Bleggio, Lomaso e Fiavè divisi sul progetto di salvaguardia ambientale e di produzione di energia

Biogas: sì, no, oppure?

 

FIAVÈ. L'idea di realizzare sul territorio delle Giudicarie Esteriori un impianto per la produzione di biogas utilizzando i liquami delle stalle è ancora del 2002. L'esigenza nasce soprattutto dal problema degli odori e dalla presenza di sostanze inquinanti che finiscono nei corsi d'acqua. Nel 2004 le 4 Amministrazioni – Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Lomaso e Fiavè – affidano uno studio di fattibilità all'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, che lo consegna nel giugno del 2005. Viene quindi istituita una Commissione – composta da rappresentanti dei Comuni, degli allevatori e del Consorzio elettrico di Scenico (Ceis) – con il compito di approfondirlo.

Nel settembre dello stesso anno si costituisce anche il Comitato Iniziative delle Giudicarie Esteriori (CIGE), che oggi guida la contrarietà al progetto biogas.

Nel frattempo, il progetto viene ridimensionato; anche la prima localizzazione dell'impianto – lungo la provinciale che porta al Bleggio – viene scartata perché giudicata troppo impattante; si individua la zona di Valec, sotto Stumiaga, nel comune di Fiavè. La proposta è quella di un sistema integrato per la salvaguardia dell'ambiente e la produzione di energia rinnovabile: le modalità e le dimensioni hanno però diviso la comunità

 

Nicoletta Aloisi,

sindaco di Fiavè

 

“Secondo me l'impianto di biogas è un'opportunità, che consentirebbe agli allevatori di continuare il loro lavoro e, nel contempo, ci darebbe la possibilità di avviare un'attività turistica, rispondendo ad una necessità altrettanto urgente”.

Sindaco Aloisi, cosa risponde a chi davanti ad una simile struttura solleva obiezioni proprio di carattere ambientale?

In realtà, un sistema integrato ci dà la possibilità di risolvere al 90% il problema degli odori, di regolarizzare i transiti delle botti che trasportano il liquame, di essere in regola con le direttive della Comunità europea, di ridurre l'inquinamento, di arrivare ad un equilibrio tra agricoltura e turismo. Quindi…

Non è enorme un impianto che lavora 90.000 tonnellate all'anno?

L'idea – non si può parlare di progetto tecnico, visto che non c'è ancora – è che possa servire per 60 aziende: le 90.000 tonnellate fanno paura, ma è questo il materiale che abbiamo nei nostri quattro comuni (Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Lomaso e Fiavè). Certo, occorrerà vedere quanti allevatori vi aderiranno.

Il mese scorso le sono state consegnate 423 firme: chiedono che il Consiglio comunale impegni l'Amministrazione a non rilasciare alcuna autorizzazione a realizzare sul proprio territorio impianti di biogas centralizzati né opere relative al loro funzionamento…

Vado orgogliosa di queste firme – sono tante, anche se qualcuna è stata tolta perché appartiene a persone non residenti – che dimostrano come in paese ci sia una grande libertà: ciascuno ha potuto esprimersi tranquillamente senza problemi.

Però…

Sì, c'è un altro aspetto da sottolineare: le persone si sono ritrovate a firmare senza aver maturato un'informazione completa. Come comune abbiamo spiegato che intendevamo promuovere incontri pubblici proprio perché ciascuno potesse documentarsi: perché quindi non aspettare e poi scegliere a ragion veduta?

Chi contesta l'impianto teme che diventi un ricettacolo di scarti provenienti da tutta la provincia…

La risposta l'ha data il Consiglio provinciale lo scorso dicembre, quando ha “escluso l'impiego di scarti diversi da quelli di origine zootecnica e vegetale”. Potranno essere trattati solo reflui della nostra zona: mais, foraggi e scarti agricoli.

La gestione verrebbe affidata al Ceis, il Consorzio elettrico di valle: ma nel momento in cui l'impianto andasse in perdita…?

