Prodi e il successo di Vicenza

Sinistra radicale, il conto da pagare

 

Il sospiro di sollievo per l'assenza di incidenti alla manifestazione di Vicenza non può coprire il fatto che quanto è successo apre problemi politici che peseranno sul nostro futuro.

Il tema delle «due componenti» della coalizione di governo è oggi più che mai sul tappeto. La sinistra cosiddetta «antagonista» non ha rinunciato ad una prova di forza simbolica che ha avuto successo: ha portato in piazza un numero cospicuo di persone, è riuscita ad evitare che la folla le scappasse di mano, ma soprattutto ha mostrato che degli appelli di Prodi alla solidarietà di governo le interessa il giusto. Il sottosegretario Paolo Cento avrà anche aderito all'appello del presidente del Consiglio a non marciare coi manifestanti...

Con la manifestazione in corso, però, il sottosegretario Paolo Cento dagli schermi della «Sette» ha preso posizioni antitetiche a quello del governo di cui fa parte in maniera assolutamente plateale.

Illudersi che tutto questo resti senza conseguenze è puerile. È comprensibile che dal punto di vista della sinistra estrema non si voglia perdere il contatto con un retroterra che è molto attivo sul piano della mobilitazione, ma soprattutto con un «ribellismo» che costituisce ormai una cultura sedimentata in una quota comunque significativa della popolazione. I partiti hanno bisogno di voti, e in un sistema proporzionale questi voti vanno ricercati accentuando le dimensioni identitarie.

Quel che invece non si riesce a far capire a queste forze è che sarà arduo mantenere in vita una alleanza senza coesione, in cui non si riesce a maturare un progetto comune e soprattutto a promuovere una comune coscienza della delicatezza del momento.

La manifestazione di Vicenza non è stata affatto una protesta contro un obiettivo circoscritto, sul quale era anche possibile aprire un certo confronto, perché il tema del no al raddoppio della base Usa, che si sosteneva avrebbe generato disequilibri e problemi sul territorio, è diventato il semplice pretesto per mettere in scena tutte le idiosincrasie di un ribellismo diffuso: dall'antiamericanismo ideologico al rifiuto della Tav, da generici atteggiamenti anticapitalistici al rifiuto di inceneritori e rigassificatori.

Come si potrà governare un Paese dove qualsiasi ipotesi di razionalizzazione e di modernizzazione si arena contro un qualche gruppo a cui «non sta bene» che si faccia questo o quello, perché, a loro insindacabile giudizio, quel che si fa non è «opportuno»? La domanda è molto seria e non presuppone affatto una risposta autoritaria, che sarebbe comunque sbagliata.

La risposta vera è nel ristabilimento di una sede di confronto razionale, dove non dominino i populismi di destra o di sinistra, ma la volontà di affrontare e risolvere realisticamente i delicati problemi che ci troviamo davanti. A cominciare dalla politica estera e dal nostro rapporto con gli Usa che, piaccia o no, sono un attore determinante in quel contesto.

La credibilità del governo in carica, la sua autorevolezza, sono fattori importanti per poter raggiungere gli obiettivi di sviluppo e di crescita di cui il nostro Paese ha bisogno e per potersi misurare con i delicatissimi problemi che l'evoluzione del mondo ci mette davanti. Come misurarci con problemi enormi come le emergenze ambientali, i cambiamenti climatici, le trasformazioni nel modo del lavoro, i nuovi equilibri demografici, se incitiamo la gente a credere che sia una buona soluzione andare in piazza a dire no a tutto?

Non possiamo neppure metter fra parentesi il tema della «copiabilità» dei modelli politici. Oggi la sinistra estrema crede di avere guadagnato un buon punto a suo vantaggio perché ha portato molta gente in piazza. Ma la Lega è altrettanto capace di farlo, così come Berlusconi (che l'ha già fatto una volta con un successo notevole).

Una vita politica in mano alle piazze non è un fenomeno sano né promettente. Ci si può cullare a credere che sia «il popolo» che si mobilita, ma la storia ci mostra che il gioco è pericoloso, perché finisce per portare al potere la demagogia.

Le folle più o meno festanti, le grandi manifestazioni, trasmettono emozioni e scaldano il cuore dei reduci dai fallimenti passati e dei neofiti della politica, ma non fondano azioni di governo che siano in grado di fronteggiare le emergenze della storia. Per quello ci vuole paziente impegno, molta responsabilità delle classi dirigenti e duro lavoro per educare e convincere le popolazioni. Meno romantico, meno esaltante, ma capace di portare un Paese unito e responsabile a far fronte agli appuntamenti della storia.

