perché proprio quello - per molti versi - è il cuore della questione.

È il cavallo di battaglia di «Ambiente e Salute», costruito attorno alle tesi di due studiosi italiani, Stefano Montanari, direttore del Laboratorio Nanodiagnostic di Modena, e di sua moglie Antonietta Gatti, ricercatrice. Sul banco degli imputati le nano e le micropolveri, cioè particelle molto più piccole delle famigerate PM10, e per questo infinitamente più pericolose. Le nano e le micropolveri sarebbero infatti responsabili di tumori, malattie cardiovascolari, patologie neuronali ed allergie. Le nanopolveri inoltre durano in eterno, entrano rapidamente in circolo nell’organismo e sono genotossiche. Queste polveri sottilissime vengono prodotte in tutti i processi di combustione, ma tra tutte le possibili fonti inquinanti gli inceneritori - sempre secondo Montanari - sono la più ingiustificabile e pericolosa, in virtù delle alte temperature che vengono raggiunte e che moltiplicano gli effetti tossici delle emissioni.

Sul fronte Agenzia per l’Ambiente invece, a rispondere è il direttore Luigi Minach, e la musica è tutt’altra. «I dati grezzi registrati che attengono alle polveri sospese nell’aria in Alto Adige - ha detto Minach nei giorni scorsi - mostrano un’influenza irrilevante dell’inceneritore nei confronti della qualità dell’aria della città. Ricordatevi, comunque, che le automobili inquinano molto di più». La palla a questo punto passa a Fabrizio Bianchi e Rodolfo Coccioni.

 

«In questi casi le semplificazioni sono sempre fuori luogo», così Fabrizio Bianchi, ricercatore di punta dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio nazionale delle ricerche. Bianchi sa del progetto di Bolzano e conosce le posizioni di Montanari e Gatti.

E allora chi ha ragione? Montanari o Minach dell’Appa?

«Nessuno dei due, o entrambi. Scegliete voi. Mettiamola così: è vero che le nanopolveri sono genotossiche e possono indurre tumori ed è vero che gli inceneritori ne producono. Quindi, apparentemente, sulla base di queste premesse, il sillogismo dovrebbe chiudersi con l’affermazione che gli inceneritori sono cancerogeni. Ma le cose non stanno così. È impossibile e scientificamente inaccettabile trarre una conclusione di questo tipo, stabilendo un rapporto diretto tra causa ed effetto».

Perché è sbagliato?

«Perché non c’è alcun automatismo tra esposizione al fattore di rischio, nel nostro caso l’inceneritore, e sviluppo della relativa patologia, e quantificare l’incidenza effettiva della prima sul secondo è compito estremamente delicato e complesso. Qualsiasi combustione provoca polveri sottilissime, e da questo punto di vista viviamo immersi nelle nanopolveri che vengono prodotte dal traffico, dall’industria, dai riscaldamenti, dal nostro stile di vita insomma. Le nanopolveri ci sono sempre state, la differenza rispetto al passato è che adesso siamo in grado di misurarle e stiamo cercando di capirne di più. Ma nessuno in questo momento è in grado di stabilire l’effettivo grado di incidenza sui tumori, proprio perché viviamo in una realtà in cui siamo esposti a una molteplicità di fattori di rischio, anche peggiori delle nanopolveri».

Allora ha ragione l’Appa...

«Ha ragione quando sottolinea che i danni indotti dal traffico sono di gran lunga superiori a quelli causati da un inceneritore, questo non significa però che questi ultimi vadano minimizzati. Proprio per niente».

Montanari e Gatti quindi estremizzano, ma il problema esiste. È così?

«Quello delle nano e micropolveri è un problema che va tenuto in seria considerazione e che non va assolutamente sottovalutato, soprattutto in questa fase di incertezza. L’Appa dovrebbe tenerne conto».

Lei è favorevole o contrario alla realizzazione di nuovi inceneritori?

«Gli inceneritori in prospettiva non sono e non possono essere la soluzione del problema rifiuti, questo lo posso affermare tranquillamente. Innanzitutto perché, nonostante i grandi passi avanti della tecnologia, sono impianti che continuano a produrre, seppur in quantitativi modesti, diossine e metalli pesanti come per esempio cadmio e mercurio; in secondo luogo perché rischiano di rallentare o inceppare circuiti virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti. Ciò detto, in alcuni casi è necessario e opportuno farli, perché l’inquinamento da rifiuti, come oggi sta avvenendo in Campania, può essere molto peggiore del peggior inceneritore. In ogni caso, si possono sempre cercare misure compensative o che mitighino l’impatto degli inceneritori. A Firenze, per esempio, dove è prevista la realizzazione di un nuovo impianto da 180mila tonnellate, si dovrebbe agire riducendo l’inquinamento da traffico autostradale».

Insomma, tutto dipende dal contesto.

