Il caro prezzo dell’economia di guerra

Perché opporsi alla nuova base americana

 

Se uno dei criteri è l’ospitalità, non pare che questa a Vicenza ci sia. Attraverso i boicottaggi economici e le azioni nonviolente di massa si possono oggi raggiungere risultati interessanti. Il movimento vicentino ha studiato ed è maturo: sa bene che queste basi hanno un costo altissimo e si prepara a sostenere forme di conversione preventiva dal militare al civile della Caserma Ederle, che porterebbe veri benefici diffusi, anche occupazionali, come dimostrano i tanti precedenti nel mondo.

Gli Stati Uniti non hanno nemici ai propri confini ma il mondo è pieno delle loro basi militari overseas (oltremare), centinaia e centinaia di postazioni avanzate, un network dove “il sole non tramonta mai”. Come fa il governo USA a mantenere questo impero di basi? Facendolo pagare ad altri, caricando cioè i paesi ospitanti, o meglio occupati, delle spese di mantenimento delle truppe USA di stanza all’estero.

I cittadini residenti in Italia, si è scoperto, ma ancora in pochi lo sanno, ne pagano il 41%. Pagano di più, a quanto mi risulta, solo Germania e Giappone. Anche così si mantiene il leggendario complesso militar - industriale, una piovra tentacolare che non ha mai smesso di crescere, mantenendo ben stretti i suoi tentacoli laddove gli interessi strategici sono più forti. Un paese occupato, magari con le armi atomiche, non è certamente libero: attraverso queste basi si influenza, come vediamo, la politica estera e militare di altri Stati. Non è poco.

Perché quindi ancora l’Italia? Sia chiaro, le basi USA in Italia, sono oggi dichiaratamente basi di guerra rivolte contro i civili del Sud del mondo. La penisola fa comodo per diverse ragioni: la riduzione dei costi appunto, l’”ospitalità” politica, gli scarsi controlli. Nel pacchetto promozionale per le truppe che partono al fronte la possibilità di un soggiorno in Italia è un ottimo biglietto da visita per il reclutamento. C’è poi la posizione geopolitica favorevole ai militari: al centro del Mediterraneo l’Italia rischia di veder rafforzata il ruolo di piattaforma di lancio per le nuove guerre, che mirano ad avanzare il fronte esterno del capitalismo. Una prospettiva da brivido, altro che dialogo euro mediterraneo fra i popoli! Le basi militari USA, una sorta di progetto separato e calato dall’alto, si concentrano nei paesi ricchi di risorse energetiche e nelle potenze industriali, come appunto Italia, Giappone e Germania. Dovrebbe farci riflettere anche il fatto che la deroga ambientale, ossia la possibilità di inquinare senza troppi controlli, è un altro dei criteri molto congeniali al Pentagono.

Le basi USA consumano inoltre enormi quantitativi energetici (gratuiti al 98%), molta acqua e danneggiano l’ambiente in maniera a volte davvero grave, tanto che i possibili costi della bonifica delle basi overseas erano tra le preoccupazioni del Pentagono. In questo caso attraverso un accordo favorevole, questi costi sono spesso elusi: succede infatti che il governo USA vanti le “migliorie apportate al territorio” al momento della chiusura. Possiamo pertanto affermare con certezza che in Italia i civili pagano al complesso militar industriale centinaia di milioni all’anno per queste installazioni. Alcune conseguenze? Quelle di rischiare il coinvolgimento nei prossimi conflitti bellici: le contraddizioni politiche tra le dichiarazioni di pace e questi atti di governo sono sotto gli occhi di tutti.

Il prezzo che Vicenza rischia di pagare è altissimo: la città, già fortemente militarizzata, perde una grande area verde e le prospettive di avviare progetti a favore di un’economia civile e sostenibile, rischiando di diventare capitale delle nuove guerre piuttosto che città d’arte di fama mondiale. L’area del Dal Molin si appresta ad essere letteralmente svenduta. Al Pentagono risulta oggi utile pubblicizzare ai propri dipendenti la possibilità di vivere in un’area attraente, come compensazione della destinazione finale, il fronte. La posizione del governo italiano risulta poco comprensibile anche partendo da un’ottica moderata. Appoggiare il governo Bush, oltretutto indebolito, non è una politica ragionevole: la base è dichiaratamente rivolta contro Africa e Medio Oriente, paesi vicini.