È stato fatto un progetto di sostenibilità, anche se è chiaro che i rischi saranno a carico della cooperativa: la gestione non dipenderà certo dai Comuni, che dovranno invece pensare ad una convenzione per un'attività di controllo.

Quanto conta nel progetto la questione della produzione di energia?

Il Consorzio di Scenico – che serve le Giudicarie Esteriori – produce 17 milioni di kilowatt, a fronte di un fabbisogno di corrente elettrica di 27 milioni. Con questo impianto si potrebbe integrare, arrivando a rendere la valle autosufficiente.

L'energia termica prodotta potrebbe servire al caseificio e agevolare anche le utenze della palestra e del futuro museo delle palafitte, due fabbricati comunali.

E se l'impianto non venisse realizzato?

Sarebbe dura, specie per gli allevatori, che si troveranno a dover investire in vasconi di stoccaggio enormi.

 

Renato Vivaldelli,

vice-presidente del CIGE (Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori)

 

“Questo mega-impianto lo sentiamo come la rovina della valle”.

Renato Vivaldelli, vice-presidente del CIGE, il Comitato Iniziative delle Giudicarie Esteriori, non usa giri di parole.

Qual'è il timore maggiore?

Rischiamo di diventare un ricettacolo a cui destinare i rifiuti del Trentino. L'assessore Gilmozzi, nell'incontro del 1° marzo, ci ha detto che faranno una legge che vieterà questa importazione, ma noi sappiamo che i politici passano e le leggi cambiano…

Il carico d'azoto, però, è una realtà…

Certamente, quando le stalle scaricano i liquame l'odore è fortissimo, perché siamo in una zona nella quale il rapporto tra UBA e SAU (ossia tra unità bovini adulti e superficie agricola) è sproporzionato. Il problema è il ritardo con cui nel nostro Paese vengono recepite le direttive europee.

C'è però un problema ambientale…

Non verrebbe risolto con questo sistema: l'inquinamento del Sarca dipende da tante cose, a partire dall'assenza di un depuratore. Inoltre, servirebbero 5 mila viaggi all'anno di due autobotti per portare il liquame dalle stalle all'impianto; senza contare che poi il digestato (il prodotto che esce dal biogas) va ridistribuito: cosa significa anche solo in termini di traffico?

Un eventuale impianto garantirebbe anche energia elettrica…

La resa dei liquami è piuttosto scarsa: l'energia prodotta servirebbe soltanto al caseificio, con nessun beneficio per la popolazione.

Con quale finalità avete raccolto le firme?

Abbiamo chiesto al Comune che non dia alcuna autorizzazione, proprio per avere la possibilità di fermarsi, di prendere tempo e di riflettere. Sinceramente, non mi pare che questa disponibilità ci sia. Anzi, c'è dell'altro.

Ossia?

Da quando abbiamo consegnato le firme, c'è chi sta andando in giro a convincere la gente a ritirarle, facendo capire che diversamente potrebbe subire certe conseguenze…

È un'accusa grave…

Garantisco che corrisponde al vero, anche se nessuno verrà a testimoniarlo. La paura di perdere il lavoro impedisce a molti di esporsi.

Che alternative vedete all'impianto?

Innanzitutto chiediamo che si facciano studi per cercarle: se poi fosse confermato che è l'unica soluzione ci troveremo d'accordo anche noi. Meglio se ci si orientasse per piccoli impianti aziendali, che portano autosufficienza termica ed elettrica alle aziende; il surplus potrebbe essere ceduto al Ceis.

Come gestire la massa di liquami che c'è?

Non dobbiamo gestire l'esistente, ma ridurlo, iniziando a ridurre il numero delle bestie.

Questa valle ha una grande vocazione agricola…

Non vogliamo che le stalle chiudano, ma che rispettino l'ambiente.

Inoltre, perché, invece che inseguire la Pianura Padana o i Paesi dell'Est – con i quali non potremo mai essere concorrenziali – non puntiamo su prodotti di nicchia? È anche nell'interesse dell'allevatore cambiare, finché può contare sui contributi sia della Provincia che dell'Unione europea.

Ivan Maffeis

Vita trentina n° 11, 15 marzo 2007

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