Il dibattito vacche da latte: i dati

In Trentino le «stallone» sono di casa

I grandi allevamenti sono il 31 per centro contro il 3 di Bolzano

 

TRENTO.  Il dibattito sulle stalle lager avviato dal nostro giornale sta destando interesse con interventi pro e contro. L’intervento del professor Michele Corti, docente di Zootecnia alla Facoltà di Agraria di Milano, è stato visto da alcuni come un attacco alla zootecnia trentina, invece di quello che era realmente, cioè un positivo contributo per il miglioramento delle condizioni di vita negli allevamenti, per il benessere degli animali da reddito, ma anche dell’ambiente e nostro.

Infatti i danni causati da un allevamento squilibrato, dal punto di vista etico ed ecologico, non peserebbero solo sui capi d’allevamento, ma anche, e molto pesantemente, sull’ambiente. Documenti alla mano, messi a disposizione da Corti, chiariscono la situazione.

Uno stralcio del testo inviato al difensore civico dal Comitato iniziative delle Giudicarie Esteriori - Cige “La mia valle è la mia casa”, chiede il suo intervento contro la proposta di realizzare sul proprio territorio un impianto per la produzione di biogas utilizzando i liquami delle stalle: «Entrata nel piano provinciale, aveva prodotto la decisione dei comuni interessati, Lomaso (comune capofila), Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Fiavè, insieme al CEIS (Consorzio elettrico di valle), di affidare all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige uno studio di fattibilità. Nel maggio 2005 l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige consegnava lo studio ai committenti.» Nello studio si evidenziava come nelle Giudicarie Esteriori vi fosse una presenza di Uba (unità bovini adulti) in eccesso rispetto al territorio disponibile: 5670 Uba in totale, di cui circa 4000 di bovini, le altre Uba erano costituite da tre aziende di tipo intensivo (polli, conigli e maiali). Nella relazione si sosteneva quanto segue: «produzioni animali sempre più slegate dal territorio che determinano un aumento delle quantità di concimi organici e dei relativi elementi minerali che, non potendo venire utilizzati e valorizzati sulla superficie aziendale, possono aggravare le problematiche ambientali. Questo può significare contaminazione delle falde e delle acque potabili, dell’aria per effetto di composti come l’ammoniaca, i nitrati, i fosfati, per arrivare ad interessare la tollerabilità della popolazione verso l’emissione di odori, incluso il rischio per la salute, normalmente ipotetico, attribuibile alla diffusione di germi patogeni».

Il secondo documento è rappresentato dalla percentuale di vacche da latte allevate in grossi allevamenti (oltre 50 vacche per azienda) nelle provincie alpine, in base al 5° Censimento generale dell’agricoltura Istat - 2000: Verbania 10,5; Aosta 16,5; Sondrio 25,9; Bolzano 3,4; Trento 31,4; Belluno 27,1. Bolzano presenta la minor incidenza di grossi allevamenti, Trento la maggiore, rispetto alla totalità delle stalle sul territorio.

Sicuramente il professor Corti sa distinguere gli allevatori corretti, quelli che vogliono trarre un profitto da quelli che sono chiamati per l’appunto “animali da reddito”, ma non vogliono per questo agire a discapito del diritto al benessere degli animali, e del diritto a vivere in un ambiente sano e a cibi che non facciano ammalare i consumatori. Non è nemmeno il caso di fare un unico fascio di tutti i “professori”. Non mettiamo in dubbio che ci siano stati nel passato professori che insegnavano a far aumentare la produzione pro capite e consigliavano di tenere sempre le bestie rinchiuse, per motivi di guadagno. Speriamo però che quei tempi siano solo un brutto ricordo e che il Trentino sappia seguire le indicazioni che vadano nella direzione di non distruggere l’inestimabile patrimonio ambientale montano e la nostra tradizione che, per la maggior parte, si riconosce in quella cultura contadina in cui gli animali erano individui dotati di un nome e di una propria soggettività.

 

Ivana Sandri

Trentino, 2 marzo 2007

 

 

Su le Frisone a scapito delle Brune
Corti risponde: «E’ la zootecnia più industrializzata»

 

TRENTO. Il Trentino è sempre più allineato alla zootecnia intensiva; non si dice che è peggio, ma neppure si può sostenere che la realtà prevalente sia quella di un allevamento felice di montagna con le vacche al pascolo.

La produzione media a Trento della vacca Frisona nel 2005 era di 8.500 kg contro gli 8.900 della media nazionale. La produzione media della vacca Bruna di 6.800 contro 6.700 della media nazionale. Certo ci sono ancora più Brune che Frisone, ma le Frisone - simbolo della zootecnia industrializzata - stanno aumentando: nel 1996 le Frisone del libro genealogico a Trento erano 5.900; diventate 9.500 nel 2005. Le Brune iscritte al L.G. nel 1996 erano 13.300; sono calate a 10.400 nel 2005. La strada è quella di una zootecnia di montagna? Non parrebbe. Insomma la zootecnia Trentina è sempre più simile a quella della Pianura Padana. Purtroppo le produzioni medie per vacca continuano a crescere anno dopo anno anche in Trentino e questo vuol dire animali più spremuti.

