L’interesse generale e la strategia dell’inazione

 

Abbiamo appreso dal nostro Ministro della difesa che l’Italia resterà in Afghanistan sino al 2011, poi ci resterà egualmente ma con compiti civili. Così imparano a criticarci e a sollecitarci in modo irrituale. Ormai non passa giorno senza che il governo, approfittando della sua debolezza, metta a segno qualche colpo duraturo: l’altro ieri ha siglato accordi miliardari (in euro) per concorrere, assieme ad americani e inglesi, alla costruzione del superbombardiere d’attacco JSF. Sarà pronto a partire per la prossima guerra preventiva dalla base raddoppiata di Vicenza, o gli impazienti americani non ci daranno il tempo per dimostrare, coi fatti, la nostra fedeltà all’Occidente, cioè a noi stessi?

Messo alla berlina dalla solita destra impresentabile, che tanto piace agli italiani, il governo pasticcia nella normale amministrazione ma tiene fermo sui fondamentali. A differenza di Berlusconi che ha usato il suo vasto consenso per fare l’interesse particolare, suo e dei suoi sostenitori, il vacillante governo di centro sinistra ha assunto come bussola nientedimeno che l’interesse generale: vedi la politica economica, vedi la politica estera e della difesa.

Purtroppo è a questo punto, a questa altezza, che tutto precipita. Si prenda l’economia. Qui l’interesse generale è fatto coincidere, letteralmente, con le leggi dell’economia di mercato, come si dice in gergo. Ma si tratta precisamente del capitalismo e del suo sviluppo senza limiti. Tutti sappiamo che questa crescita incessante è insostenibile, oltre che costruita sull’ingiustizia, ma ogni sforzo viene fatto per perpetuarla. Questo è l’imperativo categorico a cui si ispirano o a cui soggiacciono le forze di governo, tanto di sinistra quanto di destra.

Scorgendo solo, e con fastidio, il lato “ecologico” della faccenda, si mettono a tacere i critici, preoccupati di scenari futuri opinabili e incerti, privi di significato per chi già fatica a stare al passo con le esigenze del presente, figuriamoci se può preoccuparsi di un futuro, forse incombente, ma che continua ad apparire remoto. Il risultato è che la politica può, al massimo, favorire l’inglobamento dell’ecologia nell’economia. Ogni altra scelta è considerata utopistica ovvero reazionaria, un attentato allo sviluppo, in cui si riassume l’interesse generale.

In fondo l’idea è che siamo incapaci e impotenti ad invertire rotta, sulla base di una scelta consapevole e condivisa. D’altro lato, se proprio sarà necessario cambiare produzioni e consumi, ci penserà la Tecnica a salvarci. In ogni caso il problema riguarderà le generazioni future, che in tal modo consegniamo inermi alla catastrofe. Basta autoconvincersi che non avverrà e che non ci riguarderà, così come non ci riguardano le sofferenze degli esseri viventi triturati dalla marcia dello sviluppo pacifico dell’economia.

Le cose dovrebbero andare diversamente per quanto riguarda la guerra, dato che la sua presenza, sia pure smaterializzata dai media, si è fatta incombente e incessante. In effetti, le mobilitazioni spontanee per la pace hanno assunto dimensioni inaspettate e, per la prima volta, davvero globali. Nondimeno non hanno inciso sulle scelte belliche degli USA e dei loro volenterosi alleati, che hanno causato, sotto ogni punto di vista, il peggiore disastro che sia avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale.

Se consideriamo le culture politiche tuttora egemoni non c’è da stupirsi troppo sull’incapacità di rompere con la logica della guerra, da sempre, e sempre più inestricabilmente intrecciata con quella dell’economia. È un tale intreccio che spiega la scelta più incisiva e pesante recentemente compiuta dal governo Prodi con il sì al raddoppio della base americana di Vicenza.

Soprattutto in questo caso si è fatto ricorso al concetto di interesse generale, risuscitando addirittura l’interesse supremo della Nazione, contro le proteste degli abitanti locali, trattati alla stregua di indigeni in un contesto coloniale, adottando quindi pienamente l’ottica americana. In questo momento, però, c’è qualcosa di più urgente che non l’analisi delle motivazioni del governo e di quelle dei suoi oppositori interni e esterni.

La verità è che il governo ha potuto fare le scelte che ha fatto, e addirittura motivarle in nome del superiore interesse dell’Italia, dell’Occidente, della civiltà, perché il movimento contro la guerra, non solo in Italia a dire il vero, si è progressivamente inabissato, mentre le sue pretese avanguardie si sono dissolte nell’irrilevanza, come sta avvenendo regolarmente da qualche decennio in tutti i grandi cicli di mobilitazione collettiva.

È vero che, sinora, sono state evitate le derive nichilistiche, ma il pacifismo e la nonviolenza sembrano aver adottato la strategia dell’inazione. Certi di aver ragione e di essere nel giusto pensano che, piuttosto di sbagliare o fare il gioco del nemico, sia meglio non fare nulla. O, viceversa, che nulla si possa fare perché le “masse” non si muovono e le “moltitudini” hanno altro a cui pensare.

La manifestazione del 17 febbraio, a Vicenza, sarà un banco di prova rischioso ma ineludibile. Se prevarrà l’inazione o la regressione, l’interesse generale, al di là delle risse politiche, riuscirà ad imporsi nella sua attuale, stravolta, e parodistica formulazione. Risalire la china sarà ancor più difficile, parlare in nome dell’umanità e della vita suonerà ancora più retorico.

 

Pier Paolo Poggio

Direttore della Fondazione Luigi Micheletti

 

Brescia, 10 febbraio 2007

 

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