Gli unici realisti sono i movimenti per la pace, i veri estremisti sono evidentemente i sostenitori delle guerre preventive del Bushismo, che passa attraverso la costruzione di questi accampamenti in una logica “basi guerre basi guerre” che rischia di vedere i civili intrappolati in un’economia bellica. Malgrado le negativamente sorprendenti notizie che giungono da Roma la partita è ancora aperta. Se uno dei criteri è l’ospitalità, non pare che questa a Vicenza ci sia. Attraverso i boicottaggi economici e le azioni nonviolente di massa si possono oggi raggiungere risultati interessanti. Il movimento vicentino ha studiato ed è maturo: sa bene che queste basi hanno un costo altissimo e si prepara a sostenere forme di conversione preventiva dal militare al civile della Caserma Ederle, che porterebbe veri benefici diffusi, anche occupazionali, come dimostrano i tanti precedenti nel mondo.

 

http://www.znet-it/, 9 febbraio 2007

 

 

 

L’analisi

Le basi militari USA

di Andrea Licata

 

Andrea Licata presiede dal 2000 il Centro Studi e Ricerche per la Pace dell’Università di Trieste.

Collabora con la rivista Scienza e Pace dell’Università di Pisa, la Rivista di Critica Scientifica (CKZ) di Lubiana, la Cattedra di Storia dei partiti e movimenti politici dell’Università di Trieste.

Ha studiato tra l’altro alla European Peace University di Schlaining in Austria.

Tiene conferenze in Italia ed all’estero sul tema delle basi militari e del recupero delle aree militari.

Ha curato la pubblicazione “Dal militare al civile, la conversione preventiva della base USAF di Aviano – Ricerche e progetti” uscito in questi giorni per la KappaVu edizioni di Udine

(www.kappavu.it).

 

Le basi militari USA si insediano secondo tecniche persuasive ben collaudate, scegliendo le zone dove maggiore è l’ospitalità, minori i costi e più deboli i controlli ambientali.

Dovendo mantenere migliaia di soldati all’estero con le famiglie c’è chi sostiene che vengano preferite le località turistiche, da presentare come incentivo per compensare il rischioso arruolamento per il fronte. Queste strutture vengono posizionate anche per condizionare le politiche delle economie capitaliste più forti, oltre ché per muovere attacchi la cui risultante finale sono tra l’altro nuove basi. Il network in questione, quello delle basi USA, che secondo alcuni autori sarebbe però in crisi, appare come un progetto separato, parte di un Risiko che si gioca sopra le nostre teste. Possiamo affermare che installazioni come quella in progettazione a Vicenza non sono proposte (o meglio imposte) per ragioni di sicurezza, per dare impulso all’economia locale o proteggere l’ambiente: vengono costruite per esigenze strategiche, sono basi militari per nuovi attacchi e sono oggi rivolte al Sud del mondo.

Possiamo distinguere alcuni momenti per meglio comprendere cosa sta succedendo a Vicenza:

1) La fase attuale, la “politica del sorriso”. Il generale apre “ad orologeria” le porte della Caserma di Vicenza, una forma di propaganda ad hoc, in quanto successivamente risulteranno difficili persino le visite dei parlamentari, saranno vietati i controlli ambientali indipendenti. Questa fase è accompagnata da rassicurazioni, promesse di sviluppo che si rivelano poi poco fondate, ma sono loro utili a convincere la popolazione. Sappiamo infatti che le basi USA si mantengono in realtà grazie alle tasse imposte ai paesi ospitanti i cui cittadini pagano centinaia di milioni alle truppe (da notare che a Vicenza aumenterebbero).

In questa fase le basi vengono descritte come luoghi sicuri (sugli incidenti ci sono invece intere pubblicazioni), addirittura a Vicenza sarebbero senza armi (non è possibile! le fonti militari affermano non a caso il contrario) e rispettose dell’ambiente (quest’ultima un’affermazione è smentita da svariate pubblicazioni scientifiche, ad esempio quelle del BICC, e dai fatti, ossia le migliaia di siti inquinati pesantemente ed in vario modo nel mondo).

Secondo le autorità, per fare un esempio, non ci sarebbero armi atomiche nelle basi USA in Italia, ma sappiamo che la versione ufficiale non è credibile ed è smentita da molte fonti (è riconosciuto che ci siano decine di testate atomiche in Italia).