 

Paolo Pombeni

L’Adige, 18 febbraio 2007

 

 

 

La sinistra in corteo a Vicenza

Contro Prodi? No, soltanto idealisti

 

Paolo Pombeni, le cui riflessioni leggo sempre volentieri, domenica dalle colonne di questo giornale ha offerto, a mio avviso, una lettura parziale di quanto sta avvenendo nella vicina città di Vicenza con riguardo alla mobilitazione contro il raddoppio della base Usa al Dal Molin, riconducendola sostanzialmente in chiave politica nazionale, con riferimento esplicito agli equilibri interni alla maggioranza di governo.

Io avanzo una diversa interpretazione. Quando si mettono in moto processi di vera democrazia dal basso da parte di comuni cittadini e variegate associazioni, come è avvenuto in Valsusa, a Vicenza ma anche nel nostro Trentino sulla vicenda inceneritore, forse le tradizionali categorie di analisi politica non bastano più. Certo nelle grandi manifestazioni di piazza non mancano mai episodi di parassitismo di alcune frange di irriducibili (è successo così anche a Roma lo scorso dicembre nella grande manifestazione organizzata dalla Casa delle Libertà contro la finanziaria del governo Prodi), ma restiamo ai fatti e non alla propaganda.

Ed i fatti ci dicono che sempre più cittadine e cittadini nel nostro Paese pongono all'attenzione del Governo di turno, alla classe politica, agli imprenditori, al mondo dei mass media seri e fondamentali interrogativi.

Un elemento utile per capire questi nuovi e interessanti fenomeni è la sempre più diffusa capacità autonoma di analisi e di approfondimento dei complessi problemi del nostro tempo.

Noam Chomsky, noto intellettuale statunitense, ha definito gli oppositori alla globalizzazione selvaggia (l'unica, purtroppo, che conosciamo!) «popolo di ficcanaso», per la loro spiccata propensione a non accontentarsi delle letture e delle ricette del pensiero dominante, quello liberalmilitarista, e di prospettare intelligenti e più sostenibili soluzioni alternative.

Sbaglia chi riduce il popolo che ha manifestato nel 2001 a Genova, poi a Firenze, poi ancora a Roma alla vigilia della sciagurata guerra all'Iraq, infine sabato a Vicenza ad un'accozzaglia di ribelli, capaci solo di dire No a «qualsiasi ipotesi di razionalizzazione e di modernizzazione» del Paese. In discussione sono proprio queste «ipotesi», centrate quasi esclusivamente sui paradigmi dello sviluppo e della crescita, che ruotano intorno all'indice del Pil come ad un sacro totem, dando per scontata la fede nelle «magnifiche sorti e progressive».

I comitati di Vicenza, così come quelli della Valsusa o, nel caso nostro, di Nimby trentino, hanno studiato e sono maturi e di fronte alle «emergenze della storia» quali il moltiplicarsi delle tensioni internazionali, delle guerre e del terrorismo; la povertà assoluta di miliardi di persone nel mondo neppure scalfita dagli impegni solenni assunti con gli Obiettivi del Millennio per il 2015; i movimenti migratori di massa che ridisegnano la geografia mondiale; le profonde trasformazioni per quanto riguarda il lavoro e lo stato sociale; le emergenze ambientali ed i grandi cambiamenti climatici, nonostante il summit di Rio nel '92 ed il protocollo di Kyoto nel '97; gli effetti devastanti sulla salute delle emissioni nocive... hanno l'ardire di richiamare alcuni semplici e disarmanti interrogativi. A chi e a che cosa giovano gli aumenti delle spese militari a livello internazionale e nelle nostre ultime finanziarie?

A chi e a che cosa giovano le realizzazioni di grandi opere e infrastrutture? Chi ha la pazienza di «ficcare il naso» nei documenti e nei siti web di questi comitati scoprirà che accanto ad ogni No c'è un ventaglio di proposte alternative, che sotto il profilo sociale, economico, occupazionale, ambientale risultano essere più convincenti e convenienti.

Mi si potrà obiettare che questo è idealismo o pura ingenuità. Tengo sempre sulla mia scrivania una frase di Paolo VI: «Vi sono tempi in cui l'unico vero realismo è quello delle utopie». Se valeva alcuni decenni fa, tanto più oggi!

 

Giorgio Viganò consigliere regionale della Margherita

L’Adige, 20 febbraio 2007

 

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