Questo dovrebbe preoccupare i politici visto che le regole delle filiere sono indifferenti ai vincoli ecologi ed etici. È bellissimo che parecchie vacche in Trentino vadano ancora in alpeggio (anche se c’è da discutere su quanto mangime sia giusto fornirgli) ma, se aumentano ancora le produzioni e la percentuale di Frisone ci si chiede se l’alpeggio non finirà per restare senza vacche o se sarà stravolto in senso intensivo.

D’altra parte si deve anche tenere conto che gli impatti ambientali degli stalloni sono più pericolosi nelle valli alpine che nella pianura padana. Stalle più grosse e vacche sempre più produttive significano automaticamente sempre maggiori importazioni di mangimi e foraggi da lontano con conseguenti squilibri ecologici nei bilanci dei principi nutritivi.

 

Michele Corti

 

 

 

Primi risultati dopo dieci anni.

La crisi è legata alla « mucca pazza » e alla concorrenza dell'Est

Allevatori, « segnali di ripresa »

Rauzi: puntare su qualità e rintracciabilità delle carni

 

TRENTO - «Per uscire dalla crisi che attanaglia il nostro comparto da ormai una decina di anni dobbiamo puntare a migliorare ulteriormente la qualità dei prodotti marchiati Trentino». Silvano Rauzi, presidente dell'associazione provinciale degli allevatori, disegna un quadro a 360 gradi sullo stato di salute del settore.

LE CAUSE DELLA CRISI - «Sono 1.500 i nostri associati tra allevatori di bovini, cavalli e conigli - esordisce il presidente -. La stragrande maggioranza lavora con i bovini, che in Trentino sono circa 40mila unità.

Fino al 1996 gli affari andavano bene; poi, con la drastica diminuzione dei consumi, il contemporaneo aumento dei costi di gestione, la paura generata dal fenomeno del Bse (nota come la «mucca pazza» ndr) e soprattutto la concorrenza dei paesi dell'Est Europa, abbiamo iniziato una preoccupante fasce discendente. Senza paura di essere smentito posso affermare che nell'ultimo biennio gli allevatori che hanno potuto mettere a bilancio la voce dell'utile si possono contare sulle dita di una mano. Se alla base di questo faticoso mestiere non ci fosse davvero tanta passione, già in molti avrebbe mollato da diversi anni».

TIMIDI SEGNALI DI RIPRESA - Rauzi continua spiegando che «ad onor del vero da qualche mese stiamo registrando una timida ripresa dei consumi, ma siamo ancora distanti anni luci dal poter dichiarare superata la crisi». Per il numero uno degli allevatori la strada da seguire non può che essere una: «Da tutte le ricerche di mercato emerge che ormai la clientela media si divide in due fasce ben distinte. Abbiamo coloro che comprano in base al prezzo e chi invece fa le proprie scelte puntando sulla qualità del prodotto. La nostra realtà provinciale non può permettersi di competere con i colossi del mercato, non abbiamo quei numeri che ci permettono di scegliere la via della quantità. Gioco forza dobbiamo crescere dal punto di vista qualitativo, se vogliamo garantirci un futuro roseo».

OBIETTIVO QUALITÀ - «Sempre più nostri prodotti dovranno potersi fregiare del marchio di denominazione di origine controllata e protetta, il Dop, ma soprattutto le singole aziende devono investire sulla rintracciabilità - prosegue Rauzi -. Il cliente che sceglierà la carne trentina dovrà poter conoscere tutto il "percorso" produttivo che gli allevatori hanno seguito dal momento del macello al momento in cui la carne verrà esposta sui banconi dei supermercati. Non si tratta di una scelta ma praticamente di un percorso obbligatorio se fra qualche anno vorremo trovarci di nuovo e poter parlare diun comparto in buona salute».

PARTNERSHIP CON IL SAIT - Intanto la Federazione provinciale allevatori ha stretto un legame commerciale con il Sait: «I prodotti con il nostro "timbro" verranno messi in vendita solo presso i supermercati Sait e le Famiglie Cooperativa - spiega Rauzi -. In questo modo la clientela del Sait saprà di acquistare solo carne di qualità e noi possiamo contare sulla loro rete distributiva capillare e presente di fatto in tutta la Provincia».

ATTENZIONE AL BESTIAME - L'ultimo concetto che Rauzi tiene a esprimere riguarda i presunti maltrattamenti a cui sarebbero soggette le bestie nelle stalle: «La stragrande maggioranza degli allevatori tratta i bovini con grande attenzione. D'altra parte non sarebbe una scelta intelligente comportarsi in modo diverso, dato che i bovini stessi sono animali da reddito. Certo, qualcuno che non rispetta le norme ci sarà. Ma come in tutti i comparti economici, da qui a processare un'intera categoria però ce ne passa».

 

S. F.

Corriere del Trentino, 2 marzo 2007

 

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