2) La vera politica della base. Queste strutture non sono ovviamente progettate né per aiutare l’economia locale, né per salvaguardare l’ambiente, anzi: sono postazioni avanzate di guerra. Da Vicenza partirebbero evidentemente importanti azioni militari, in un contesto politico estremo, il bushismo, in cui il presidente USA detiene un immenso potere ed ha introdotto proprio in questi giorni leggi speciali su prigionia, basi CIA ed interrogatori. Una volta concessa l’area del Dal Molin tutto diventa possibile, anche un uso differente da quello accordato durante la fase dei sorrisi di circostanza (magari in segretezza, essendosi insediato un nuovo governo…); trattandosi di una nuova grande struttura possiamo inoltre ipotizzare che l’area resti militarmente occupata per anni e possa trasformarsi nel tempo a seconda delle esigenze del Pentagono. Allo stesso modo non possiamo però escludere che, nonostante il raddoppio, anche queste basi, che sono paragonabili a degli accampamenti, decidano autonomamente in un prossimo futuro di chiudere per ridurre costi, trovare una maggiore libertà sulla questione ambientale (cioè maggiore libertà di inquinare) o per altri motivi tra cui la protesta diffusa, come è già successo altrove. Per tutte queste ragioni il ragionevole compito delle amministrazioni locali dovrebbe essere, ma così evidentemente non è, tutelare i cittadini ed il territorio contrastando la militarizzazione, non la delega totale al Pentagono che ha già i suoi mezzi per imporsi in maniera autoritaria.

3) Sulle conseguenze. La terza fase che possiamo prevedere, attraverso comparazioni con situazioni analoghe, è quella dell’amara realtà: guerre, militarizzazione e inquinamento vengono confermate le vere attività; pericoli e tensioni internazionali alcune fra le conseguenze aggravanti; a livello locale emergono a questo punto le mancate opportunità, i costi per i privilegi dei militari, i ricatti occupazionali, gli enormi consumi energetici, gli sprechi d’acqua, i problemi dovuti a rifiuti e discariche, la viabilità e la sua manutenzione straordinaria, la vigilanza a carico del paese ospitante e del comune risultano alla fine il vero disastroso impatto economico, che altrove (ad esempio in Friuli o in Sardegna) ha portato a continue spese aggiuntive; in Italia non sono mancate le infiltrazioni mafiose nella costruzione delle basi. L’inquinamento e i costi di bonifica, sempre che risulti possibile, sono poi forse l’aspetto più drammatico del dopo base. La città di Vicenza diventerebbe definitivamente una grande caserma con l’economia e la politica locali fortemente condizionate dalle esigenze dei militari. Non a caso a fronte di strutture del genere ci sono proteste notevoli, anche se non se parla molto. Se restiamo ai fatti e non alla propaganda, non abbiamo in definitiva elementi per affermare che a Vicenza le basi USA abbiano un impatto differente da quello negativo già verificatosi altrove, anzi…

 

http://www.altravicenza.it/, 20 ottobre 2006

 

 

 

Dal militare al civile

Ricerche e progetti per il recupero dei siti militari:

la conversione preventiva della base USAF di Aviano

Recensione: Mauro Dal tin

 

Libro:Dal militare al civile

Ricerche e progetti per il recupero dei siti militari: la conversione preventiva della base USAF di Aviano

 

Intervista ad Andrea Licata, esperto di riconversione dei siti militari: «Gli Stati Uniti si installano dove non c’è controllo e si paga meno. Ecco perché raddoppiano Ederle».«Vicenza sarà la più offensiva delle basi Usa in Europa»

 

«Gli Stati Uniti raddoppiano la base di Vicenza perchè evidentemente gli conviene. Di solito l’amministrazione americana è molto pragmatica: sceglie posti economici, accoglienti e dove è possibile inquinare senza troppi problemi». Insomma, secondo Andrea Licata (Presidente del centro studi e ricerche per la pace presso l’università di Trieste, esperto di riconversioni di basi militare ed autore del libro “Dal militare al civile, la conversione preventiva della base Usa di Aviano” - Editore Kappavu) i motivi che hanno spinto gli Usa a richiedere il raddoppio della base vicentina non sono motivi di sottile geopolitica. Per farsi un’idea basti pensare che il 37% delle spese sono a carico dei cittadini italiani.

«Questo vuol dire che più di un terzo delle truppe Usa le manteniamo noi, con le nostre tasse». E se, a questo punto, comprendiamo le ragioni degli Stati Uniti, sfuggono quelle del comune di Vicenza che proprio ieri ha approvato il raddoppio della base militare americana che “ospita” nel proprio territorio. Lo chiediamo proprio ad Andrea Licata che forse qualche risposta è in grado di fornircela.

Insomma, cosa ha spinto la giunta del comune di Vicenza a concedere l’ampliamento della base Usa?

Innanzi tutto mi vengono in mente mere ragioni politiche. Siamo di fronte ad una contrapposizione nei confronti del governo di centrosinistra da parte di un’amministrazione di centrodestra. Poi mi vengono in mente alcuni interessi economici che evidentemente andavano sostenuti. Forse esistono alcune lobby che si avvantaggiano di questi lavori: imprenditori e costruttori su tutti. Insomma, se per i cittadini questa decisione rappresenta una grave perdita, per alcuni potrebbe rappresentare un bel guadagno. Del resto è la stessa giunta di centrodestra che ha bloccato il referendum proposto. Hanno paura che i cittadini di Vicenza, gli stessi che li hanno votati, si oppongano a questa scelta scellerata. Ma ripeto, forse qualcuno ci guadagnerà.