«Dal contesto senz’altro, ma anche da un bilancio costi-benefici che deve starsene lontano, anzi lontanissimo, da pregiudiziali di tipo ideologico. Ci sono situazioni in cui sostituire un impianto obsoleto con uno nuovo può essere vantaggioso anche dal punto di vista del bilancio ambientale finale. Altre invece in cui questo non è vero. Dipende. Le valutazioni serie sono complesse, e non sono solo di ordine ambientale in senso stretto, ma devono tenere conto anche dei fattori culturali, sociali ed economici del contesto in cui si opera».

Qual è una strategia vincente ne campo dei rifiuti?

«È l’intero quadro che deve cambiare, e che deve tradursi in una strategia diversificata e modulare. E quindi riduzione a monte del quantitativo dei rifiuti, e poi politiche spinte di recupero e riciclaggio».

Lei conosce la situazione altoatesina?

«La provincia di Bolzano ha sempre mostrato una grande attenzione ai problemi ambientali e spesso ha aperto la strada a tutti gli altri, penso ad esempio al settore della bioedilizia. Potrebbe farlo anche nel campo dei rifiuti, magari mettendo in campo modalità decisionali moderne e che tengano conto della necessità non solo di informare ma anche di coinvolgere i cittadini nelle scelte dell’amministrazione. Penso ad esempio ad un uso intelligente dei focus-group».

Lei ha pubblicato da pochissimo uno studio epidemiologico che tocca proprio la questione inceneritori. Di cosa si tratta?

«Abbiamo monitorato i dati di mortalità da linfoma non Hodgkin, un tumore del sistema linfatico, in 25 Comuni interessati dalla presenza di un inceneritore. Questi dati sono stati poi confrontati con quelli di altri Comuni limitrofi ai primi ma privi di impianti di incenerimento».

Con quali risultati?

«Riscontrando, in estrema sintesi, un’incidenza di mortalità nella popolazione maschile superiore dell’8% nei comuni dotati di inceneritore rispetto a quelli che ne sono privi. In misura minore questo vale anche per la popolazione femminile, con un elemento in più: nei piccoli Comuni la mortalità femminile per questa patologia è più elevata che nei Comuni più grandi. Questo forse è da mettere in correlazione al fatto che comuni più piccoli hanno impianti più piccoli e, verosimilmente meno tecnologia e manutenzione più approssimativa. Però anche in questo caso dobbiamo stare molto attenti a trarre facili conclusioni».

Eppure i dati sembrano parlare chiaro.

«I dati sono chiari, ma è sull’interpretazione che dobbiamo stare attenti. Paradossalmente le emissioni degli inceneritori potrebbero contare poco. Mi spiego con un esempio: impianti di questo tipo, che non sono graditi a nessuno, in genere vengono realizzati in Comuni con certe caratteristiche e non in altri, e spesso a questo corrisponde una certa struttura sociale, lavorativa, ambientale. Allora: quanto pesano questi elementi sul risultato finale? Dare una risposta è veramente difficile, per questo non mi stancherò mai di ripetere che le semplificazioni sono fuori luogo».

 

Mauro Fattor

Alto Adige, 23 gennaio 2007

 

COCCIONI

 

Rodolfo Coccioni, del Centro di Geobiologia dell’Università di Urbino, e organizzatore del primo master italiano di geologia applicata alla salute, ha un’idea ben precisa sulla questione della pericolosità delle nano e micropolveri. «Conosco e apprezzo i lavori di Montanari e Gatti - afferma il docente universitario - e ne faccio una questione di metodo. Non voglio entrare nel merito della legittimità delle loro conclusioni perché non è il mio campo. Però non posso non constatare come il problema che sollevano sia una questione seria. Innanzitutto - continua Coccioni - perché i lavori che hanno pubblicato non sono usciti su riviste sconosciute ma su degnissime e quotate riviste di settore; in secondo luogo perché i loro non sono gli unici lavori in circolazione. Cominciano ad essercene parecchi e fare finta di niente mi sembra un’autentica sciocchezza. Proprio ieri - spiega ancora Coccioni - mi è arrivato uno studio effettuato da ricercatori giapponesi che va nella medesima direzione. É pubblicato sull’European Journal of Epidemiology, una prestigiosa rivista internazionale pubblicata dalla Springer. Per quanto ne so, è una delle poche volte in cui si evidenzia una associazione statisticamente significativa per effetti a breve termine degli inceneritori sulla salute infantile. Sono stati indagati 405.807 bambini giapponesi nella prefettura di Osaka e si è verificato il loro stato di salute in funzione della prossimità della scuola frequentata ad impianti di incenerimento per rifiuti.

Un’associazione statisticamente significativa fra vicinanza della scuola agli inceneritori è stata trovata per i seguenti sintomi: difficoltà di respiro, mal di testa, disturbi di stomaco, stanchezza.

Si afferma inoltre che in Giappone la maggior fonte di emissione di diossine è rappresentata da inceneritori. E poi - conclude il docente - vorrei ricordare il recentissimo lavoro di Hansen pubblicato nel 2006 sul Journal of the Royal Society Interface, tra i cui autori c’è anche la dottoressa Gatti. La sperimentazione su ratti ha dimostrato che le nanoparticelle di Nickel e Cobalto inducono la formazione di sarcomi. E qui mi fermo».

 

 

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