Incompatibile con i veleni di Totò

 

Gioacchino Genchi, ex leader del movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita, tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68, con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel “tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della tutela dall'inquinamento atmosferico.

L'ex infiltrato - peraltro reo confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale, ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede. “Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi – è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

 

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili, ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.

Le origini della rimozione di Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine (Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di Palermo.

Insomma di interventi scomodi il direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo, come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera – preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive “tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le popolazioni”.

 

Verdetto già scritto

È il verdetto che il responsabile del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco, evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti” sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.

Era il mese di giugno del 2006, quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono essere invece date “entro 90 giorni”.

Le autorizzazioni alle emissioni di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate. Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani (sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima rimozione di Genchi.

Totò Cuffaro torna così a tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del 2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c'è un geologo, Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile” per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.

 

Massimo Giannetti, Palermo

Il manifesto, 18 febbraio 2007

 

 

Il grande business degli inceneritori

3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti siciliani

 

La Sicilia non è soltanto la regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione, pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro “mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni, tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da parte delle ditte vincitrici degli appalti.

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