Che intende dire?

Intendo dire che centinaia di migliaia di Euro pubblici, finiranno nelle tasche di una manciata di privati.

Ma la giunta di Vicenza sostiene che aumenteranno i posti di lavoro.

Questa è una bella favola. Intanto voglio specificare che quei pochi lavoratori saranno inquadrati sotto il governo Usa con posizioni contrattuali e vincoli molto particolari. E poi basti pensare che ad Aviano ci sono 700 dipendenti, un numero ridicolo di lavoratori. Senza contare che le riconversioni delle basi militare compiute in tutto il mondo hanno dato numeri di impiegati molto molto superiori.

E forse, anche altri tipi di benefici?

Certo, le conversioni avvenute nel resto del mondo sono state dei grandi successi. Sia da un punto di vista ambientale che di opportunità di lavoro. Sia per la pace naturalmente. Penso ad ex basi che sono divenute centri di energia rinnovabili, distretti commerciali e aeroporti civili. Penso alla base di Werle in Germania e a quella di Achim, vicino Berna, che ora ospita una grande area verde e una grande area residenziale. Penso inoltre agli ex dipendenti della base militare di Brugen-Bracht che hanno fatto corsi di riqualificazione, di giardinaggio, di architettura, edilizia, disegno e tante altre attività costituendo una cooperativa. Insomma, decine di progetti alternativi che hanno creato circuiti virtuosi.

E in Italia qual’è la situazione rispetto alle conversioni delle basi militari?

In Italia c’è il deserto. Abbiamo una situazione di abbandono, non certo una progettualità di bonifica e riconversione dei siti militari. Non ci sono centri di studio né università che abbiano puntato le proprie attività sulla riconversione. Ci sono alcuni siti, come quello del Monte Nardello in Calabria, dove prima c’era una base Usa di radar, che è abbandonata da anni. C’è stata una piccola e inconsistente bonifica e poi più nulla. Addirittura ci sono le scuole della zona che spingono per creare un osservatorio ambientale, ma nessuno gli da retta, nessuno li ascolta.

Insomma in Italia si va in direzione opposta rispetto al resto dell’ Europa?

Mi sembra evidente. Sia chiaro, noi cittadini italiani paghiamo il 37% delle basi presenti in Italia, insomma, siamo noi che paghiamo le truppe Usa. La basi militari sono un buco nero e i motivi che spingono l’amministrazione Usa a scegliere i luoghi nei quali installarsi non rispondono sempre a logiche di geopolitica. Anzi, le basi si muovono anche in base ai seguenti criteri: primo, dove pagano meno; secondo, dove hanno libertà di inquinare; terzo dove c’è una certa ospitalità.

Quindi i militari americani si trovano bene, per così dire, in Italia.

Evidentemente si. Per quel che mi risulta i controlli ambientali del nostro governo sono molto difficili, limitati e poco indipendenti. Poi c’è il discorso legato ai familiari dei militari. Ormai le agenzie di reclutamento usa sembrano agenzie di viaggio. “Vieni in Italia, a Venezia, in Toscana, Firenze. Buon cibo, buon vino, moda” e così via.

E per quanto riguarda le bonifiche, di chi sono le spese?

Tutte le basi inquinano e le spese di bonifica e di dismissione sono il vero grande problema per le amministrazione americane: cercano in tutti i modi di evitarle. La bonifica non solo è necessaria, ma è obbligatoria per legge. Per farsi un’idea della portata dell’inquinamento che provocano basta consultare i dati sulle falde acquifere. E ripeto, i controlli sono molto difficili. Di fatto le basi sono una sorta di appendice del territorio americano.

Ora la palla passa al governo, al ministro della difesa Arturo Parisi.

Sì, certo, sta a lui l’ultima parola. Sarà lui che dovrà controfirmare la decisione della giunta del comune di Vicenza. Io spero davvero che si fermi questo scempio. Basta dare un’occhiata alla cartina della città per rendersi conto che siamo di fronte ad un vero e proprio assedio. Un assedio militare, Vicenza non ha più vie di fuga. Una situazione grottesca e inquietante che deve essere fermata. Peraltro, in questo modo Vicenza diverrebbe una delle basi più grandi ed offensive d’Europa. Cosa hanno in mente non è dato sapere, ma di certo nulla di cui star sereni.

 

di Davide Varì

www.kappavu.it, 3 novembre 2006

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